Senilità di un franchise che non graffia più
Più che “fuori dall’Altrove” questo horror di Jacob Chase rischia di spingerci fuori dal cinema. Quando un franchise horror di grande successo arriva al suo sesto capitolo, la domanda inevitabile che ci si pone è se si abbia ancora qualcosa da dire e da mostrare. Insidious: fuori dall’Altrove, diretto da Jacob Chase e prodotto insieme ai veterani James Wan e Leigh Wannell, prova a rispondere a questa domanda voltando pagina rispetto alla saga della famiglia Lambert, chiusa ufficialmente con The Red Door del 2023. Il risultato, purtroppo, lascia alquanto perplessi.

La trama abbandona i protagonisti storici per concentrarsi su una nuova famiglia. Il film racconta di un gruppo di tre sconosciuti, presentati inizialmente quasi come stalker, che si insinuano nella quiete di un sobborgo americano e, con le loro azioni, trascinano una famiglia ignara dentro il piano astrale conosciuto come “Altrove”. Uno di loro si presenterà addirittura nello studio della protagonista, che di mestiere fa l’igienista dentale, esibendo una stomachevole arcata dentale in disfacimento. Pian piano i protagonisti scopriranno una verità agghiacciante, e cioè che la dimensione oscura, per la prima volta nella storia della saga, ha iniziato a infiltrarsi nel mondo reale, contaminando la linea di demarcazione che fino a questo momento aveva sempre protetto i vivi dagli spiriti malvagi intrappolati in quel limbo. Sulla carta, l’idea di rompere la barriera tra i due mondi è potenzialmente affascinante: promette di scardinare le regole che il franchise si era dato fin dal primo capitolo del 2010, aprendo scenari nuovi e potenzialmente più inquietanti. Nella pratica, però, questa premessa viene sviluppata con una lentezza esasperante che finisce per soffocare sul nascere ogni slancio drammatico e rendendo ogni jumpscare prevedibile.

Va detto, per onestà, che Insidious è da sempre un franchise capace di alternare alti e bassi notevoli. Il primo capitolo, uscito nel 2010, resta un piccolo classico del genere: un horror a basso budget capace di reinventare l’estetica del possession movie con un’idea semplice ma efficace, quella di un aldilà onirico e minaccioso accessibile attraverso il sonno. Il secondo capitolo del 2013, pur controverso, ha saputo espandere la mitologia con intelligenza, mentre i due prequel dedicati a Elise Rainier, interpretata dall’insostituibile Lin Shaye, hanno mostrato quanto il mondo costruito da Whannell e Wan fosse fertile. The Red Door, pur dividendo pubblico e critica, aveva almeno il merito di chiudere un cerchio narrativo con un certo rigore emotivo, affidandosi al ritorno di Patrick Wilson sia davanti che dietro la macchina da presa. Il franchise, nel suo complesso, ha incassato centinaia di milioni di dollari nel mondo con budget relativamente contenuti, diventando uno dei pilastri dell’universo horror di Blumhouse insieme a Paranormal Activity e The Conjuring. È proprio questo successo commerciale, però, a spiegare perché Hollywood continui a spremere il marchio ben oltre il punto in cui la storia avrebbe potuto dirsi conclusa.

Il problema principale del film, come accennato, è il ritmo. Laddove i migliori capitoli della saga sapevano alternare tensione crescente e improvvisi accessi di terrore puro, qui l’atmosfera resta costantemente sospesa tra attese e apparizioni. La prima ora di film è dedicata quasi interamente alla costruzione del mistero attorno ai tre misteriosi intrusi e al loro legame con la nuova famiglia protagonista, un’operazione che avrebbe potuto funzionare se sorretta da personaggi scritti con maggiore profondità. Invece, il cast, pur composto da interpreti volenterosi come Amelia Eve e Brandon Perea, si trova a recitare dialoghi funzionali all’esposizione della trama più che a costruire empatia con lo spettatore. Si ha costantemente la sensazione di assistere a un film che sta prendendo tempo, che dilaziona ogni rivelazione non per costruire suspense ma per allungare un metraggio che, tolti i preamboli, avrebbe forse retto a stento un mediometraggio.

