Di Cesare Pavese, Einaudi 1948
Questo romanzo uscì da Einaudi tra il 1948 e il 1949 nel volume Prima che il gallo canti, dove Cesare Pavese riunì due romanzi brevi lontani nel tempo e affini nell’ispirazione: Il carcere, scritto nel 1938-39 sull’esperienza del confino, e questo, composto tra il 1947 e il 1948, quando la guerra era finita da poco. Il titolo dell’insieme rimanda al Vangelo, all’annuncio del rinnegamento di Pietro prima del canto del gallo, ed è più di un ornamento. Entrambi i romanzi parlano di un uomo che si è sottratto, che ha scelto di non scegliere e che deve fare i conti con quel rifiuto. Nel panorama della letteratura resistenziale La casa in collina ha una posizione singolare, perché non è il libro di chi ha combattuto ma di chi ha guardato gli altri combattere, e ne porta addosso il peso. Proprio per questo è uno dei testi più onesti e più inquieti che l’Italia del dopoguerra abbia prodotto sulla propria guerra civile.

Per capire la genesi di quell’inquietudine bisogna guardare a Pavese. Nato nel 1908 a Santo Stefano Belbo, paesino nelle Langhe, si trasferì presto a Torino, dove studiò al liceo D’Azeglio e ricevette l’insegnamento di Augusto Monti, maestro di antifascismo civile per una generazione intera: negli stessi banchi sedettero Leone Ginzburg, Massimo Mila, Norberto Bobbio. Laureatosi nel 1930 con una tesi su Walt Whitman, cominciò a tradurre gli americani (Melville, il cui Moby Dick uscì nel 1932, poi Joyce, Dos Passos, Faulkner, Defoe) ed entrò nella casa editrice Einaudi, fondata nel 1933. Arrestato nel maggio 1935 per i suoi legami con ambienti antifascisti, fu inviato al confino a Brancaleone, in Calabria, da cui tornò nel 1936 con un’amarezza che non lo avrebbe più lasciato. Seguirono Lavorare stanca, la raccolta di poesie del 1936, e Paesi tuoi del 1941, con cui trovò la propria voce di narratore. Nel 1943, dopo l’armistizio, si rifugiò prima nel Monferrato e poi in un collegio religioso di Casale, mentre amici come Leone Ginzburg sceglievano la lotta clandestina, e Ginzburg moriva nel febbraio 1944 nel carcere romano di Regina Coeli dopo le torture. Quel confronto, tra chi si era esposto e chi si era messo al riparo, sta alla radice del romanzo. Dopo la Liberazione Pavese si iscrisse al Partito comunista e scrisse Il compagno (1947), ma non si liberò mai davvero dal sospetto di essersi sottratto nel momento decisivo.
La trama è lineare e volutamente povera di eventi. Corrado, un insegnante di Torino che vive solo e non ha legami forti con nessuno, trascorre le notti sulle colline sopra la città, dove ha trovato alloggio presso due donne, Elvira e sua madre, per sfuggire ai bombardamenti alleati che devastano i quartieri. Ogni mattina scende in città a lavorare e ogni sera risale, in compagnia del suo cane Belbo, a quella casa che è insieme rifugio e sospensione della vita. In un’osteria conosce un gruppo di giovani che parlano di guerra e di politica, e ritrova Cate, una donna che aveva amato anni prima, e il figlio di lei, Dino, un ragazzo su cui Corrado si interroga senza mai riuscire ad ammettere fino in fondo il sospetto che possa essere suo. Dopo l’8 settembre, quando l’esercito si sbanda e l’Italia si spezza in due, gli amici di Cate si dedicano alla lotta clandestina, mentre Corrado si ritira sempre più, sceglie una fuga dopo l’altra, trova ospitalità presso religiosi e infine riprende il cammino verso i luoghi dell’infanzia. Le vicende dei compagni si disperdono tra arresti e rappresaglie, e lui si ritrova, alla fine, a guardare i morti di quella guerra senza poter più dire di non averne fatto parte.
