È la serie maledettamente divertente di Katie Dippold per Apple TV+
Trovare un punto di equilibrio perfetto in cui il terrore viscerale e una cinica risata coesistano senza annullarsi è un’operazione complessa e la prima stagione della serie Widow’s Bay sembra riuscire in questo miracolo narrativo. Composta da dieci episodi, la serie ideata da Katie Dippold per Apple TV+ s’impone come una delle rivelazioni più originali della stagione televisiva, ridefinendo i confini della horror comedy grazie a una scrittura affilata, una direzione artistica impeccabile e interpretazioni destinate a rimanere impresse nella memoria dello spettatore.
Al centro della narrazione c’è Tom Loftis, interpretato da un monumentale Matthew Rhys, il sindaco di una sonnolenta e apparentemente pittoresca isola del New England che dà il nome alla serie. Il suo obiettivo primario è tanto banale quanto disperato: modernizzare l’isola e trasformarla in una meta turistica d’élite, cercando di attirare l’attenzione dei media nazionali. Tuttavia, Widow’s Bay non è una comune località balneare; l’isola è gravata da una maledizione secolare che si manifesta attraverso nebbie velenose, streghe marine che marcano le proprie prede, clown assassini emersi dagli incubi e un assassino mascherato in stile Jason Voorhees noto storicamente come Boogeyman. La genialità della premessa risiede nello scontro frontale tra la pervicace incredulità burocratica del sindaco e la rassegnata, quasi quotidiana familiarità che la bizzarra popolazione locale ha sviluppato nei confronti dell’assurdo e del macabro. La differenza sta nel fatto che il sindaco, semplicemente, non è nato sull’isola.

La struttura della serie adotta il modello del workplace comedy calato in un contesto alla Howard Phillips Lovecraft. Gli uffici comunali diventano il quartier generale di una resistenza involontaria, dove si discute di bilanci turistici e, nello stesso tempo, di come arginare apparizioni spettrali con la stessa pragmatica noncuranza. Questa commistione dà vita a dinamiche comiche irresistibili, basate sul contrasto continuo: la paura non viene disinnescata dalla battuta, ma è proprio la rigidità dei meccanismi sociali e burocratici di fronte all’orrore cosmico a generare l’umorismo. Se l’isola richiama immediatamente le atmosfere nebbiose e opprimenti dei racconti di Stephen King o i villaggi costieri di Lovecraft, la gestione dei rapporti interpersonali strizza l’occhio alle dinamiche disfunzionali di serie come Parks and Recreation o Schitt’s Creek, creando un ibrido unico.
Gran parte del merito di questa riuscita va attribuito al team creativo che si cela dietro le quinte. La serie è stata creata e interamente scritta da Katie Dippold, sceneggiatrice che ha fatto della commedia d’azione e dell’ironia applicata ai generi il suo marchio di fabbrica. Dippold dimostra qui una maturità straordinaria, destreggiandosi tra i cliché del cinema slasher e le finezze del dramma psicologico. Accanto a lei, la produzione esecutiva e la regia dei primi cinque episodi sono affidate a Hiro Murai, la cui impronta visiva è immediatamente riconoscibile. Murai, celebre per il suo lavoro magistrale nella serie Atlanta, impone a Widow’s Bay un ritmo ipnotico e una fotografia livida, tipica del cinema horror d’autore moderno. La sua regia non cerca mai la risata facile attraverso inquadrature ammiccanti; al contrario, tratta l’elemento spaventoso con assoluta serietà formale, amplificando l’effetto comico proprio per via della freddezza e del realismo con cui le assurdità vengono messe in scena. La macchina da presa si muove lenta nei corridoi, indugia sulle ombre e costruisce una tensione palpabile, per poi spezzarla non con un jumpscare prevedibile, ma con un’uscita di scena bizzarra o un dettaglio burocratico fuori luogo.

Matthew Rhys offre una prova attoriale straordinaria, confermando una duttilità che spazia con disinvoltura dal dramma profondo alla commedia fisica e sfumata. Il suo Tom Loftis è un uomo consumato dal lutto per la perdita della moglie, un padre che tenta faticosamente di mantenere un legame con il figlio adolescente ribelle Evan, interpretato da Kingston Rumi Southwick. Rhys priva il personaggio di qualsiasi eroismo retorico: Tom è un uomo debole, profondamente scettico per autodifesa, timoroso, un burocrate che preferisce ignorare i graffi lasciati da una strega marina sul suo braccio pur di non ammettere che le leggende locali siano reali. L’attore gallese lavora mirabilmente sottotraccia, utilizzando la micro-espressività di un volto sempre più livido per comunicare il progressivo scivolamento del personaggio dall’arroganza della razionalità alla pura, disperata accettazione del sovrannaturale. I suoi duetti con Wyck Crawford, il pescatore locale e memoria storica dell’isola interpretato da uno straordinario Stephen Root, costituiscono il fulcro emotivo e filosofico della stagione. Root incarna la classica figura della Cassandra horror, l’anziano che lancia avvertimenti inascoltati, ma lo fa con una rozza e comica umanità che spoglia il tropo di ogni solennità.

