Tuesday, December 11, 2018

Marco Bellocchio e la rivoluzione culturale

Apr 18, 2006 di  
Filed under Interviste

Interpretare una sua nuova opera è sempre una sfida affascinante. Partiamo dal principio, dall’idea del film Il regista di matrimoni

L’idea viene da un’immagine di molti anni fa. Ero su una spiaggia in Sicilia e osservavo un uomo che filmava due novelli sposi. La coppia gli obbediva senza battere ciglio, in modo arrendevole, quasi che il matrimonio appena celebrato rappresentasse una resa incondizionata alle regole della società.

La Sicilia, con i suoi paesaggi da sogno e i suoi misteri, si prestava perfettamente al film…

È vero. La mia è una Sicilia immaginaria, sospesa tra sogno e realtà e lontana dagli stereotipi folkloristici. Meta ideale di tre registi alla deriva? Certo, specialmente per Franco Elica (Castellitto). Lui oltre a fuggire da una denuncia penale, vuole allontanarsi da un progetto fallimentare com’è il nuovo rifacimento de I promessi sposi. Dopo aver fallito con la figlia, lotta in modo ora comico, ora drammatico, per evitare un altro matrimonio, quello della principessa Bona Gravina (Finocchiaro).

La presenza di Sergio Castellitto e di certi temi legati alla religiosità, farebbe pensare ad un ipotetico legame con L’ora di religione…

Certo. Confido nella possibilità di una trilogia, Castellitto permettendo… Tra i due film ci sono connessioni e diversità: Il Picciafuoco de L’ora di religione faceva i conti con il passato, Franco Elica deve invece fare i conti con un presente avverso. Esce di campo a destra e rientra da sinistra ritrovandosi su un altro set, in una Sicilia che sembra un po’ la Scozia.

E come si pone oggi Marco Bellocchio nei confronti della religione cattolica?

L’ateismo è molto fuori moda ma spero come candidato uscente della Rosa nel pugno di ottenere un po’ di tolleranza come non credente. Oggi vanno molto più di moda le conversioni. Si convertono tutti. Mentre si scrive una legge oscurantista sulla procreazione assistita e si vietano i preservativi in Africa dove una donna su tre è sieropositiva, si parla sempre più di Cattolicesimo. Mentre le chiese si svuotano, i preti vanno in televisione. Io non sono contro la fede, ma contro il conformismo, l’oppressione, il condizionamento e l’educazione alla mediocrità della cultura cattolica. In Italia, una volta esaurita l’utopia del Comunismo, la religione ha preso il sopravvento spacciando il controllo e la rassegnazione totale per una forma di santità.

Come definirebbe il suo ateismo?

Come un rifiuto della dimensione metafisica. Faccio i conti solo con il presente e con l’uomo. Per me contano soprattutto i rapporti con le persone, i sentimenti.

Perché ha inserito nel film la frase «In Italia comandano i morti»? Lo pensa davvero?

Sì. Oggi comanda la cultura del passato, perché quella attuale è stremata, non ha prospettive, riflette solo su se stessa.

Definirebbe Il regista di matrimoni un film anti-religioso?

Piuttosto anti-istituzioni.

Il regista di matrimoni del suo film, quello interpretato da Bruno Cariello si lamenta della monotonia di un copione imposto, sempre uguale, senza speranza. Si sente l’impeto di una protesta, forse verso i film commissionati come il suo Buongiorno, notte…

No, Buongiorno, notte è uno dei film che amo di più e di premi, in 40 anni di carriera, ne ho vinti così tanti… Quello che mi ha dato fastidio in quel caso è la critica di una certa cultura di sinistra che ha puntato il dito sull’infedeltà storica. Mi ha criticato pure il mio vecchio amico Goffredo Fofi che ho conosciuto da ragazzo nelle riunioni dei Quaderni piacentini. Per quel che riguarda il regista di matrimoni, è uno che fa quel mestiere e basta. Una volta l’Italia era un paese di poeti e navigatori, oggi è un paese di registi. C’è una tale circolazione di immagini che in qualche modo l’essere viene continuamente sostituito dall’apparire.

Come si è evoluta la ribellione di Marco Bellocchio dai tempi de I pugni in tasca?

Continuo tuttora a sentire il richiamo della ribellione, ma oggi non può consistere in un atto di violenza. Per l’artista essa si traduce in una rivoluzione formale, attraverso l’arte. In Buongiorno, notte la mia ribellione consisteva nell’ offrire un finale diverso a quella storia, mi sono ribellato all’ineluttabilità religiosa della vicenda Moro, liberandolo. Anche in senso figurato la mia crescita è rappresentata nei film che ho fatto: in Buongiorno, notte il pazzo omicida, che uccideva la madre ne I pugni in tasca, è rinchiuso in manicomio. La ribellione ne Il regista di matrimoni è palese, si manifesta nel personaggio della principessa triste che sceglie di non subire il suo destino.

A proposito di principessa triste, da dove vengono i personagggi di Bona e del principe di Gravina?

Per la principessa mi sono ispirato alle principesse tristi della storia, da Soraya a Grace Kelly fino a Diana. Per il principe mi sono ispirato al Fernando Rey de Il fascino discreto della borghesia, un borghese monolitico ma molto confuso.

Lei è solito limitare l’influsso dello psicanalista prof. Massimo Fagioli a quattro film, Il diavolo in corpo, La visione del Sabba, La condanna e Il segno della farfalla. Eppure le teorie fagioliniane si rispecchiano in molti suoi film seguenti, dal “burattinismo” applicato ai brigatisti di Buongiorno, notte al battesimo notturno e furtivo de L’ora di religione come atto di castrazione del bambino, accomunato da alcuni al delitto di Cogne…

Devo molto a lui e alle sue teorie. La sua prassi, quella dell’analisi collettiva, è stata un contributo prezioso e quello che sono, quello che faccio è profondamente legato a quella ricerca, quella cura. Del resto in un mondo culturale che minimizza sulla malattia mentale e ridicolizza la ricerca nell’inconscio, c’è sempre bisogno di teorie psicanalitiche nuove e post-freudiane.

Avrà notato che anche Il Caimano di Moretti si affida alla figura di un regista per ritrarre l’Italia di oggi…

Non ho ancora visto Il Caimano ma conosco molto bene il cinema di Nanni e ho letto così tanto sul film che è come se l’avessi visto. Nei film di Nanni c’è il primato della parola, per me invece il cinema è immagine. In fase di montaggio ho tagliato tante scene, soprattutto quelle troppo parlate. Oltretutto guardando la sua cinematografia mi sembra che ci sia una visione piuttosto cupa, quasi disperata della vita; io mi ritengo invece un ottimista.

Quanto il suo cinema di oggi trova ispirazione nel mondo delle fiabe?

Moltissimo. Oggi più che mai ho scoperto la potenza e la profondità delle fiabe. Per me è anche un modo per tornare indietro nel tempo alle mie prime esperienze di lettura.

 

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