Esce nei cinema The Conjuring. Il rito finale di Michael Chaves
Ci sono film che nascono già con l’aura del compimento, come se fossero concepiti per chiudere un cerchio. The Conjuring – Il rito finale si presenta come quel capitolo che promette di sigillare la saga dei Warren, la coppia più chiacchierata della demonologia mainstream, con la gravità di un testamento e l’aria vagamente dimessa di chi sa di essere arrivato troppo tardi al proprio funerale. Perché, diciamolo subito, non c’è nulla di più ironico di un film che cerca disperatamente di essere definitivo in un universo narrativo che vive esclusivamente di appendici, spin-off e resurrezioni di suore indemoniate. Il paradosso è che lo spettatore entra in sala con l’illusione di assistere a un ultimo esorcismo, e ne esce con la netta percezione di aver presenziato a un altro battesimo. Del resto la saga The Conjuring è una delle più redditizie della storia con più di 2 miliardi di dollari di incasso globale tra film principali e spin-off. È difficile pensare che la produzione possa rinunciare a questa gallina dalle uova d’oro.
Del resto proprio nella parola “rito” c’è il senso di una ripetizione. Che sia il latino ritus, o il greco arithmós, o ancora la radice sanscrita -rtá, il senso è quello di “ordine”, “numero”, il dare un ordine alla realtà in modo da poterla riprodurre in serie. Il rito quindi, ci insegnano gli antropologi, non serve a chiudere una storia bensì a perpetuarla nel tempo. E così il film, con i suoi 120 minuti abbondanti di crocifissi rovesciati, madonne lacrimose e porte che sbattono senza un movente fisico, non fa altro che ribadire l’eternità del meccanismo. Il diavolo, o chi per lui, non muore mai. E se muore, lo fa con la consapevolezza di tornare nella scena successiva. Non c’è nulla di più comico, se ci pensiamo, dell’ossessiva serietà con cui i personaggi affrontano fenomeni che a un certo punto hanno la stessa ripetitività di un cartoon: l’urlo improvviso, il respiro accelerato, il volto pallido della povera vittima che ancora una volta non ha capito che non bisogna mai scendere da soli negli scantinati. Gli sceneggiatori continuano a trattare la paura come se fosse un bene raro e introvabile, ma il pubblico, ormai allenato, la consuma con lo stesso spirito con cui addenta popcorn. Il demone appare, fa la sua smorfia, la sala salta, e subito dopo la tensione si scioglie in una risata nervosa. È questo, in fondo, il rito collettivo: spaventarsi tutti insieme sapendo già più o meno quando arriverà il colpo.

Eppure c’è qualcosa di affascinante, quasi archeologico, nell’operazione. Il rito finale si prende sul serio con la stessa convinzione con cui un predicatore di provincia continua a gridare contro i peccati carnali davanti a un pubblico che, nel frattempo, smanetta col cellulare. Vera Farmiga e Patrick Wilson, nei panni di Ed e Lorraine Warren, funzionano come vecchie icone di culto: il loro è un matrimonio che somiglia a una liturgia ininterrotta, un’unione sponsale consacrata alla lotta contro Satana. Peccato che, con il passare degli episodi, anche loro abbiano acquisito la rigidità delle statue di cera: sorrisi ieratici, sguardi che oscillano tra il mistico e il catatonico, una devozione che sa più di mestiere che di fede. E forse sta qui la vera ironia: la coppia che dovrebbe incarnare la lotta spirituale appare sempre più come due funzionari del sacro, impiegati a tempo indeterminato in un ufficio infestato da spifferi gelidi e sedie che si muovono da sole.
Il film, dal canto suo, gioca tutte le carte conosciute del repertorio. La casa infestata, il manufatto maledetto, il rosario che cade al rallentatore, l’esorcismo in latino, tutto è già visto, già sperimentato, già interiorizzato. Eppure funziona ancora, perché il genere non si nutre di originalità ma di riconoscimento. Lo spettatore non va a vedere un The Conjuring per scoprire cosa succederà: va per ritrovare quello che già conosce, come quando si ascolta un vecchio disco che scricchiola ma che ci rassicura proprio perché non cambia mai. Ciò che cambia è solo la confezione: stavolta più cupa, più barocca, con una colonna sonora che insiste a ricordarci che ogni porta cigolante è, in realtà, la porta dell’Inferno. E noi, fedeli alla liturgia, ci lasciamo condurre fino all’ennesima scena madre, sapendo già che non sarà davvero l’ultima.

C’è poi il tema della fede, trattato come un contorno inevitabile. I personaggi invocano Dio con la stessa naturalezza con cui un automobilista invoca la revisione della propria macchina. La croce è il loro passe-partout: funziona contro i demoni, contro le presenze, persino contro i dubbi esistenziali. Ma ciò che colpisce è la totale mancanza di ironia interna: nessuno, mai, in tutto il film, si ferma a chiedersi se davvero sia ragionevole parlare con un’entità maligna usando il latino. Nessuno ride, nessuno esita. Ed è proprio questa serietà marmorea a generare, nello spettatore, il sorriso più sornione. Perché, mentre i personaggi combattono con un pathos da tragedia greca, chi guarda non può fare a meno di pensare che forse, per esorcizzare certi demoni, basterebbe un buon psicologo e qualche seduta di gruppo. Ma guai a dirlo: si rovinerebbe l’incantesimo.
La regia, come sempre in questi casi, alterna con diligenza i momenti di attesa e i colpi di scena. La macchina da presa indugia sui corridoi vuoti, sui silenzi interrotti da scricchiolii, sui volti che trasudano terrore prima ancora che succeda qualcosa. È una grammatica del brivido ormai scolastica, che però continua a funzionare, proprio perché ci muove come un rituale antico, prevedibile ma rassicurante. Il pubblico sa che il mostro arriverà, ma non sa quando. E questo basta. È la stessa logica delle barzellette: non importa se la conosci già, l’importante è che la pausa prima della battuta finale sia calibrata con cura. E qui, bisogna ammetterlo, i tecnici sanno il fatto loro.
Alla fine, ciò che resta di The Conjuring – Il rito finale non è tanto la paura, quanto l’impressione di aver partecipato a una cerimonia condivisa. Si ride, si urla, si sospira, e si esce dalla sala con la sensazione di aver consumato un prodotto che non sorprende ma consola. Il cinema dell’orrore, in questa versione, è come una messa domenicale: non ci vai per ascoltare qualcosa di nuovo, ci vai per ripetere, insieme agli altri, parole che conosci già. Un rito appunto. Finale? Poco probabile.