Quando qualcuno riesce a parlare agli uomini in modo libero, semplice e autentico, finisce inevitabilmente per mettere in crisi il potere costituito. Lo sostiene Giovanni Veronese che, pur se convinto che la comicità sia una cosa estremamente seria, per il suo nuovo film, Dio Ride, da oggi nelle sale con Piper Film, ha deciso di cambiare prospettiva: aspettare la luce giusta, inseguire le albe, mettere al centro lo sguardo, per filmare ciò che gli dava emozione. E tutti questi elementi, che hanno esaltato la recitazione del sempre formidabile Pierfrancesco Favino, interprete di frate Leopoldo, hanno reso la pellicola davvero emozionante. Determinante la presenza di Silvio Orlando (nei panni del Cardinale Maculani), Alma Noce (Isabella Del Debbio), Francesco Gheghi (fraticello), Maurizio Lombardi (fra Monaldo), Paolo Rossi (priore), Giselda Volodi (Palmina), Carlo Cecchi, (Papa Innocenzo X), la fotografia di Maurizio Calvesi, la scenografia di Carmine Guarino, i costumi di Carlo Poggioli, le musiche di Paolo Buonvino.
Liberamente ispirato a fatti realmente accaduti, il film racconta una vicenda del Seicento che parla profondamente del presente, mettendo al centro la libertà e il rapporto tra l’uomo e il potere attraverso la storia di un frate che, con la forza della sua umanità, cambia la vita delle persone che incontra. Non soltanto una storia di fede religiosa, ma anche quella nelle proprie convinzioni, nella libertà di pensiero e nel coraggio di restare fedeli a ciò che si è. “Per questo il personaggio di Leopoldo non è un eroe consapevole, ma un uomo puro, incapace di rinunciare alla propria natura – spiega il regista -. Con Favino abbiamo costruito fra Leopoldo passo dopo passo, lavorando su ogni dettaglio, sul dialetto, sul modo di guardare e di raccontare, fino a trovare un personaggio che sembrava vivere di vita propria”. Anche con tutti gli altri interpreti e la troupe, ha avuto un continuo, perfetto scambio creativo. “Ognuno ha portato al film qualcosa di unico, entrando con rispetto e sensibilità nel mondo che stavamo costruendo” sottolinea Veronesi.
Ha poi cercato una natura capace di suggerire il senso del sacro senza doverlo spiegare: rocce, fiumi, boschi, spazi aperti che restituissero la sensazione di qualcosa di più grande dell’uomo. “Per la prima volta ho sentito di poter usare la macchina da presa non soltanto per raccontare una storia, ma per scrivere con le immagini – aggiunge -, in modo che ogni quadratura avesse il peso, il ritmo e il significato di una frase”.