Chi salva una vita, salva il mondo intero. Ma nel 1943 il dottor Borromeo, direttore dell’Ospedale Fatebenefratelli di Roma, di ebrei che rischiavano la deportazione ne salvò molti di più. Come? Con uno stratagemma: inventando un virus letale che li aveva colpiti e ricoverati nel nosocomio. Da questa storia vera nasce il commovente tv movie Morbo K, diretto da Francesco Patierno con Giacomo Giorgio, Vincenzo Ferrera, Marco Fiore, Dharma Mangia Woods, Christoph Hulsen e Flavio Furno, la partecipazione di Antonello Fassari e di Luigi Diberti.
Settembre 1943. Kappler capo delle SS di stanza a Roma minaccia la comunità ebraica chiedendo un tributo in oro: cinquanta chili per non essere deportati. Un ricatto mostruoso che alcuni già sospettano sia un imbroglio. Tra questi il professor Prati, direttore dell’ ospedale Fatebenefratelli, che intuisce le vere intenzioni del colonnello tedesco e ha la brillante idea di inventare un virus altamente contagioso che si sta diffondendo rapidamente: è il letale Morbo K, chiunque mostri i sintomi deve essere isolato per evitare l’epidemia. Lo stratagemma per il momento sembra sufficiente a tenere gli ebrei al sicuro nel nosocomio e i nazisti a distanza. Tra le famiglie ebree care al direttore, c’è anche quella di Silvia Calò, una giovane pittrice di talento che si innamora di Pietro Prestifilippo, il giovane assistente di Prati. Sentimento ricambiato, anche se la loro vita è legata a un filo, quello della Resistenza, mentre Prati e gli ebrei ricoverati nel reparto K devono trovare una via di fuga. Una resistenza senza armi, usando l’astuzia.
Intorno ai fatti storici veri, gli sceneggiatori ne hanno creato alcuni di fantasia. “La storia d’amore dà respiro alla drammatica vicenda – spiega il regista, presentando la miniserie a Roma con il cast -. Per i due giovani è l’inizio di un percorso di consapevolezza, pochi erano a conoscenza di cosa avvenisse veramente nei campi di concentramento. Il tema è cupo, doloroso, ma ci sono anche momenti di leggerezza”. Divertire ma, soprattutto, far riflettere su temi del passato, ricorrenti purtroppo nel presente. “Non volevamo fare un processo storico ma evidenziare l’emozione dei fatti, non è un documentario ma una fiction – spiegano gli sceneggiatori -. E’ bene rievocare quell’evento, la storia oggi si allontana ma spesso la follia si rigenera, ricordare aiuta a sperare che possa non accadere più”. La serie glissa parecchio sulle responsabilità dei fascisti nel rastrellamento, puntando il dito soprattutto sulle SS e mostrando il ruolo del Vaticano che non volle o non poté intervenire. “Purtroppo – sospirano – oggi siamo circondati da uomini peggiori di quelli degli anni ‘40”.