Spider-Man in Brand New Day spacca il botteghino e mezza New York
L’Uomo-ragno “nuovo di zecca” enunciato nel titolo non è altro che un Uomo-ragno che diventa adulto, che acuisce i suoi sensi da ragno e che non ha più bisogno dei dispositivi per la produzione di ragnatele perché il suo organismo ne produce autonomamente. In pratica il “nuovo” Uomo-ragno è quello uscito dalla matita di Stan Lee nel 1962. Il nuovo film arriva nelle sale a quasi cinque anni di distanza da No Way Home e lo fa con l’ambizione dichiarata di voltare pagina rispetto a quella trilogia diretta da Jon Watts che aveva chiuso il cerchio con la scelta di Peter Parker di sacrificare la propria identità e i propri legami pur di salvare il mondo. Questo quarto capitolo, diretto dall’hawaiano Destin Daniel Cretton (quello di Shang-Chi), parte esattamente da quella ferita: un ragazzo che nessuno ricorda più, costretto a ricostruirsi un’esistenza a partire dal nulla, in una New York che per la prima volta nell’era di Tom Holland torna a essere qualcosa di più di un semplice sfondo digitale. La città, in gran parte ricostruita tra i set di Glasgow, viene restituita con una fotografia crepuscolare e malinconica che la trasforma quasi in un personaggio a sé, viva e pulsante come non accadeva dai tempi dei film di Sam Raimi.

La trama segue Peter Parker alle prese con una duplice minaccia. Da un lato la mutazione biologica che altera e potenzia i suoi poteri, rendendo i suoi sensi di ragno più aggressivi e incontrollabili e facendo comparire una ragnatela organica direttamente dai polsi; dall’altro una presenza misteriosa comincia a manipolare le menti delle persone attorno a lui, tessendo una trama che punta dritta al cuore della sua identità segreta e che coinvolge da vicino il Department of Damage Control, qui guidato dal burocrate interpretato da Tramell Tillman. È un impianto che riporta Spider-Man alle sue radici più urbane e meno cosmiche, con un regista che sceglie deliberatamente di abbandonare le dimensioni interplanetarie per concentrarsi sul tessuto delle strade, dei vicoli e dei tetti di Manhattan.
Il cast è probabilmente il punto più solido dell’operazione. Tom Holland ritrova un Peter Parker più adulto, più stanco, costretto a fare i conti con la solitudine di chi ha perso tutto ciò che lo ancorava al mondo, e lo fa con una naturalezza che sembrava perduta nei capitoli precedenti. Al suo fianco torna Zendaya nei panni di MJ, mentre Jacob Batalon riprende il ruolo di Ned Leeds; il trio funziona per alchimia e per la credibilità dei rapporti, mai forzati, grazie alla sceneggiatura firmata da Chris McKenna ed Erik Sommers che concede a ciascun personaggio lo spazio per respirare. Jon Bernthal riporta sullo schermo il suo Frank Castle, il Punitore, e la sua presenza costituisce uno degli innesti più riusciti del film: non un semplice cameo nostalgico ma un vero contraltare morale a Peter, un fratello maggiore scomodo la cui idea di giustizia sommaria è incompatibile alla radice con quella del bravo ragazzo, e proprio da questo attrito nasce buona parte della tensione etica della pellicola. Mark Ruffalo torna a vestire i panni di Bruce Banner, offrendo un ponte diretto con gli Avengers e ricordando allo spettatore che, per quanto la storia si muova su un binario apparentemente isolato, il film resta saldamente ancorato al tessuto narrativo del Marvel Cinematic Universe. Sul fronte degli antagonisti, Michael Mando dà corpo e ferocia a Mac Gargan, che finalmente indossa il costume e la coda meccanica dello Scorpion in sequenze di lotta brutali e fisiche, mentre Marvin Jones III presta una presenza scenica imponente a Tombstone.

(Inevitabile spoiler)
Il vero colpo di scena del film, però, riguarda il personaggio interpretato dalla Sadie Sink di Stranger Things. Ragazzi, il villain di questo film si chiama Jean Grey!!! E chiunque conosca un minimo la mitologia mutante, riconoscerà nel suo ruolo tratti, poteri e dinamiche che rimandano in maniera piuttosto trasparente a una delle figure più potenti e tormentate mai apparse nei fumetti Marvel, quella legata al concetto della Fenice e a una forza cosmica capace di riscrivere realtà e memorie: una delle menti più potenti del mondo mutante dopo quella di Charles Xavier. Il film gioca con grande abilità sul non nominare mai esplicitamente questa identità fin quasi alla fine, lasciando che siano i poteri, gli sguardi e certi dettagli visivi a parlare al posto dei dialoghi. È una scelta che acquista un senso ancora più forte se si pensa a dove si sta muovendo l’intero Marvel Cinematic Universe in questa fase, con il multiverso ormai squarciato e con un evento corale all’orizzonte che promette di riunire eroi di epoche e universi diversi, mutanti compresi. Non sarebbe affatto sorprendente se il filo lasciato volutamente sospeso in questo film trovasse il suo naturale proseguimento proprio in quell’appuntamento, in un disegno che sembra costruito apposta per gettare un ponte tra la dimensione più intima e newyorkese di Spider-Man e gli scenari cosmici che si preparano a inghiottire l’intero universo condiviso.

