Una suggestiva, coinvolgente ballata western ambientata in Italia. Un anti-western che parte da premesse classiche (il cowboy, il duello, la fuga) per poi trasformarsi gradualmente in qualcosa di più magico e surreale. La propongono Alessio Rigo De Righi e Matteo Zoppis nel loro Testa o croce?, nelle sale dal 2 ottobre. Magistrale l’interpretazione dei protagonisti: una magnetica Nadia Yereszkiewicz e un magnetico Alessandro Borghi con uno straripante, stralunato John C. Reilly. A completare il cast Gianni Garko, Peter Lanzani, Mirko Artuso, Gabriele Silli.
La storia è ambientata agli inizi del ‘900, quando il Wild West Show di Buffalo Bill arriva a Roma per vendere agli italiani il mito della frontiera, a colpi di fucili a salve e spettacoli di cowboy. Durante una gara di doma la giovane moglie del signorotto locale si innamora del buttero che vince la sfida. In seguito all’omicidio del marito, Rosa e Santino fuggono insieme, ma sulla testa di lui viene messa una grossa taglia. Con Buffalo Bill sulle loro tracce, come in ogni ballata western che si rispetti, il destino lancia la moneta. E spesso, la verità resta sepolta sottoterra.
I western sono sempre stati uno specchio attraverso cui scorgere il contesto socioculturale in cui sono stati realizzati e anche questo film parla del mondo in cui viviamo: un mondo di false apparenze, individualista,
surreale, spesso ostile e malvagio, dove l’unico sentiero verso la redenzione è l’amore.
Il cowboy, l’eroe, viene messo in discussione e smontato pezzo dopo pezzo, fino a un ribaltamento totale. Girato in pellicola, alternando 35mm, Super 16 e digitale, per creare texture visive legate alle emozioni e ai punti di vista che esprimessero i diversi strati della storia: mitico, intimo, sognato.
“Il nostro film nasce da una passione profonda per le ballate popolari tramandate oralmente – spiegano i registi-, i racconti che da bambini ci venivano narrati come leggende di frontiera, dove la verità è sempre incerta e si trasforma, diventando mito”. Il loro intento era reinterpretare il genere in chiave italiana e contemporanea. “Il Wild West Show di Buffalo Bill è stato il punto di partenza, uno spettacolo itinerante che già all’epoca mescolava storia e finzione e costruiva miti attraverso la narrazione. Secondo i giornali dell’epoca i butteri locali sconfissero gli americani in una gara di doma. Da lì, abbiamo immaginato un film che si costruisce come racconto epico e postmoderno, dove realtà e finzione si confondono, e dove la narrazione stessa diventa parte del film – continuano i due autori-. Abbiamo girato tra il Lazio e la Maremma, tra paludi bonificate, montagne e mare. Volevamo evitare il western ‘polveroso’ e ci siamo ritrovati con un western ‘fangoso’”.