di J.D. Salinger, 1951
Pubblicato nel 1951 con il titolo originale The Catcher in the Rye che allude a una strofa della canzone Comin’ Through the Rye di Robert Burns, questo è uno di quei rari romanzi capaci di diventare, nel giro di pochi anni, un fenomeno generazionale e un classico scolastico senza smarrire la propria inquietudine originaria. Il libro di J.D. Salinger racconta tre giorni nella vita di Holden Caulfield, sedicenne espulso dalla Pencey Prep, che fugge verso New York prima di tornare a casa e affrontare i genitori. La trama è minima, quasi un pretesto. Ciò che conta è la voce che la racconta, una delle più riconoscibili e imitate della letteratura americana del Novecento.

Il modello più evidente è Mark Twain. Come Le avventure di Huckleberry Finn, anch’esso narrato in prima persona da un adolescente in fuga dal mondo degli adulti, il romanzo di Salinger fa dell’oralità una scelta poetica. Il gergo, le ripetizioni, le divagazioni, quel «e via dicendo» che punteggia il discorso di Holden, danno l’impressione di ascoltare qualcuno che parla senza filtri. Hemingway aveva dichiarato che tutta la letteratura americana moderna discende da Huck Finn, e Salinger ne raccoglie l’eredità adattandola a un’epoca diversa, quella del dopoguerra, del benessere conformista e dei sobborghi ordinati. Se Huck scappa dalla civiltà lungo il Mississippi, Holden vaga tra bar, alberghi e ascensori di una metropoli che gli sembra popolata solo da persone false, e il fiume diventa il flusso incessante di una città indifferente.
La parola chiave, nel lessico di Holden, è phony, «falso». Falsi sono i professori che fingono interesse, i compagni di scuola che recitano una sicurezza che non hanno, i registi di Hollywood, i genitori dei suoi amici, perfino i bambini troppo educati. È facile liquidare questo atteggiamento come tipica ribellione adolescenziale, ma sotto c’è una domanda filosofica seria, quella dell’autenticità. Holden vive in modo quasi doloroso la distanza tra ciò che si è e ciò che si mostra, e in questo ricorda le pagine di Kierkegaard sull’angoscia di chi non riesce a conciliare l’interiorità con le forme sociali, o l’analisi sartriana della malafede, in cui ciascuno recita un ruolo per sfuggire alla vertigine della propria libertà. Il paradosso, che Salinger lascia affiorare con ironia sottile, è che Holden è il primo a mentire. Inventa identità, racconta bugie a sconosciuti, si definisce un «bugiardo incallito». La sua ricerca di sincerità convive con un’incapacità di essere sincero, e il romanzo prende il suo valore proprio da questa contraddizione.
Il cuore emotivo del libro, tuttavia, è un altro. Holden è ossessionato dalla perdita, e al centro di questa ossessione c’è la morte del fratello minore Allie, morto di leucemia, la cui scomparsa non è mai stata elaborata. Il suo rifiuto di crescere non nasce da semplice capriccio ma da un lutto che il mondo adulto liquida con frettolosa normalità. Qui il romanzo si lega a una tradizione letteraria che va da Wordsworth, con l’infanzia come stato di grazia perduto, fino al Peter Pan di Barrie. La celebre fantasia che dà il titolo al libro, Holden che immagina di fermare i bambini sul ciglio di un burrone in un campo di segale impedendo loro di precipitare, è la formulazione più chiara di questo desiderio: proteggere l’innocenza dalla caduta nell’età adulta. Il titolo originale nasce da un fraintendimento del verso di Robert Burns, che Holden ricorda male, e questo errore è rivelatore, perché mostra come la sua visione del mondo sia sempre filtrata dal bisogno emotivo.
Il momento decisivo arriva con la sorellina Phoebe, che Holden vede girare sulla giostra del Central Park. Lei sale sul cavallino e tende la mano verso l’oro, e Holden capisce che non si può impedire ai bambini di cercare di afferrarlo, anche a costo di cadere. È un passaggio di grande delicatezza e di sorprendente maturità filosofica. La protezione assoluta è una forma di soffocamento, e l’esistenza richiede il rischio. In questa accettazione del rischio risuona qualcosa del pensiero esistenzialista, dell’idea che il senso della vita non si trovi in un ordine garantito ma nella disponibilità a esporsi. Holden non si converte, non diventa un adulto risolto, e il finale lascia volutamente aperta la sua condizione, tra una clinica e un racconto retrospettivo. Ma qualcosa si è mosso, e la pioggia che lo bagna mentre guarda Phoebe è uno dei rari momenti di felicità non ironica del libro.
Un altro filo importante è la presenza della cultura religiosa, filtrata dall’interesse di Salinger per il pensiero orientale, che si farà più esplicito nei racconti successivi dedicati alla famiglia Glass. Holden ammira Gesù ma disprezza i discepoli, che non lo hanno capito, e prova una simpatia istintiva per le suore e per chi pratica la gentilezza senza ostentarla. La sua è una spiritualità disordinata, quasi inconsapevole, in cui la compassione diventa l’unico criterio di valore. In questo senso il romanzo dialoga con Dostoevskij, il cui principe Myškin, l’«idiota» incapace di compromessi, è un lontano antenato di Holden: entrambi vengono letti dagli altri come ingenui o malati, entrambi smascherano senza volerlo l’ipocrisia di chi li circonda.
Dal punto di vista dello stile, Salinger sorprende per la precisione con cui costruisce un’apparente casualità. I salti di tono, dalla comicità alla tenerezza al dolore, sembrano affiorare spontaneamente, ma rispondono a una regia attenta. L’umorismo, che nelle prime pagine domina, funziona da difesa: Holden ride per non piangere, e il lettore se ne accorge a poco a poco, quando le battute si fanno più amare e la solitudine emerge senza schermi. Il rischio, per chi legge oggi, è quello di trovare irritante la sua insistenza lamentosa, e non si può negare che il romanzo risenta di una certa ripetitività. Ma è un limite coerente con la natura del personaggio, la cui voce è appunto un’ossessione ciclica, e che il lettore adulto può guardare con una distanza che l’adolescente non possiede.
La storia della ricezione è parte della storia del libro. Considerato scandaloso per il linguaggio e per il disincanto, spesso rimosso dalle biblioteche scolastiche, adottato da generazioni di lettori come specchio di sé, il romanzo è stato anche collegato, in modo tragico e del tutto estraneo alle intenzioni dell’autore, a episodi di cronaca nera. Salinger, ritiratosi progressivamente dalla scena pubblica, ha pagato un prezzo altissimo per quel successo, e il suo silenzio successivo rimane uno dei misteri più discussi della letteratura contemporanea.
Resta un libro che parla di una soglia, e che conserva la propria forza perché quella soglia non si chiude mai del tutto: ognuno la attraversa a modo suo, rimpiangendo qualcosa. Leggere Holden da adolescenti significa riconoscersi, rileggerlo da adulti significa commuoversi per ciò che non si riesce più a vedere con quegli occhi. In questo scarto tra le due letture si trova la ragione profonda per cui Il giovane Holden continua, a più di settant’anni di distanza, a rivolgersi a noi con la stessa voce a metà tra rabbia e la tenerezza.