Questo film vi distruggerà
Mi è capitato di recuperare per puro caso una perla cinematografica e di scoprire che a girarla è uno dei registi più in voga degli ultimi anni. Quando nel 2010 Denis Villeneuve presentò La donna che canta alla Mostra di Venezia e al Toronto Film Festival, in pochi immaginarono che quel regista canadese, fino ad allora noto soprattutto in patria per Un 32 août sur terre, Maelström e Polytechnique, stesse consegnando il suo biglietto d’ingresso nel grande cinema, quello che, di lì a pochi anni, lo avrebbe portato a dirigere pellicole come Arrival, Blade Runner 2049 e la saga reboot di Dune.

La donna che canta nasce dalla pièce teatrale di Wajdi Mouawad, drammaturgo libanese naturalizzato canadese, terzo capitolo di una tetralogia intitolata Il sangue delle promesse e che comprende anche Littoral, Forêts e Ciels. Mouawad, costretto a lasciare il Libano da bambino a causa della guerra civile, ha trasformato la propria esperienza di esilio in un testo teatrale potentissimo, e Villeneuve ne firma un adattamento cinematografico che conserva la struttura tragica dell’originale pur reinventandone completamente il linguaggio, passando dalla parola scenica all’immagine, dal racconto orale al montaggio alternato.
La trama parte da un notaio, Jean Lebel, che riunisce i gemelli Jeanne e Simon Marwan dopo la morte della madre Nawal per comunicare loro le sue ultime, sconcertanti volontà. Nawal ha lasciato due buste, una per un padre che i figli credevano morto, l’altra per un fratello di cui ignoravano l’esistenza, e ha chiesto che vengano consegnate di persona per poter avere finalmente quella pace che in vita non le è stata concessa. Jeanne, dottoranda in matematica, accetta quasi subito di intraprendere il viaggio verso il paese d’origine della madre, un paese del Medio Oriente mai nominato esplicitamente nel film ma chiaramente ispirato al Libano della guerra civile. Simon, più refrattario, la raggiungerà solo in un secondo momento, dopo un confronto durissimo con Lebel, unico vero confidente della madre negli ultimi anni.

Da qui il film si sviluppa su due linee temporali che si intrecciano con precisione quasi matematica: da un lato il presente dei figli che ricostruiscono un puzzle di documenti, fotografie e testimonianze; dall’altro il passato di Nawal giovane, che attraversa gli anni del conflitto tra una minoranza cristiana e una maggioranza musulmana, che perde il proprio primo figlio dato in adozione dopo essere stata ripudiata dalla famiglia e che si unisce alla resistenza perché, dice, vuole insegnare al suo nemico cosa ha imparato dalla vita. Sopravvive a un massacro su un autobus, uccide un capo miliziano e finisce per anni rinchiusa nel famigerato carcere di Kfar Ryat, dove il suo rifiuto di cedere alla tante forme di tortura le vale il soprannome “la donna che canta”. È lì, nelle celle di quella prigione, che si consuma l’evento più oscuro della sua vita, quello che il film tiene in serbo fino a un finale che ribalta ogni cosa vista fino a quel momento e che ha fatto scuola, negli anni successivi, come uno dei twist più discussi e più devastanti del cinema contemporaneo.
Sul piano storico il film non cita mai apertamente il Libano, gli estremisti cristiani, l’OLP o la guerra civile che insanguinò il paese tra il 1975 e il 1990, scegliendo una strategia di offuscamento geografico che Mouawad aveva già adottato a teatro. I nomi delle fazioni, dei villaggi, delle strade sono inventati o resi volutamente ambigui, in modo che la vicenda di Nawal possa valere per ogni guerra fratricida basata sull’odio settario, e non solo per quel conflitto specifico. Resta però evidentissimo il riferimento al massacro degli autobus di Ain al-Rummaneh del 1975, uno degli episodi che innescò formalmente la guerra civile libanese, qui trasfigurato nella sequenza dell’autobus crivellato di colpi e dato alle fiamme che segna uno dei momenti più scioccanti e più citati del film. Allo stesso modo il campo profughi in cui Nawal lavora come insegnante e la prigione di Kfar Ryat rimandano, senza mai nominarli, ai campi palestinesi in Libano e alle prigioni gestite dalle milizie cristiane negli anni Ottanta, in particolare al carcere di Khiam, diventato tristemente noto per le pratiche di tortura sistematica sulle prigioniere politiche.

