di Antonio Fogazzaro, 1895
Considerato il capolavoro di Fogazzaro, Piccolo mondo antico è il quarto dei suoi romanzi e ne anticipa altri tre che proseguono la vicenda narrata.

Partiamo dalla scena che, a mio avviso, regge l’intero libro: la morte della piccola Maria, la «Ombretta», annegata nel lago mentre i genitori, Franco e Luisa, sono lacerati da una guerra domestica che non riescono a smettere di combattere. Non c’è nulla di più semplice e nulla di più atroce. Fogazzaro, che aveva perso a sua volta una figlia, Gina, nel 1883, scrive qui con una delicatezza che altrove gli manca. Quel lutto non è un espediente patetico, ma il punto in cui il romanzo smette di essere affresco storico e diventa interrogazione sul dolore. Franco, il marchese illuminato e cospiratore, e Luisa, la moglie tenace e implacabile nei suoi rancori, scoprono che l’amore non basta a ripararsi dalla colpa e che solo la sofferenza condivisa riesce a ricomporre ciò che le ideologie avevano separato.
Eppure sarebbe riduttivo leggere il libro come un dramma coniugale. Lo sfondo è la Lombardia austriaca tra il 1850 e il 1859, il Lago di Lugano che Fogazzaro conosceva dall’infanzia (Valsolda era la sua casa dell’anima), e un’Italia che si prepara al Risorgimento attraverso piccole ostinazioni quotidiane. Qui la scelta del titolo diventa rivelatrice: «piccolo» e «antico» non sono aggettivi nostalgici ma programmatici. La grande Storia, quella di Cavour e di Magenta, passa ai margini, filtrata da lettere, sospetti, perquisizioni. Chi ha amato I promessi sposi riconoscerà la lezione manzoniana, ma Fogazzaro la rovescia con intelligenza. Laddove Manzoni voleva mostrare l’ordine provvidenziale dentro il disordine degli eventi, lui mostra come la Provvidenza si manifesti nelle crepe dell’animo individuale, e lo fa con un’inquietudine che Manzoni non avrebbe tollerato.
Il vero scontro filosofico, infatti, è dentro la coppia. Franco incarna un cattolicesimo liberale, aperto, fiducioso nel progresso; Luisa è la fedeltà all’intransigenza, la volontà che non si piega. Ma è lo zio Piero, ingegnere e patriota che muore senza aver visto l’Italia unita, a dare al romanzo la sua voce più nobile. La sua ostinata fedeltà a un ideale che non vedrà mai realizzato ha qualcosa dello stoicismo di Seneca, ma temperato dalla pietas cristiana. Qui Fogazzaro dialoga con il pensiero del suo tempo: il modernismo cattolico, di cui sarà un protagonista con Il Santo (1905, messo all’Indice), nasce proprio da questa convinzione che la fede debba attraversare la modernità senza irrigidirsi. Si sente, sotto la superficie, l’eco di Rosmini, che Fogazzaro leggeva con passione, e di quella tradizione che vuole l’anima umana capace di cogliere l’assoluto nel particolare.
Sul piano letterario, il romanzo è una curiosa creatura di confine. Nel 1895 il naturalismo di Verga aveva già mostrato come si possa raccontare l’Italia senza consolazioni, mentre D’Annunzio stava inventando l’estetismo. Fogazzaro si colloca in uno spazio tutto suo, a metà fra il realismo psicologico e una religiosità sentimentale che qualcuno, Croce in testa, trovò sospetta. Il giudizio crociano, severo verso quella che chiamava una commistione di sensualità e devozione, ha pesato a lungo sulla fortuna critica dello scrittore. Rileggendo oggi, però, quel rimprovero appare quasi un complimento involontario. La forza di Fogazzaro sta proprio nel non separare ciò che nella vita è mescolato, nel mostrare come il desiderio, la fede, la politica e il lutto si intreccino senza gerarchie.
I personaggi minori meritano una menzione a parte, perché è lì che l’autore si diverte. La marchesa Orsola, nonna di Franco, con il suo rigore aristocratico e la sua feroce fedeltà all’Austria, è un ritratto di cattiveria quasi comica. Pasotti, il vicino meschino e opportunista, è una piccola gemma di satira provinciale che ricorda certi personaggi gogoliani. Fogazzaro sa essere crudele con i suoi caratteri senza mai smettere di capirli, e questo sguardo bifocale, severo e indulgente insieme, è forse la sua qualità più sottovalutata.
I difetti ci sono, e sarebbe disonesto tacerli. Il ritmo cede nella parte centrale, dove la trama cospirativa si fa schematica; alcune pagine di effusione religiosa sono più pie che convincenti; e il lessico, a tratti, sa di libreria ottocentesca. Ma sono limiti che il romanzo ripaga con una cosa rarissima: la capacità di far sentire il peso specifico delle decisioni morali. Quando Luisa, anni dopo, ritrova una forma di pace, non lo fa per un colpo di scena, ma per un lento lavoro di consunzione dell’orgoglio, e il lettore ne esce con la sensazione sottile che qualcosa sia stato realmente compreso.
Resta, alla fine, l’immagine del lago. Fogazzaro lo descrive con la devozione di chi ci è nato, ma non lo rende mai un semplice fondale; esso è il luogo dove la bellezza e la perdita convivono, dove un paesaggio può essere insieme culla e tomba. È un romanzo che invita a leggere la Storia dal basso e la fede dall’interno, senza trionfalismi, e che dimostra come un piccolo mondo, se guardato con attenzione, può contenere tutto.