Il nucleo del romanzo è la colpa, e la sua forza sta nel modo in cui Pavese la tratta. Corrado non è un vile da denunciare né un ingenuo da compatire: è un uomo lucido, intelligente, capace di analizzarsi con spietatezza e proprio per questo incapace di agire. Sa quello che dovrebbe fare, lo dice con chiarezza a se stesso, e tuttavia non lo fa, trovando ogni volta una ragione (la stanchezza, la prudenza, il bisogno di restare da solo) che gli permette di rimandare la scelta. Il romanzo diventa così una lunga autoanalisi, in cui il protagonista scopre di essere stato, per tutta la vita, uno spettatore. La casa in collina, che nel titolo sembra promettere un luogo di pace, si rivela una specie di prigione volontaria, un altrove da cui si osserva il mondo senza abitarlo. È un tema che Pavese conosceva dall’interno e che ha attraversato tutta la sua opera, dalla solitudine dei personaggi di Paesi tuoi al rifiuto di ogni compromesso nel Diavolo sulle colline, fino alle note del diario, Il mestiere di vivere, pubblicato postumo da Einaudi nel 1952, dove l’incapacità di stare nel mondo diventa questione esistenziale.
Il romanzo trova il proprio senso nelle pagine finali, dove la riflessione individuale si allarga alla condizione collettiva. Corrado, passata la tempesta, si ritrova davanti ai cadaveri di giovani caduti dall’una e dall’altra parte, e capisce che la distinzione tra vincitori e vinti, tra giusti e ingiusti, non basta a spiegare ciò che ha visto. La frase con cui il libro si avvia alla conclusione, secondo cui ogni guerra è una guerra civile e ogni caduto somiglia a chi resta e gli chiede conto, è una delle più citate della letteratura del Novecento italiano e ha alimentato discussioni infinite. Non nega la legittimità della scelta antifascista, né cerca una simmetria tra le parti, ma introduce un’idea di pietà che precede e sopravvive alla politica: quei morti, chiunque siano, sono corpi, hanno avuto una madre e una vita, e chi rimane non può fingere di non saperlo. Pavese si colloca qui vicino a Vittorini, che in Uomini e no (1945) si era chiesto che cosa resti dell’uomo in chi combatte, ma con un tono più sommesso e privo di ogni tentazione allegorica.
Lo sfondo storico è restituito con grande economia di mezzi, e proprio per questo risulta credibile. Torino era stata colpita duramente dai bombardamenti alleati tra il 1942 e il 1943, e la popolazione aveva preso l’abitudine di sfollare sulle colline circostanti, dove le famiglie affittavano stanze e le case di campagna si riempivano di gente in fuga. Nel marzo 1943 gli operai delle fabbriche torinesi, a cominciare dalla Fiat Mirafiori, avevano dato vita ai primi grandi scioperi in pieno regime, segno di un logoramento che il fascismo non sarebbe riuscito a nascondere. Dopo l’armistizio dell’8 settembre, l’occupazione tedesca e la nascita della Repubblica sociale trasformarono le colline e le campagne del Piemonte in un territorio conteso, dove si nascondevano partigiani, sbandati, ebrei e renitenti alla leva, e dove i rastrellamenti seguivano ogni azione di guerriglia. Pavese non ricostruisce gli eventi in forma di cronaca, ma li lascia filtrare attraverso la percezione limitata di Corrado, che ne coglie i segnali senza mai afferrarne il quadro d’insieme. È una scelta che dice qualcosa sul modo in cui la guerra fu vissuta da molti, come una serie di rumori, di voci, di notizie incerte che arrivavano da lontano.
Sul piano dello stile il romanzo è retto da una prima persona sobria, diaristica, che procede per frasi brevi e per ripetizioni, con un lessico volutamente povero e un ritmo che ricorda la lezione dei narratori americani tradotti da Pavese. Nel saggio Ieri e oggi (1947), poi raccolto nel volume La letteratura americana e altri saggi (Einaudi, 1951, a cura di Italo Calvino), lo scrittore aveva rivendicato il debito verso quella tradizione, in cui aveva trovato un modo di trasformare il parlato in lingua letteraria senza cadere né nel dialetto né nella retorica. Ma accanto al realismo emerge in Pavese una vena diversa, quella del mito, coltivata nei Dialoghi con Leucò (1947) e alimentata dalla lettura di Frazer, di Vico e della psicologia del profondo: le colline, il paese, l’infanzia non sono soltanto luoghi, ma forme dell’esperienza, spazi in cui il tempo si sospende e il passato torna a chiedere conto. Ne La casa in collina questa dimensione affiora nelle pagine dedicate al ritorno, dove il paesaggio cessa di essere sfondo e diventa presenza, custode di una verità che Corrado ha cercato di evitare.