Villeneuve, canadese di origini non mediorientali, ha lavorato con grande cautela e rispetto su questo materiale, evitando la ricostruzione documentaristica in favore di una dimensione quasi mitologica, più vicina alla tragedia greca che non al film storico. Nawal è una figura che ricorda da vicino Medea o Giocasta, e non a caso l’ultima parte del film, con la sua rivelazione finale, riscrive in chiave contemporanea uno dei nuclei più antichi e più terribili del teatro occidentale. Questo innesto tra tragedia classica e cronaca contemporanea è probabilmente la scelta più coraggiosa e più riuscita del film, perché permette a Villeneuve di parlare di un conflitto specifico senza mai scadere nel reportage e mantenendo invece una tensione quasi biblica, universale, che è poi ciò che rende Incendies un’opera capace di parlare anche a chi non conosce nulla della storia libanese.
Dal punto di vista dei riferimenti cinematografici, Incendies dialoga apertamente con la tradizione del cinema politico mediorientale e con quella del dramma familiare a struttura puzzle. Si avverte l’eco di registi come Elia Suleiman e Ziad Doueiri nel modo di fotografare paesaggi mediterranei devastati dalla guerra, ma anche una parentela più sottile con il cinema di Michael Haneke per la freddezza chirurgica con cui la violenza viene mostrata, mai spettacolarizzata ma nemmeno edulcorata, capace di colpire lo spettatore proprio nella sua sobrietà. La struttura a doppio binario temporale, con il presente che insegue e riscrive continuamente il passato, ricorda inevitabilmente altri esercizi di cinema puzzle come 21 Grammi di Alejandro González Iñárritu, sebbene Villeneuve rifiuti la frammentazione estrema a favore di una progressione più lineare e leggibile, quasi da romanzo d’appendice, che rende il film accessibile anche a un pubblico non abituato alle strutture non cronologiche. Non va dimenticato inoltre il debito nei confronti del cinema di Denis Villeneuve stesso: Incendies riprende e amplifica l’interesse per le figure femminili sotto pressione già esplorato in Polytechnique, film sulla strage del Politecnico di Montréal del 1989, confermando un tratto distintivo dell’autore che tornerà, in forme diverse, anche nella fantascienza di Arrival, altro film costruito attorno a una rivelazione temporale che ridefinisce retroattivamente tutto ciò che si è visto.
Sul piano tecnico parliamo di un film di rara compattezza. La fotografia di André Turpin, storico collaboratore di Villeneuve, alterna ampi campi lunghi desertici, spesso ripresi con droni e riprese aeree che danno al film un respiro quasi epico, a primi piani strettissimi e claustrofobici nelle sequenze carcerarie, creando un contrasto visivo che accompagna il passaggio dalla libertà relativa della giovinezza di Nawal alla prigionia fisica e psicologica degli anni successivi. Il montaggio di Monique Dartonne è probabilmente l’elemento tecnico più sofisticato del film: il passaggio tra le due linee temporali avviene quasi sempre per raccordo visivo o sonoro, una porta che si chiude nel presente e si riapre nel passato, un volto che si sovrappone a un altro, in un lavoro di cucitura che rende fluidissimo un meccanismo narrativo che sulla carta sarebbe potuto risultare macchinoso. La colonna sonora di Grégoire Hetzel è usata con parsimonia, lasciando ampio spazio al silenzio e ai suoni diegetici, ma resta memorabile l’uso extradiegetico di Radiohead, in particolare di You and Whose Army? nella sequenza dell’arrivo di Jeanne nel paese natale della madre, scelta musicale che ha fatto discutere per il suo carattere volutamente anacronistico e straniante rispetto all’ambientazione. Il sonoro, curato da Sylvain Bellemare, ha meritato uno dei Genie Award vinti dal film proprio per la capacità di costruire, specialmente nella sequenza del massacro sull’autobus, un paesaggio acustico che amplifica la violenza senza mai ricorrere a un eccesso di effetti.
