L’arte, l’ambizione, l’amicizia e l’amore sono al centro del film campione d’incassi assoluto del cinema giapponese Kokuho – Il maestro di kabuki, diretto da Lee Sang-il, tratto dal monumentale romanzo omonimo di Yoshida Shuichi, che arriva dal 30 aprile nei cinema con Tucker Film.
Il regista non ha lesinato sulla grandiosità stilistica e narrativa (è in corsa agli Oscar per il miglior trucco), firmando una storia epica lunga cinquant’anni. Protagonista il giovane Kikuo (Soya Kurokawa/Ryo Yoshizawa), figlio di un boss della yakuza, che si fa notare durante un banchetto a Nagasaki esibendosi in un ruolo kabuki femminile. Tra gli ospiti l’attore kabuki Hanjiro Hanai (Ken Watanabe) che riconosce immediatamente il talento del quattordicenne.
Dopo la morte del padre di Kikuo, Hanjiro accoglie il ragazzo con sé e si trasferisce con lui a Osaka. Lì, Kikuo cresce insieme al figlio di Hanjiro, Shunsuke (Keitatsu Koshiyama/Ryusei Yokohama). Nonostante le loro diverse origini, i due stringono una forte amicizia, mentre vengono formati insieme sotto la guida di Hanjiro. Solo uno di loro, però, diventerà il più grande maestro di kabuki della sua epoca.
«Il kabuki – spiega Lee Sang-il – è un simbolo di inestimabile valore culturale ed è governato dal principio della discendenza: l’arte viene tramandata dai padri ai figli, e poi ai nipoti, per continuare a garantirle il rango di ‘tesoro nazionale’. Questo, per gli eredi, rappresenta un privilegio ma anche una maledizione: devono dimostrare costantemente il loro talento e la loro passione. Sono messi costantemente a confronto e devono superare il talento di chi li ha preceduti. In questo ecosistema chiuso e ristretto, gli attori salgono sul palco con un destino predeterminato. E, una volta sul palco, vi rimangono fino all’ultimo respiro…».