Chi ha trovato furbetto il triangolo edulcorato di The Dreamers, chi ha storto il naso per il blockbuster Pearl Harbour, dovrebbe accuratamente evitare queste due ore di epopea erotica con sottofondo guerrafondaio (Spagna nel 1937 e Francia occupata dai nazisti), soprattutto se si sono molto amate, in altri lungometraggi, le prestazioni di due attrici di razza come Charlize Theron (Oscar per Monster) e Penélope Cruz (Tutto su mia madre o l’italiano Non ti muovere). Non potendo disconoscere un film di grandi mezzi, la Cruz, di recente in Italia per presentare Sahara si è detta quantomeno perplessa dei trailer passati in televisione, che si attardano su un bacio castissimo tra lei e la Theron e su presunte morbosità sadomaso, neanche fossimo in un film dichiaratamente “lesbo chic”, vietato ai minori (e magari!). Niente di tutto ciò. L’amicizia particolare tra Gilda e Mia, nata in una Parigi da cartolina “farlocca” è interessante quanto i duetti amorosi tra la tragica e leggera Gilda/Theron e il torsolo britannico Guy (Stuart Townsend). Pochissimo e, sia detto per inciso, le nottate bohemien dei tre, fra champagne e sigarette, con tanto di letto accogliente per il terzetto e l’intermezzo bondage della Theron mettono addosso una tristezza infinita.

Come a dire, dopo le bisbocce, ecco i sensi di colpa e la causa spagnola e a seguire la lotta contro il nazifascismo per dare un taglio netto ad un’ora di finti intrallazzi sentimentali. Tutto è esagerato, esasperato, da docufiction televisiva che vede finti opinionisti in studio per spiegare i segreti del comportamento umano. Le uniche scene che salviamo sono le passeggiate di Gilda in una Parigi tenebrosa, che non ha voglia di leggere le lettere spedite dai due amanti esiliatisi volontariamente in Spagna, convinta che i sensi di colpa siano soltanto malcelati deliri di onnipotenza per persone complessate che hanno perso il senso della levità e dell’ironia. Tutto qui. Il resto è una melassa agghiacciante, in cui i Nazisti sono biondi, cattivi e prevedibili, gli antifascisti passionali, emotivi e consapevolmente vincenti. Il finale è quello già scritto nella prima scena del film, la sceneggiatura, strampalata e inutilmente farraginosa diventa fluida nella prevedibilità del destino “cinico e baro”. Lo stile filmico di John Duigan è troppo formale, ovvero troppo televisivo per catturare i cinefili esigenti ed incattiviti del nuovo millennio. C’è anche da dire che sono pellicole così scombinate a non affossare definitivamente il cinema italiano.

di Valerio Sammarco