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Sull’infiltrazione di un sistema autoritario nella vita contemporanea Marco Bolognesi ha costruito il film Black Flag, che sarà presentato in anteprima al Trieste Science+Fiction Festivaldomenica 8 novembre ore 11.00 al Cinema Ariston . Ambientato nella città immaginaria di Sendai City, il film ritrae un regime oppressivo che costringe i cittadini a guardare una serie televisiva che celebra la violenza come modello e ideale di vita. La realtà viene distorta dalla propaganda, mentre la bandiera nera simboleggia il dominio totalitario, il controllo assoluto e la perdita della libertà individuale.
Opera dalle atmosfere cupe e fortemente politicizzata, BlackFlag offre un’avvincente metafora dei giorni nostri, dove la paura alimenta l’oppressione, la propaganda plasma la realtà e l’individualità è sotto assedio. La sua estetica ipnotica e temi universali come controllo, paura e resistenza lo rendono un’esperienza cinematografica incisiva e attuale, e un omaggio speciale a Matrix e Blade Runner.
Nato dall’incontro tra fantascienza, cyberpunk, cultura punk e memoria personale, l’universo di Sendai City agisce come un mito contemporaneo: una distopia che funziona da specchio critico sul presente e da rituale collettivo di catarsi. Un universo distopico e postumano attraverso il quale l’artista indaga il rapporto tra individuo e potere, la manipolazione dell’informazione, la propaganda, la cancellazione della memoria e la trasformazione del corpo attraverso la tecnologia.
Bolognesi è un artista transmediale e regista di cinema sperimentale la cui ricerca attraversa fotografia, disegno, installazione e cinema. La sua pratica si colloca tra found footage, cinema materialista e appropriation art, trasformando pellicole di scarto e fotogrammi fotocopiati attraverso colorazioni manuali, graffi e rimontaggi. Ne nascono visioni surreali in cui cinema e pittura si fondono, la memoria si deforma e mondi distopici prendono vita.
La sua formazione artistica è profondamente segnata dalla sindrome di Guillain-Barré che lo colpisce da bambino, al trauma dell’attentato del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna, che lo lascia in coma e con gravi conseguenze visive. È in questo contesto che Bolognesi trova nell’arte un linguaggio di resistenza e di rinascita. Il disegno diventa inizialmente la sua forma di comunicazione, per poi aprirsi al cinema e alle arti visive come strumenti attraverso cui trasformare l’esperienza individuale in un immaginario universale.