di Maurizio de Giovanni, Feltrinelli 2025
Il tempo per alcuni è una corsa incessante, per altri un passo lento e incerto. Per qualcuno, invece, si è arrestato per sempre. E la storia d’Italia è un filo spezzato: un orologio fermo alla stagione del piombo e del sangue. In questo silenzio immobile sono immersi Vera Coen e Andrea Malchiodi. Ha il destino scritto nel nome, Vera. Lavora come giornalista per un quotidiano locale e considera la ricerca della verità una missione. Ma a quarant’anni si ritrova con un lavoro insoddisfacente e precario, i dubbi di aver sbagliato tutto ad affollarle la mente e una scoperta sconvolgente con cui fare i conti.

Il professor Andrea Malchiodi di anni ne ha quarantatré e ha incassato le delusioni di una carriera accademica spezzata da uno scandalo, in cui è stato ingiustamente coinvolto, insieme all’amarezza per un matrimonio finito. A separarlo dalla moglie e dalla figlia c’è un oceano di incomprensione. Ad affliggerlo, il dolore per la malattia della madre che lo ha cresciuto da sola, dopo averlo concepito in una notte nei primi anni settanta, gli anni della rivolta. Un giorno come tanti, Andrea si trova davanti Vera. La giornalista lo mette a parte di un’incredibile rivelazione. C’è qualcosa che li lega. Un fatto di sangue accaduto quattro decenni prima. Una ferita nel lontano passato di lei che riscrive il passato di lui. E da quel momento per Andrea tutto cambia.
Comincia così un’indagine nelle tenebre più fitte della notte della Repubblica, a caccia del misterioso “uomo degli ingranaggi”, l’esperto di armi ed esplosivi, militante di un’organizzazione combattente, poi primula rossa e custode di segreti inconfessabili. Il nastro si riavvolge fino al principio degli anni ottanta, sospesi tra gli ultimi fuochi della lotta armata e le prime luci di un’età che si presenta come nuova e invece è dominata dai Gattopardi di sempre.
Vera Coen è una giornalista d’inchiesta per cui la ricerca della verità non è semplicemente un mestiere, ma la forma mediante cui dare significato all’esistenza. Un’esistenza che porta con sé un dolore profondo: la morte violenta del padre in un attentato negli anni di piombo, episodio irrisolto che ha cristallizzato il suo tempo interiore. Questo lutto non è mai stato metabolizzato, agisce anzi come lente deformante attraverso cui interpretare ogni relazione e ogni pista investigativa. La sua determinazione indomita, al tempo stesso virtù e fardello, la rende una figura tragica e luminosa.
Andrea Malchiodi offre un contrasto emblematico: un docente universitario la cui esistenza è stata disintegrata da accuse di molestie che lo travolgono ingiustamente, distruggono la carriera, la reputazione e il rapporto con la figlia. In Andrea si legge la ferita di chi è stato ostracizzato dal proprio stesso mondo, costretto a confrontarsi con la propria fragilità e a vivere nella dissonanza tra quello che è stato e quello che avrebbe potuto essere. La sua presenza nella narrazione assume la forma di un tempo spezzato: un uomo che, come un orologio difettoso, non riesce a ritrovare il ritmo della sua esistenza.
«Nella mente ritorna prepotente un boato, poi la polvere e il silenzio successivo. Nessuno parla mai del silenzio successivo. Ci si concentra soltanto sul fragore, sulle urla, le invocazioni d’aiuto. E invece dopo un’esplosione c’è un lungo momento di profondo silenzio. Ogni volta. Lui lo sa. Perché è stato artefice di un numero imprecisato di deflagrazioni.»
Il rapporto tra Vera e Andrea si snoda sulla linea sotterranea di una verità familiare dolorosa: senza che entrambi lo sappiano all’inizio, le loro vite sono legate da un antico crimine politico. Il padre di Vera e quello di Andrea sono coinvolti nella stessa tragedia irrisolta. Questa connessione è il cuore morale del romanzo: un’esplorazione di come le scelte di una generazione precedente si riversino inesorabilmente nelle esistenze dei figli, plasmandone identità, paure e desideri.
L’orologiaio di Brest è una vecchia foto dimenticata, rimasta fuori dall’album di famiglia, è il ricordo rimosso che la risacca della memoria riporta alla coscienza, la verità celata che sconvolge le vite rimettendole in prospettiva. Maurizio de Giovanni scrive il romanzo che non aveva mai scritto: una storia che interroga il rapporto tra colpa e innocenza, memoria e oblio, verità e segreti, ma soprattutto che indaga il più indecifrabile dei legami, quello tra padri e figli.
Si presenta come un romanzo che, pur muovendosi entro coordinate narrative riconoscibili, tenta una torsione più intima e malinconica rispetto ad altre opere dell’autore. Qui l’indagine non è soltanto un meccanismo per far avanzare la trama, ma diventa soprattutto una lente attraverso cui osservare il tempo, la memoria e la colpa, elementi che De Giovanni maneggia con una consapevolezza matura. Il romanzo ruota attorno a una figura apparentemente marginale, l’orologiaio, mestiere antico e per definizione paziente, quasi ostinato, che diventa metafora centrale della narrazione. L’orologiaio non aggiusta soltanto strumenti preziosi e delicati, ma tenta di rimettere ordine in un flusso che per i personaggi appare irrimediabilmente spezzato. De Giovanni costruisce intorno a questa figura un’atmosfera di attesa e di silenzio, fatta di gesti minimi, di osservazioni laterali, di parole che spesso sembrano più suggerite che pronunciate. È un romanzo che procede per accumulo emotivo più che per accelerazioni improvvise, e che chiede al lettore una disponibilità all’ascolto e alla lentezza.
Dal punto di vista stilistico, De Giovanni rinuncia volutamente a qualsiasi compiacimento spettacolare. Non ci sono scene madri costruite per stupire, né colpi di scena studiati per ribaltare improvvisamente la prospettiva del lettore. La tensione nasce piuttosto da una lenta presa di coscienza, da un progressivo avvicinamento a una verità che, una volta rivelata, non libera ma pesa. È una scelta coraggiosa, che può spiazzare chi si aspetta una narrazione più tradizionalmente “gialla”, ma che rafforza la coerenza interna del libro.
Il romanzo si distingue anche per un uso misurato del dialogo, spesso ellittico, carico di non detti. I personaggi parlano poco e ascoltano molto, e ciò che resta sospeso tra una battuta e l’altra conta quanto, se non più, delle parole pronunciate. Questa economia del linguaggio contribuisce a creare un’atmosfera di costante trattenimento emotivo, come se ogni personaggio temesse che dire troppo significhi rompere un equilibrio già fragile.
L’orologiaio di Brest può essere letto anche come una riflessione sul mestiere stesso dello scrittore. Così come l’orologiaio lavora su meccanismi minuscoli e invisibili, lo scrittore interviene su dettagli apparentemente insignificanti per restituire un senso complessivo. De Giovanni sembra consapevole di questa analogia e la utilizza per interrogarsi sul valore della precisione, della pazienza, della fedeltà a un ritmo interiore che non può essere forzato senza compromettere l’intera costruzione.