di Natalia Ginzburg, Einaudi 1963
Nella nota che apre il libro, Natalia Ginzburg avverte che i luoghi, i fatti e le persone sono veri, che nulla è inventato, e che tuttavia il libro va letto come un romanzo, perché la memoria ha le sue infedeltà. È una dichiarazione di poetica più che una cautela. Ginzburg rifiuta tanto l’autobiografia confessionale quanto la finzione pura, e sceglie una terza via, quella di una cronaca affettuosa e sorvegliata, in cui il privato si fa storia senza mai alzare la voce.

Il nucleo del libro è nel titolo. Ogni famiglia, scrive Ginzburg, possiede un vocabolario proprio, fatto di frasi, di modi di dire, di sentenze ripetute fino a diventare un codice che solo i consanguinei sanno decifrare. «Non fate malagrazie», «sbrodeghezzi», «negrigure»: l’espressione del padre Giuseppe Levi, scienziato triestino, anatomista di fama, dai furori leggendari, non è mai folklore. È un’impronta digitale. Qui si sente la lezione che la filosofia del Novecento, da Wittgenstein in avanti, ha messo a fuoco. Il significato abita nell’uso, e i giochi linguistici hanno senso soltanto dentro una forma di vita. Per Ginzburg la forma di vita è la casa torinese dei Levi, con i suoi cinque figli, la madre Lidia dalle canzoni sempre pronte, gli amici di famiglia che entrano ed escono, tra cui Turati, Olivetti, Pavese.
Proprio la scrittura è la seconda grande intuizione del libro. Ginzburg adotta una prosa apparentemente povera, fatta di frasi brevi, di paratassi, di ripetizioni quasi infantili, di elenchi senza enfasi. Dietro questa semplicità c’è una disciplina ferrea, maturata nel lavoro editoriale presso Einaudi e nella frequentazione di Pavese, maestro nel togliere. Il confronto con Paula di Isabel Allende, che pure nasce dallo stesso impulso di raccontare una genealogia, è istruttivo: dove la scrittrice cilena si abbandona all’effusione e al pathos, Ginzburg si trattiene, e proprio dal trattenersi ricava la commozione. L’emozione non è dichiarata, è lasciata affiorare dal dettaglio, come in Cechov, dove un gesto minimo vale più di una confessione.
La Storia, intanto, entra nelle pagine senza clamore. Il fascismo, le leggi razziali, l’arresto dei fratelli, il confino in Abruzzo con il marito Leone Ginzburg, morto nel carcere romano di Regina Coeli nel 1944 per le torture subite, tutto viene detto con una pacatezza che ha qualcosa di vertiginoso. Ginzburg non indulge al lamento: la morte di Leone è consegnata a poche righe, quasi a dire che il dolore vero non sopporta l’ornamento. Questa reticenza non è freddezza ma pudore, e richiama il principio di Primo Levi, scrittore torinese e frequentatore degli stessi ambienti, secondo cui la testimonianza è tanto più efficace quanto più è sobria. Non a caso la domanda che attraversa il libro, che cosa resta quando le persone se ne vanno, trova risposta nelle parole che sopravvivono: una frase del padre, una canzone della madre, un nome di battaglia.
C’è poi una dimensione filosofica più sottile, che riguarda il tempo. Ginzburg scrive dopo, a distanza di anni, con la consapevolezza di chi ha perduto quasi tutti. Il libro è attraversato da una malinconia leggera, non priva di umorismo, perché i personaggi sono vivissimi proprio nelle loro manie: il padre che urla contro i fidanzati dei figli, la madre che minimizza ogni tragedia, i fratelli che si prendono in giro. La comicità è la forma che la tenerezza assume quando non vuole dirsi. Ritorna in mente Proust, ma ribaltato: nessuna cattedrale della memoria, nessuna madeleine, solo un lessico minuto che conserva ciò che i grandi sistemi dimenticano.
Lessico famigliare insegna che si può raccontare un secolo attraverso una tavola apparecchiata, e che l’amore, quando è autentico, si riconosce dalle parole che continuano a ripetersi anche quando non c’è più nessuno a pronunciarle.