Accanto a Rhys, la vera rivelazione della serie è Kate O’Flynn nel ruolo di Patricia Moyer, la bizzarra e solitaria assistente del sindaco. Lei incarna perfettamente lo spirito della serie. O’Flynn compie un autentico prodigio attoriale, trasformando un personaggio potenzialmente bidimensionale in una figura magnetica e complessa. Patricia è un’emarginata sociale, perseguitata dal trauma di non essere stata creduta quando, durante l’adolescenza, sostenne di essere stata l’unica superstite del Boogeyman. Eppure qualcosa è successo anni prima e lei viene disprezzata per il fatto di non essere morta insieme alle sue coetanee. La performance di O’Flynn si muove su una linea sottilissima che separa l’eccentricità alienante dalla profonda vulnerabilità. Fisicamente, l’attrice evoca la tragica espressività di Shelley Duvall in Shining: la sua postura rigida, i movimenti degli occhi scattanti e un’aura perennemente stralunata la rendono il baricentro visivo di ogni inquadratura. L’ottavo episodio della stagione, intitolato significativamente Il tuo bagaglio, è un tour de force per l’attrice: una lunghissima e parodistica sequenza d’inseguimento in cui Patricia viene braccata dal leggendario assassino mascherato. Dippold e Murai costruiscono la scena ricalcando i canoni geometrici dello slasher classico, da Non aprite quella porta a Venerdì 13, ma l’effetto è esilarante: mentre il killer incede con la tipica lentezza inesorabile dei mostri cinematografici, Patricia corre a perdifiato con una scompostezza fisica che esprime tutta la sua goffa ma eroica determinazione a sopravvivere. E in tutto questo l’episodio 8 rischia di essere il più divertente di tutta la prima stagione; pensate cosa sono riusciti a costruire.

I temi dell’horror comedy in Widow’s Bay non si esauriscono nella pura superficie della parodia, ma scavano nelle nevrosi collettive della vita di provincia. L’orrore diventa la metafora perfetta delle colpe storiche non elaborate di una comunità. Attraverso flashback e digressioni temporali illuminanti, come nel memorabile quinto episodio ambientato nel 1702 che esplora le origini coloniali dell’isola e i peccati del suo fondatore Richard Warren, interpretato da Hamish Linklater, la serie mostra come il male non sia un’entità esterna, ma qualcosa di strutturale, radicato nelle fondamenta stesse del villaggio. La commedia nasce dal tentativo disperato dei vivi di normalizzare questo orrore pur di mantenere lo status quo o di difendere un barlume di stabilità economica. C’è una satira feroce del capitalismo provinciale nel modo in cui l’amministrazione comunale gestisce il coprifuoco imposto dopo la morte violenta del reverendo Bryce; i cittadini sono più preoccupati per il fallimento degli spettacoli pirotecnici e il calo delle prenotazioni alberghiere che per la presenza di forze demoniache.
I riferimenti culturali di Widow’s Bay sono stratificati e colti, spaziando tra media differenti con grande disinvoltura. Dal punto di vista letterario, oltre all’ovvio legame con la cittadina di Castle Rock di Stephen King o con la Innsmouth di Lovecraft, la serie evoca lo humour nero e grottesco delle opere di Shirley Jackson, in particolare Il podere e Abbiamo sempre vissuto nel castello, dove la paranoia comunitaria e l’eccentricità dei singoli si fondono in un abbraccio claustrofobico. Nel campo cinematografico, l’opera si inserisce nel solco tracciato da cult come Un lupo mannaro americano a Londra di John Landis o Hot Fuzz di Edgar Wright, pellicole capaci di rispettare rigorosamente le regole geometriche della tensione e della violenza pur mantenendo un impianto satirico e comico costante. Anche l’immaginario visivo de Lo squalo di Steven Spielberg viene qui omaggiato e ribaltato nella figura del sindaco che, esattamente come il primo cittadino di Amity Island, rifiuta di chiudere le spiagge e le attività commerciali di fronte al pericolo imminente, anteponendo il profitto stagionale alla sicurezza pubblica.

La coralità del cast secondario arricchisce ogni singolo episodio di sfumature memorabili. Kevin Carroll, nel ruolo del pragmatico e rassegnato sceriffo Bechir Clemmons, funge da perfetto contraltare alla follia circostante, muovendosi come un detective di un noir classico smarrito in un parco giochi degli orrori. Dale Dickey eccelle nei panni di Rosemary, un’impiegata comunale la cui totale assenza di empatia e la cui enciclopedica conoscenza delle torbide genealogie dell’isola forniscono alla serie alcuni dei momenti di comicità cinica e tagliente. Nota di merito va anche alla straordinaria partecipazione di K Callan nel ruolo di Ruth, l’anziana collega che si rivelerà l’ultimo anello di congiunzione con la stirpe maledetta dei fondatori dell’isola.
Visivamente, la prima stagione è un trionfo di composizione geometrica ed estetica autunnale. I paesaggi desolati del New England, le coste sferzate dal vento e le architetture coloniali in legno grigio non sono semplici sfondi, ma veri e proprie entità che opprimono i protagonisti. La colonna sonora asseconda questo dualismo orchestrando temi classici della tradizione horror, ricchi di archi stridenti e sintetizzatori vintage che richiamano il cinema di John Carpenter, alternandoli a improvvisi silenzi o a canzoni pop dal tono grottescamente allegro che commentano le scene di maggiore violenza o assurdità.

Il finale di stagione unisce tutti i fili conduttori della narrazione in un crescendo di tensione e rivelazioni. Tom Loftis è finalmente costretto a deporre le armi del suo scetticismo razionale. Il superamento della sua cecità burocratica coincide con il momento in cui decide di assumersi le proprie responsabilità, non più solo come sindaco alla ricerca di consenso e turisti, ma come uomo e padre intenzionato a proteggere la propria comunità e la propria famiglia. La prima stagione di Widow’s Bay si congeda così dal suo pubblico con un perfetto equilibrio narrativo, lasciando aperti interrogativi inquietanti sulla natura della maledizione e confermandosi come un’opera matura, capace di spaventare sinceramente e, un attimo dopo, di regalare perle di purissimo umorismo nero. Attendiamo con ansia la seconda stagione, già annunciata.