In un paese come il nostro dominato da una Chiesa potente e presente, gli elementi che più di altri risultano incontestabili ed intoccabili sono la famiglia, indissolubile e perfetta per principio, la figura femminile, idealizzata e mai concretizzata, e per finire una eterosessualità da difendere per ottenere la formazione di un nuovo nucleo, elemento essenziale per la completa realizzazione di qualsiasi donna. Dunque, viste queste premesse, appare quasi inevitabile che una vicenda incentrata nella disgregazione di credenze ed infrastrutture sociali debba subire il peso di una censura che ha il sapore dell’ignoranza e del preconcetto. Perché l’opera di Cristina Comencini, ed in questo caso è assolutamente impossibile separare il libro dal film, non solo è dotata di una lucida sensibilità e di una profondità morale priva di preconcetti, ma appare urgentemente utile in un periodo in cui si continua a tacere, credendo nelle menzogne di una apparenza dietro la quale può nascondersi l’inimmaginabile. Utilizzando la vicenda della violenza familiare subita da Sabina (Giovanna Mezzogiorno) e Daniele (Luigi Lo Cascio) durante la loro infanzia, la regista non solo solleva il velo sopra uno dei tabù più problematici e volutamente ignorati dalla nostra società, ma crea uno stato di consapevolezza dal quale non dovrebbe essere più possibile allontanarsi. Ma il film non si accontenta di sviluppare una sola problematica. Piuttosto si lancia nella realizzazione dell’universo femminile più onesto ed affettivamente vicino alle intemperanze ed alle sofferenze vissute dalle donne. Conoscere le donne e parlare di donne, nel senso più profondo del termine, non è stato sempre una avventura ben riuscita per il cinema e quando l’attenzione si sposta sul nascere di un amore omosessuale al femminile tutto si carica di maggior responsabilità.

Ma la vicenda, in questo caso, ha goduto di uno sguardo e di un respiro tanto vasto da attribuire al pensiero come alla scena visiva il dono di una rara naturalezza. Dunque ci troviamo di fronte ad un film importante, dai temi delicati e complessi che esigevano l’utilizzo e la realizzazione di un ottima sceneggiatura. E che il film risulti così ben scritto lo si può notare non tanto dal personaggio centrale, a volte la Mezzogiorno cade in una drammaticità un po’ stucchevole, ma dall’attenta e profonda caratterizzazione di tutte le figure secondarie che gravitano intorno al suo dramma personale. Un attenzione particolare va riservata al personaggio di Maria, donna spinosa, cinica e sottilmente fastidiosa, a cui la Comencini ha riservato il dono e la capacità spezzare la drammaticità grazie ad un’Angela Finocchiaro capace di mettere la sua vena ironica al servizio di una vicenda tutt’altro che leggera e di farla aderire perfettamente. Se poi si osserva la rappresentazione moderata e giustamente trattenuta di Luigi Lo Cascio, preda di un personaggio compulso e psicologicamente provato, si comprende dove si nasconda il talento del nostro cinema moderno. Nonostante una lunghezza eccessiva difficile da sostenere anche per la complicatezza della storia ed alcuni momenti che, per un eccessivo amore di chiarezza, rischiano di risultare superflui, il cinema di Cristina Comencini si caratterizza per una mancanza di presunzione, per un amore nei confronti dell’ “artigianato” non facilmente riscontrabile in molte occasioni e per quel sapore d’antico che si è perduto lungo le numerose crisi d’infallibilità che troppo spesso colpiscono gli autori nostrani.

di Tiziana Morganti