di Gianluca Gotto, Mondadori 2021
Succede sempre qualcosa di meraviglioso è il racconto di un viaggio che ha come protagonista Davide, un ragazzo che vede tutte le sue certezze crollare una dopo l’altra, fino a perdere il desiderio di vivere. E di Guilly, un personaggio fuori dal tempo che Davide, per caso o per destino, incontra in Vietnam e da cui apprende un modo alternativo e pieno di luce di prendere la vita. Una storia di rinascita in cui perdersi per ritrovarsi, che Gianluca Gotto racconta portando il tema della ricerca della felicità (già affrontato nell’autobiografia Le coordinate della felicità) su un piano universale. La destinazione finale di questo viaggio non è conquistare un certo tipo di vita, ma uno stato d’animo. Una sensazione di calore che è sempre dentro di noi, indipendentemente da quello che il destino ci ha riservato. Potremmo chiamarla in tanti modi: serenità, pace interiore, leggerezza, calma. Oppure, come direbbe Guilly, «la sensazione di essere a casa, sempre.»

Questo libro si colloca in quella zona ibrida della narrativa contemporanea che sfuma consapevolmente i confini tra romanzo, memoir e libro di riflessione esistenziale. È un testo che non chiede di essere giudicato con i soli strumenti del romanzo tradizionale, perché la sua ambizione non è tanto raccontare una storia quanto accompagnare il lettore in un percorso di trasformazione interiore, affidandosi a una struttura narrativa apparentemente semplice ma densa di rimandi filosofici, spirituali e autobiografici. La trama è essenziale, ciò che conta non è l’intreccio, ma il movimento interiore dei personaggi, il loro progressivo spostamento da una condizione d’inquietudine a una forma di consapevole presenza nel mondo.
Il protagonista, che porta con sé molti tratti riconoscibili dell’autore, è un uomo in fuga. Non una fuga spettacolare o drammatica, ma quella più sottile e diffusa che caratterizza un’intera generazione: la fuga da una vita percepita come estranea, costruita su aspettative altrui, su ritmi e obiettivi che promettono sicurezza ma producono vuoto. È un personaggio che all’inizio del libro vive immerso in una sensazione di scollamento: lavora, si muove, parla, ma tutto ciò avviene come dietro un vetro, con una distanza emotiva che lo rende spettatore della propria esistenza. La sua crisi non è gridata, non esplode in gesti estremi, ma si manifesta attraverso una stanchezza profonda, una malinconia quieta e persistente che lo accompagna come un rumore di fondo.
Il viaggio che intraprende, fisico e simbolico, non ha la forma dell’avventura eroica, bensì quella di un lento spogliarsi. Ogni luogo attraversato, ogni incontro, diventa un’occasione per togliere uno strato, per mettere in discussione una convinzione, per osservare da un’angolazione diversa ciò che fino a quel momento sembrava ovvio. Gotto costruisce questo percorso con una scrittura piana, accessibile, volutamente priva di asperità stilistiche, ma capace di una certa efficacia evocativa quando si concentra sulle atmosfere: i paesaggi asiatici, le strade polverose, i templi silenziosi, gli spazi aperti che si contrappongono alla claustrofobia interiore da cui il protagonista cerca di liberarsi.
Accanto al protagonista ruotano personaggi che non sono mai del tutto autonomi, ma funzionano come specchi, catalizzatori, figure-soglia. Non sono caratteri complessi nel senso classico del termine; piuttosto, incarnano ognuno una possibilità di sguardo sul mondo. C’è l’amico occidentale, spesso cinico o disilluso, che rappresenta la voce del dubbio e del ritorno all’ordine, colui che ricorda costantemente al protagonista ciò che “si dovrebbe fare”: trovare un lavoro stabile, mettere radici, smettere di inseguire un’idea vaga di felicità. Questo personaggio, pur restando sullo sfondo, è importante perché rende visibile il conflitto tra due modelli di vita inconciliabili: da un lato la sicurezza, dall’altro l’autenticità, o almeno il tentativo di raggiungerla.
Ci sono poi le figure incontrate lungo il viaggio, che svolgono un ruolo quasi iniziatico. Il monaco, l’insegnante, il viaggiatore anziano: personaggi che parlano poco ma che lasciano tracce profonde. In loro Gotto concentra una saggezza che non deriva dallo studio accademico, ma dall’esperienza e dalla capacità di stare nel presente. Non sono mai tratteggiati con grande approfondimento psicologico; piuttosto, appaiono come presenze simboliche, portatrici di una visione alternativa del tempo, del successo, del dolore. In questo senso il romanzo si avvicina alla tradizione della narrativa spirituale, in cui i personaggi secondari esistono soprattutto in funzione del cammino del protagonista.