Il confronto con gli altri romanzi della Resistenza aiuta a coglierne l’originalità. Calvino, nel Sentiero dei nidi di ragno, sceglie lo sguardo di un bambino e la chiave della fiaba, tanto che proprio Pavese, recensendo il libro sull’Unità, lo definì il lavoro di uno scoiattolo della penna, arrampicato sugli alberi a osservare la vita partigiana come una favola di bosco; Renata Viganò, nell’Agnese va a morire, racconta la lotta in pianura con intonazione popolare e corale; Fenoglio, in Una questione privata (1963) e nel Partigiano Johnny, restituisce la guerra dall’interno, con un realismo duro e senza nessuna certezza ideologica. Pavese sceglie l’unica prospettiva che nessuno di loro adotta fino in fondo, quella di chi non combatte, e la porta alle sue conseguenze estreme. Il suo Corrado è l’opposto del Milton di Fenoglio: dove quest’ultimo corre nella nebbia inseguendo un’ossessione, il professore torinese fugge da tutto e trova nella fuga la propria condanna. Levi, con Se questo è un uomo, stava scrivendo intanto un libro di testimonianza assoluta; Pavese risponde con una confessione di segno opposto, quella di chi non ha nulla da testimoniare se non la propria assenza.
La ricezione fu complessa, e in parte ancora lo è. Una parte della critica di ispirazione marxista lesse il libro con sospetto, individuandovi un esito decadente, una complicità con la debolezza dell’intellettuale che non sceglie, e non mancò chi rimproverò a Pavese di aver dato dignità letteraria a un atteggiamento politicamente colpevole. Altri, al contrario, riconobbero nella confessione di Corrado un atto di coraggio, e l’incapacità di uscire dal proprio isolamento venne letta come il vero soggetto del romanzo. Calvino, nel saggio Pavese: essere e fare (1960), avrebbe collocato lo scrittore tra i grandi della sua generazione, sottolineando la tensione tra la ricerca di un rapporto autentico con il mondo e l’incapacità di viverlo. La morte di Pavese, il 27 agosto 1950 in una camera d’albergo a Torino, pochi mesi dopo il Premio Strega vinto con La bella estate, ha inevitabilmente gettato una luce cupa sulla rilettura del libro, e ancora oggi è difficile non cercare tra le sue pagine i segni di un destino. Sarebbe però un errore ridurre l’opera a documento biografico: il suo valore sta nella precisione con cui individua una condizione universale.
Non mancano, naturalmente, i limiti. I personaggi femminili, Cate ed Elvira, restano più evocati che approfonditi, e sono spesso filtrati dallo sguardo di Corrado, che li tratta come specchi dei propri sensi di colpa piuttosto che come persone autonome. Il tono autoanalitico, a tratti, rischia di ripiegarsi su se stesso, e alcune pagine centrali procedono con una monotonia che un lettore impaziente potrebbe avvertire come stasi. La pagina finale, poi, con il suo passaggio dal racconto alla sentenza, ha qualcosa di programmatico che non tutti sono disposti ad accettare. Ma anche queste asprezze appartengono alla natura del libro, che non vuole offrire una storia risolta ma un’esperienza di disagio, e che rifiuta di consolare il lettore con la sicurezza di una parte giusta.
A più di settant’anni dalla sua uscita La casa in collina continua a interrogare chi lo legge, forse più di molti romanzi che celebrano la Resistenza con maggiore aderenza ai fatti. Il suo lascito non è una tesi, ma una domanda scomoda: che cosa significa vivere in un tempo in cui la storia esige una scelta e ci si accorge di aver trascorso la vita a evitarla? Pavese non assolve né condanna Corrado, non lo giustifica né lo umilia, lo lascia davanti ai morti e alla propria coscienza. E in questo silenzio, in questa rinuncia a ogni conclusione rassicurante, il libro trova la sua durata: perché la colpa di chi è rimasto a guardare, in ogni epoca, non si risolve con una sentenza, ma con la lucidità di chi sa di non potersi nascondere alla propria coscienza.