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di Primo Levi, Einaudi 1947
Quando Primo Levi muore a Torino l’11 aprile 1987, precipitando dalla tromba delle scale della casa in cui era nato, il dibattito sulle cause si accende subito e non si è mai spento del tutto. Ma Se questo è un uomo non ha bisogno di una morte per essere letto. È un testo che si regge da solo, e che anzi ha insegnato a più generazioni cosa significhi reggersi sulla precisione.

Un anno prima, nel 1986, Levi aveva pubblicato I sommersi e i salvati, il suo testamento intellettuale. Vi parla di «zona grigia», lo spazio morale dove vittime e persecutori si confondono, dove il Kapo è insieme oppresso e oppressore. Chi arriva a quel saggio dopo aver letto il primo libro scopre che il germe era già lì, nel 1947: nelle pagine su Elias, il nano indistruttibile, o sugli “uomini della sopravvivenza”, quelli che ce la fanno non perché migliori, ma perché più adatti, più duri, più fortunati. Levi non ha mai scritto un libro per consolare.
Nel 1963 Hannah Arendt dà un nome a una cosa che Levi aveva già descritto da sedici anni: la banalità del male. Il suo lager non è un luogo di demoni, ma di burocrati, di guardie stanche, di regolamenti. Il male qui ha orari, procedure, razioni. Si capisce perché la sua prosa, asciutta come un referto, risulti più devastante di qualunque invettiva. Levi scrive come un chimico perché è un chimico, e la lingua dei laboratori, con la sua eredità illuminista e il rifiuto dell’enfasi, diventa l’unico strumento abbastanza pulito per toccare l’immondo.
Il 1958 è l’anno in cui tutto cambia. Einaudi, che nel 1947 aveva rifiutato il manoscritto, lo ripubblica e finalmente l’Italia lo legge. Prima erano state appena duemilacinquecento copie dell’editore De Silva, nato dall’amicizia con Franco Antonicelli, spesso rimaste invendute. Il paese usciva dalla guerra con una gran voglia di non guardare; Levi dovette aspettare che la memoria fosse pronta ad ascoltare. Il suo è stato, a lungo, il destino di chi parla troppo presto.
Il 1947 è l’anno in cui il libro compare, ma l’impulso a scriverlo risale al 1945, al ritorno a Torino dopo un viaggio infinito che racconterà nella Tregua. Levi lo scrive di getto, la sera, in un’officina di vernici, quasi senza riguardo per la forma. Ha una fretta feroce di dire. L’epigrafe è la poesia Shemà, che rovescia la preghiera ebraica del ricordo in una maledizione per chi dimenticherà: il lettore è avvertito prima ancora di entrare. Non esiste un posto da cui guardare in sicurezza.
Il 27 gennaio 1945 i russi entrano nel campo di Monowitz. Levi è in infermeria, malato di scarlattina, e il capitolo finale, Storia di dieci giorni, racconta l’abbandono: i tedeschi in fuga, i malati lasciati a morire di freddo, la stufa accesa con i pezzi di un campo che crolla. È una liberazione senza trionfo. Il libro finisce con il rumore dei cavalli sovietici e con un lungo silenzio.
Nel 1944 ci sono i mesi decisivi. Levi arriva ad Auschwitz il 26 febbraio, dopo un viaggio di cinque giorni in vagone piombato partito da Fossoli. Poi il tatuaggio, 174517, e il processo di cancellazione: via i vestiti, i capelli, il nome. Una guardia gli strappa un ghiacciolo dalle mani e risponde alla sua domanda con una frase che riassume il sistema: «Hier ist kein Warum», qui non c’è perché. Il libro intero è una risposta ostinata a quella frase, un tentativo di ricostruire una causalità dove la causalità è stata abolita. In questi mesi Levi incontra Lorenzo Perrone, il muratore piemontese che gli porta pane e minestra per sei mesi senza chiedere nulla, e a cui deve, scriverà, la persistenza dell’idea che esista ancora un mondo giusto. E incontra la letteratura, nell’episodio più celebre: mentre porta il pentolone con Jean, detto Pikolo, cerca di ricordare il canto XXVI dell’Inferno, i versi di Ulisse, quel «fatti non foste a viver come bruti» che nel fango del lager suona come un’ultima identità. Dante è la lingua dell’uomo, e nel mondo che nega l’uomo la poesia diventa un atto di resistenza. Eppure l’Inferno di Levi è privo di redenzione, senza Virgilio, senza Beatrice: è un cerchio dove le anime non sono dannate perché colpevoli.
Prima di tutto questo, il 13 dicembre 1943, c’è l’arresto in Val d’Aosta, dove Levi, appena ventiquattrenne, aveva tentato con pochi compagni una banda partigiana mai davvero armata. Prima ancora, le leggi razziali del 1938 che lo trovano studente di chimica, e una laurea del 1941 con il timbro infamante «di razza ebraica». Il ragazzo torinese, figlio di una borghesia colta e laica, aveva preparato senza saperlo la forma del suo sguardo: razionale, curioso, incapace di retorica.
Alla fine, dunque, la domanda del titolo resta aperta, ed è giusto così. Il libro non risponde, ma insegna il modo in cui si pone, con esattezza, senza odio e senza sconti.