Particolarmente interessante è il rapporto che il protagonista intrattiene con se stesso, che può essere considerato a tutti gli effetti il vero antagonista del libro. Le sue paure, le sue resistenze, la sua tendenza a giudicarsi e a confrontarsi costantemente con gli altri costituiscono l’ostacolo principale al cambiamento. Gotto rende bene questa lotta interiore attraverso un uso frequente del monologo riflessivo, in cui il pensiero del personaggio si avvita, torna su di sé, si interroga. È qui che il libro rivela la sua natura più dichiaratamente saggistica: molte pagine potrebbero essere lette come brevi meditazioni autonome, quasi aforismi dilatati, che invitano il lettore a fermarsi, a riconoscersi, a mettere in discussione la propria quotidianità.
Il titolo stesso, Succede sempre qualcosa di meraviglioso, va inteso non come una promessa ingenua di felicità continua, ma come una dichiarazione di postura esistenziale. Il “meraviglioso” non coincide con l’eccezionale o lo straordinario, bensì con la capacità di cogliere senso anche nell’imprevisto, nel dolore, nella perdita. È un concetto che attraversa tutto il libro e che viene declinato attraverso episodi apparentemente minimi: una conversazione notturna, un gesto di gentilezza inatteso, un momento di silenzio condiviso. In questi frammenti si condensa la visione del mondo proposta da Gotto, una visione che invita a rallentare, ad ascoltare(si), a sottrarsi alla tirannia della performance.
Dal punto di vista stilistico, la prosa di Gotto è volutamente trasparente. Non cerca virtuosismi, non indulge in metafore ardite, non sperimenta sul piano linguistico. Questa scelta, che può apparire limitante a un lettore abituato a una scrittura più complessa, è coerente con l’intento comunicativo del libro. L’autore vuole parlare a un pubblico ampio, e per farlo adotta un linguaggio semplice, diretto, spesso vicino al registro del parlato. Ciò non significa che il testo sia privo di ritmo o di cura formale: al contrario, la linearità della scrittura permette una lettura fluida, quasi ipnotica, che accompagna il lettore senza strappi.
Tuttavia, proprio questa semplicità può trasformarsi talvolta in prevedibilità. Alcuni passaggi sembrano reiterare concetti già espressi, alcune riflessioni rischiano di apparire didascaliche, come se l’autore temesse di non essere abbastanza chiaro e sentisse il bisogno di ribadire il messaggio. È un limite strutturale del libro, che deriva dalla sua natura di testo a forte vocazione motivazionale. La tensione narrativa ne risente: non ci sono veri colpi di scena, né conflitti esterni capaci di sorprendere. Tutto avviene sul piano interiore, e questo richiede al lettore una disponibilità all’ascolto e alla lentezza che non tutti sono disposti a concedere.
Il personaggio femminile che attraversa la storia, spesso oggetto di un sentimento che oscilla tra l’amore e l’amicizia profonda, è un altro elemento chiave del romanzo. Non è una figura definita in modo tradizionale, ma una presenza che incarna l’idea di incontro autentico, di relazione non possessiva. Attraverso di lei il protagonista sperimenta una forma di legame che non si fonda sulla dipendenza o sulla proiezione, ma sulla libertà reciproca. Anche qui, più che il personaggio in sé, conta ciò che rappresenta: la possibilità di amare senza perdere se stessi, di condividere un tratto di strada senza pretendere di controllarne la direzione.
Succede sempre qualcosa di meraviglioso quando capisci che la vera ribellione è la gentilezza
Nel complesso, questo non è un romanzo da divorare per sapere come va a finire, ma un testo da attraversare lentamente, lasciandosi interrogare. La sua forza non risiede nella costruzione narrativa, ma nella capacità di intercettare un bisogno diffuso di senso, di offrire parole a un disagio spesso muto. Gotto si rivolge a lettori che si sentono fuori posto, che avvertono una discrepanza tra ciò che vivono e ciò che desiderano, e lo fa senza giudicarli, proponendo una via possibile, non una soluzione universale.
Da un punto di vista contenutistico, il libro può essere accusato di una certa ingenuità, di un’eccessiva fiducia nella trasformazione individuale come risposta a problemi che sono anche sociali e strutturali. La scelta di spostare il conflitto quasi esclusivamente all’interno del soggetto rischia di semplificare la complessità del reale. Eppure, sarebbe ingiusto liquidare il testo come un semplice prodotto di autoaiuto travestito da romanzo. C’è, in Gotto, una sincerità di fondo, una coerenza tra vita e scrittura che emerge pagina dopo pagina e che conferisce al libro una sua dignità letteraria, seppur in una zona laterale rispetto al canone.
I personaggi, pur non essendo scolpiti con la profondità dei grandi romanzi, funzionano come vettori di senso, come strumenti di una narrazione che punta più all’effetto trasformativo che alla rappresentazione realistica. Il protagonista resta impresso non tanto per ciò che fa, quanto per ciò che impara a disimparare: l’ansia del controllo, il bisogno di approvazione, la paura del fallimento. In questo processo di spoliazione, il lettore è chiamato a riconoscersi, a interrogare le proprie certezze, a chiedersi cosa significhi davvero, per lui, vivere una vita “meravigliosa”. A noi a volte ci basta un buon libro e un po’ di tempo per noi stessi.