Sul fronte interpretativo, il film si regge principalmente sulle spalle di Lubna Azabal, attrice belga di origini marocchine, che interpreta Nawal Marwan adulta con un’intensità trattenuta, fatta più di sguardi e di silenzi che di esplosioni emotive, capace di attraversare quarant’anni di vita e di dolore senza mai perdere la coerenza interiore del personaggio; la sua interpretazione le è valsa numerosi riconoscimenti internazionali e resta ancora oggi considerata una delle prove attoriali più importanti del cinema canadese. Accanto a lei, Mélissa Désormeaux-Poulin dà corpo a Jeanne con un misto di rigore scientifico e vulnerabilità crescente, mentre Maxim Gaudette costruisce un Simon più rabbioso, più fisico, meno disposto a confrontarsi con un passato che percepisce come una minaccia alla propria identità: la coppia dei due giovani attori regge bene il confronto con la protagonista adulta, restituendo con naturalezza lo smarrimento di chi scopre di non conoscere davvero le proprie origini. Rémy Girard, nel ruolo del notaio Jean Lebel, aggiunge una nota quasi da coro tragico, personaggio che guida lo spettatore attraverso la vicenda con la funzione tipica del confidente teatrale. Va infine ricordata la prova di Abdelghafour Elaaziz, che interpreta Nihad Harmanni da giovane, figura cruciale per la comprensione del finale, capace di restituire con crudezza la trasformazione di un ragazzo qualunque in cecchino spietato durante gli anni della guerra, in un percorso di disumanizzazione che il film racconta senza mai cercare facili giustificazioni né facili condanne.
Quanto ai riconoscimenti, La donna che canta ha avuto un percorso di premi tanto ampio quanto meritato. È stato candidato all’Oscar come miglior film in lingua straniera nel 2011, perdendo poi contro il danese In un mondo migliore di Susanne Bier, ma la candidatura ha comunque garantito al film una distribuzione internazionale altrimenti impensabile per una produzione quebecchese di budget contenuto. In patria ha dominato la trentunesima edizione dei Genie Award, portando a casa otto statuette tra cui miglior film, miglior regia e migliore sceneggiatura non originale per Villeneuve, migliore attrice protagonista per Lubna Azabal, oltre ai premi per la fotografia, il montaggio, il sonoro e il montaggio del suono. Pochi giorni dopo ha bissato il trionfo ai Prix Jutra, i premi del cinema quebecchese, vincendo nove statuette su dieci candidature, incluse quelle per il miglior film, la miglior regia, la miglior attrice e la migliore sceneggiatura. A questi riconoscimenti si aggiungono il premio della Toronto Film Critics Association come miglior film canadese dell’anno, il gran premio del Warsaw Film Festival, i premi per la miglior sceneggiatura e il premio della giuria giovane al Festival Internazionale del Cinema di Valladolid, il premio del pubblico al Festival International du Film Francophone di Namur e numerosi altri riconoscimenti minori raccolti nei festival di tutto il mondo. Il New York Times lo ha inserito tra i dieci migliori film del 2011, consacrandolo definitivamente come uno dei titoli più importanti del cinema mondiale di quegli anni.
A oltre dieci anni dalla sua uscita, La donna che canta resta un film capace di lasciare lo spettatore fisicamente scosso, non tanto per la violenza esplicita, che pure non manca, quanto per la spietata coerenza con cui Villeneuve costruisce un meccanismo narrativo che si chiude come un cappio attorno al collo, costringendo lo spettatore a ricomporre insieme ai protagonisti un mosaico di dolore, colpa e redenzione. È un film sulla trasmissione intergenerazionale del trauma, sull’impossibilità di seppellire il passato, sulla forza salvifica e insieme devastante della verità, ma è anche, prima di ogni altra cosa, il racconto di una donna che di fronte all’orrore della storia non smette mai di cantare, trasformando la propria voce nell’unica forma di resistenza. Consiglio vivamente di guardarlo in un momento di tranquillità personale perché questo film vi distruggerà.