Recuperiamo su RaiPlay il gioiellino italo-irlandese di Carlo Lavagna
Nel silenzio avvolgente di un bosco che sembra divorare ogni eco di civiltà, Shadows di Carlo Lavagna dispiega una tela di ombre e rivelazioni che non si accontenta di sussurrare minacce generiche, ma scava nelle radici più intime del vincolo familiare, dell’egoismo genitoriale, trasformando un thriller psicologico distopico in un’elegia della menzogna e sull’emancipazione come atto di strappo violento. Lavagna, già apprezzato per il delicato coming-of-age di Arianna presentato alle Giornate degli Autori di Venezia, qui abbandona le sfumature più intimiste del debutto per avventurarsi in un territorio ibrido dove il genere post-apocalittico si fonde con il romanzo di formazione e con echi del cinema italiano di genere degli anni Settanta, richiamando le atmosfere claustrofobiche di Marco Ferreri ne Il seme dell’uomo o le tensioni surreali di certa produzione d’oltremare filtrata attraverso lo sguardo di un regista che ha saputo bagnare i panni nei fiumi anglosassoni senza perdere la propria cifra.

Alma (Mia Threapleton) e Alex (Lola Petticrew) sono due sorelle adolescenti sopravvissute a un evento catastrofico e confinate in un albergo abbandonato degli anni Settanta immerso nella natura più selvaggia, dove la madre, interpretata da Saskia Reeves, impone regole assolute: uscire solo di notte, temere le Ombre che infestano la luce del giorno, non oltrepassare il fiume e affidarsi alle piante medicinali. Questo universo chiuso, inizialmente armonioso nella sua rigidità, comincia a incrinarsi quando l’adolescenza delle ragazze porta con sé domande sulla sessualità, sul corpo che muta e sulla veridicità del racconto materno, spingendole a infrangere il tabù e a cercare risposte nel bosco.

Lavagna non insegue l’orrore puro ma usa il thriller come veicolo per analizzare il percorso di liberazione da una dipendenza psicotica, dove l’isolamento diventa metafora di un Edipo femminile da superare, e la menzogna materna si rivela non più solo protezione ma prigione. La fotografia di James Mather, con le sue luci basse e i contrasti netti tra l’oscurità domestica e i bagliori esterni, evoca il libero rigore espressivo di Robert Altman e le visioni fantascientifiche italiane di Elio Petri o dello stesso Ferreri, mentre la scenografia di Joe Fallover trasforma l’hotel in un personaggio silenzioso, carico di quadri evocativi e di una decadenza che amplifica il senso di sospensione temporale.

Le performance sono il cuore pulsante: Mia Threapleton, figlia di Kate Winslet al suo primo ruolo da protagonista dopo la breve apparizione ne Le regole del caos di Alan Rickman, incarna Alma con una fragilità che muta in determinazione, il volto capace di tenere insieme terrore e gioia, risentimento e desiderio di scoperta, mentre Lola Petticrew dona ad Alex un’energia ribelle e carismatica, sorella minore più sfrontata che spinge al confronto. Saskia Reeves, già vista in Butterfly Kiss di Michael Winterbottom e in Nymphomaniac di Lars von Trier, costruisce una madre che oscilla tra tenerezza e tirannia, una figura che richiama le eroine protettive di A Quiet Place ma le contamina con una psicologia più opaca e inquietante, lontana dall’eroismo hollywoodiano. Il montaggio di Davide Vizzini e le musiche strumentali alienanti di Michele Braga, compositore noto per Lo chiamavano Jeeg Robot e Dogman, sostengono una tensione che cresce senza resorti facili, privilegiando il silenzio e lo sguardo sul corpo delle attrici, dialoghi ridotti all’osso che lasciano spazio all’espressività fisica.

Shadows si inserisce nel filone delle persone segregate in casa per paura di minacce esterne che va da The Nest a The Village, da 10 Cloverfield Lane a Dogtooth, da The Wolfpack a The Boy Next Door, ma se ne distacca privilegiando una riflessione sull’identità e sulla scoperta del mondo esterno come atto di maturazione, quasi un Hansel e Gretel riscritto in chiave psicologica. La produzione italo-irlandese, firmata da Andrea Paris e Matteo Rovere per Ascent Film con Rai Cinema e Feline Films, girata in inglese e poi doppiata, conferma la tendenza del cinema italiano ad aprirsi oltre i confini domestici, e l’uscita posticipata a causa della pandemia ha reso il film ancora più attuale, come se la claustrofobia narrata fosse diventata realismo puro.
Non è un’opera rivoluzionaria, ma un oggetto originale e ponderato che monta la suspense con perspicacia, evitando il didascalismo grazie a un rigore formale che richiama le lezioni d’oltremanica, e che lascia lo spettatore con l’eco di una verità svelata lentamente. In un panorama cinematografico spesso appiattito su modelli americani, Lavagna dimostra che il genere può ancora ospitare visioni autoriali, dove le ombre non sono solo minaccia esterna ma proiezione interiore di legami da sciogliere, e dove ogni passo fuori dal nido familiare diventa un gesto di rinascita. La cura per i dettagli, i colori desaturati, le ambientazioni notturne, la progressiva erosione della fiducia, eleva il film oltre il semplice esercizio di suspense, trasformandolo in un ritratto di formazione al femminile che dialoga con il passato del cinema di genere italiano senza imitarlo pedissequamente, e che invita a interrogarsi su quanto le storie che ci raccontano possano plasmare o imprigionare la nostra percezione del reale.