Al di là del twist, ciò che colpisce di più in Brand New Day è la coerenza tematica con cui viene trattata la condizione di Peter Parker. Il film è prima di tutto un dramma di identità, quasi un’indagine sul senso di sé condotta attraverso la maschera, con un protagonista che rigira tra le mani i pezzi della propria vita senza riuscire a decidere quale dei suoi due volti sia quello vero. La famiglia, in questo senso, diventa il tema portante attorno a cui ruota tutto il resto: non la famiglia di sangue, che Peter ha perso da tempo, ma quella scelta, costruita giorno dopo giorno con MJ, con Ned, e persino con figure inattese come Frank Castle, che pur nella sua durezza finisce per rappresentare una sorta di specchio deformato di ciò che Peter potrebbe diventare se lasciasse che il dolore prendesse il sopravvento. È un film che s’interroga su cosa significhi davvero appartenere a qualcuno quando il mondo intero ha smesso di riconoscerti, e lo fa senza scorciatoie sentimentali, lasciando che siano i silenzi e i piccoli gesti quotidiani a raccontare l’affetto più delle dichiarazioni esplicite.

Strettamente legato al tema della famiglia c’è quello della memoria, che nel film assume un peso quasi ossessivo. Dopo l’incantesimo che ha cancellato dalla mente di tutti il ricordo di Peter Parker, il protagonista si trova a vivere in un mondo che lo guarda come un estraneo, e questa condizione diventa il motore emotivo di ogni sua scelta. Il film esplora con delicatezza cosa voglia dire essere dimenticati, essere costretti a ricostruire relazioni partendo da zero, senza poter contare sulla storia condivisa che normalmente tiene insieme le persone. La minaccia che manipola le menti altrui, che punta a riscrivere ciò che gli altri sanno o credono di sapere su di lui, non fa che amplificare questa angoscia: se la memoria è ciò che ci lega agli altri e a noi stessi, un nemico capace di alterarla diventa la minaccia più intima e destabilizzante che Spider-Man abbia mai dovuto affrontare, ben più pericolosa di qualsiasi supercriminale armato di superpoteri.
Da questi due temi discende naturalmente il terzo grande filo conduttore del film, quello della solitudine, un filo che da una parte arricchisce la pellicola, dall’altra la rallenta. Il Peter Parker di Brand New Day è un personaggio che vive costantemente in bilico tra il bisogno di connessione e la paura di esporre ancora una volta le persone che ama al pericolo che la sua doppia vita comporta. È una solitudine diversa da quella già raccontata nei capitoli precedenti della saga, più matura e più dolorosa, perché non nasce più dall’inesperienza adolescenziale ma dalla consapevolezza piena di cosa significhi portare addosso il peso di un segreto che nessuno può condividere fino in fondo. Anche il rapporto con Frank Castle, per quanto ruvido e conflittuale, nasce proprio da questa esigenza di trovare qualcuno che, pur non comprendendo fino in fondo le sue scelte, sia comunque disposto a restargli accanto nei momenti più bui.

Sul piano tecnico, la regia di Cretton privilegia un’azione dal taglio fisico e viscerale, che restituisce alle acrobazie di Spider-Man una vulnerabilità tangibile raramente vista nei precedenti capitoli con Tom Holland. Le sequenze in cui l’eroe oscilla tra i grattacieli o si scontra con i nemici nei vicoli bui della città possiedono una fluidità che richiama apertamente l’eredità di Sam Raimi, trasformando ogni scontro in una prova di resistenza fisica e mentale più che in una semplice coreografia digitale. Anche il tono generale del film beneficia di questa scelta stilistica, restituendo un senso di pericolo reale che mancava da tempo alla saga.
Nel complesso, Spider-Man: Brand New Day mantiene ciò che promette, è capace di intrecciare l’azione spettacolare con una riflessione sincera su cosa significhi perdere e ritrovare se stessi, sulla famiglia intesa come scelta più che come legame di sangue, sul peso della memoria condivisa e sulla solitudine che accompagna chi porta una maschera. E proprio mentre lo spettatore crede di trovarsi di fronte a una storia isolata, il film lascia intuire che i fili di questa vicenda potrebbero presto intrecciarsi con eventi ben più ampi, capaci di ridisegnare i confini dell’intero universo Marvel così come lo conosciamo.