Anche sul fronte più propriamente “di genere”, cioè quello dei salti sulla poltrona, Fuori dall’Altrove appare sorprendentemente timido. Il franchise ha sempre giocato con sapienza sul contrasto tra inquadrature statiche e improvvisi jumpscare, un marchio di fabbrica che in questo capitolo viene riproposto in maniera meccanica, quasi da manuale, senza la varietà e l’inventiva che avevano reso memorabili scene come l’apparizione del Demone Rosso nel film originale o le sequenze ambientate nell’Altrove del secondo capitolo. Qui gli spaventi arrivano puntuali, prevedibili, spesso telefonati con largo anticipo da un uso della colonna sonora che smette di essere un supporto emotivo per diventare un vero e proprio spoiler sonoro. Joseph Bishara, storico compositore della saga, firma ancora una volta le musiche, ma anche il suo lavoro sembra qui ripetere se stesso, senza trovare nuove sfumature per accompagnare l’idea, potenzialmente originale, della contaminazione tra i due mondi.

Un altro punto debole riguarda la gestione della mitologia. L’idea che l’Altrove inizi a penetrare nella realtà avrebbe potuto essere l’occasione per ridefinire le regole dell’universo narrativo, magari introducendo conseguenze visive e concettuali radicali. Nel film, invece, questa premessa viene trattata più come uno spunto di marketing che come un vero motore narrativo: al netto di qualche sequenza visivamente interessante, in cui gli ambienti domestici si deformano lasciando intravedere increspature dell’aldilà, il concetto non viene davvero sviluppato fino alle sue estreme conseguenze. Si resta con la sensazione di un’occasione sprecata, di un’idea presentata con enfasi nei materiali promozionali ma poi diluita e annacquata nella sceneggiatura vera e propria.

Non mancano, va detto, alcuni elementi che meritano una menzione positiva. Il ritorno di Lin Shaye nei panni di Elise Rainier, seppur in un ruolo più marginale rispetto al passato, resta un piacere per i fan di lunga data, e la sua presenza scenica continua a essere uno dei pochi elementi capaci di infondere autenticità emotiva anche nei momenti più deboli del film. Anche la fotografia di Dave Garbett, in alcune sequenze, riesce a restituire un senso di disorientamento visivo funzionale al racconto, con inquadrature che giocano sulla profondità di campo per nascondere presenze inquietanti sullo sfondo. Sono, però, lampi isolati in un impianto complessivo che fatica a tenere insieme le proprie ambizioni.
Il vero problema, in fondo, è che Insidious 6 porta addosso, in ogni sua scelta, i segni di una saga che mostra ormai una evidente stanchezza creativa. Sei capitoli, contando anche gli spin-off e i prequel, sono tanti per qualunque franchise horror, e la sensazione che si ha guardando questo ultimo episodio è quella di un marchio che continua a esistere più per inerzia commerciale che per reale necessità narrativa. Non è un caso che, negli ultimi anni, gran parte dei capitoli più recenti della saga abbia faticato a replicare l’entusiasmo di critica riservato ai primi film: lo stesso The Red Door aveva raccolto pareri contrastanti, e questo nuovo capitolo sembra ereditare gli stessi difetti, amplificandoli. La scelta di abbandonare la famiglia Lambert per introdurre nuovi protagonisti poteva essere un’occasione di rilancio, ma il film non riesce a sfruttarla appieno, restando ancorato a una struttura narrativa fin troppo simile a quella dei capitoli precedenti, con l’aggiunta di una lentezza che finisce per penalizzare l’esperienza dello spettatore.
In definitiva, Insidious 6 si configura come un film che promette di scardinare le regole del proprio universo narrativo ma che, nei fatti, si accontenta di ripetere stancamente formule già viste, diluendole in un ritmo compassato che raramente riesce a generare vera tensione. Resta la curiosità di vedere dove la saga vorrà portare questa nuova mitologia legata alla contaminazione tra i due mondi, ma se il franchise vorrà davvero sopravvivere a lungo, servirà un ripensamento più coraggioso, capace di restituire mordente e sorpresa a una formula che, allo stato attuale, sembra aver esaurito gran parte della propria linfa vitale.