Confessioni di un massacro ad alta tecnologia
Dopo l’Oscar per No Other Land, Yuval Abraham e Rachel Szor sono tornati a Venezia con un nuovo documentario sui meccanismi dietro i numerosi raid dell’esercito israeliano a Gaza. Il film era l’unico documentario in concorso, e il pubblico della Sala Grande gli ha riservato una standing ovation di circa venticinque minuti, la più lunga mai registrata alla Mostra e la giuria gli ha assegnato il Premio Speciale. In patria, nelle stesse ore, partiva una campagna di delegittimazione e i due registi sono stati definiti “traditori”. Dopo il grande successo in sala, è stato diffusa una fake news su una presunta visione gratuita di lì a una settimana (per disincentivare la visione in sala) ed è stato prodotto un contro-documentario con lo stesso nome e con testi diametralmente opposte. Il film, che è al tempo stesso un’opera di cinema e un atto di giornalismo, ha suscitato tali reazioni da confermare la sua importanza e la sua urgenza. Il titolo è la chiave del film. Naza è un acronimo dell’intelligence israeliana che sta per nezek agavi (danno collaterale) e che indica il numero di civili che si prevede moriranno in un attacco aereo. La tesi è che quel numero non fosse un dato fisso: secondo le testimonianze, la soglia di “naza” considerata tollerabile per ogni attacco era piuttosto elastica.

Il documentario non parla di incidenti o di errori. Il regista lo ha detto con chiarezza: il “tasso d’errore del 15%” citato nel film non è il punto, perché le morti civili non sarebbero un bug né uno sbaglio. La sorveglianza di massa viene collegata direttamente alle uccisioni di massa perché chi sparava sapeva benissimo chi sarebbe stato colpito. Il film mette così al centro una catena di decisioni burocratiche e algoritmiche, che nel racconto dei testimoni prende la forma di un’ingegneria della morte. Il materiale nasce da un’inchiesta lunga quasi tre anni. Abraham e Szor hanno lavorato con il Guardian e con i siti israeliani +972 Magazine e Local Call, la testata dove Abraham aveva già firmato le inchieste sull’uso dell’intelligenza artificiale per individuare i bersagli a Gaza. Il film è l’esito cinematografico di quel lavoro.
La sorpresa, per chi si aspetta un j’accuse a voce alta, è il tono. Secondo la critica di Screen Daily, è un film silenzioso, in cui le voci non si alzano mai e l’impatto nasce dall’accumulo lento di informazioni devastanti. È una scelta di regia precisa. Chi parla non è un attivista né una vittima, ma un operatore della macchina, e il suo racconto procede con la pacatezza di chi descrive un lavoro d’ufficio come può essere quello dell’impiegato alle fotocopie di una grande azienda.

Abraham conduce personalmente le interviste, e la sua presenza davanti alla macchina da presa, domanda dopo domanda, dà al film una tensione morale quasi teatrale. Un israeliano che ascolta altri israeliani raccontare ciò che hanno fatto disinnesca quello stratagemma retorico secondo cui chi critica il governo di Israele diventa automaticamente “antisemita”. Pare che Abraham stesso fosse stato selezionato per il corpo di intelligence e che lo avesse lasciato dopo una settimana di addestramento, per ragioni di coscienza. La sua biografia è un sottotesto potente, il percorso alternativo che l’intervistatore avrebbe potuto percorrere.
Un’altra osservazione di Screen Daily aiuta a capire l’architettura del film. Soltanto nella breve sezione finale si entra a Gaza, in una sequenza pensata per sgomentare e far infuriare, un ultimo colpo di martello. Per quasi tutta la durata, dunque, la camera resta dalla parte di chi guarda dall’alto. Gaza arriva solo alla fine e il suo peso dipende da tutto ciò che l’ha preceduta. Il dramma è nel contrasto tra il linguaggio asettico dei testimoni e ciò che quel linguaggio produce a terra. Sullo sfondo una brulicante Tel Aviv dedita alla sua normale vita serale, tra strade trafficate e attività domestiche.
Il film raccoglie le testimonianze di 24 figure dell’esercito che hanno accettato di parlare davanti alla camera solo a condizione che la loro identità fosse protetta. L’anonimato era la condizione per ottenere la parola. In Israele chi lavora nell’intelligence militare è vincolato da obblighi di segretezza, e parlare con dei giornalisti di pratiche operative può esporre a conseguenze penali, alla perdita della carriera e a un ostracismo sociale feroce. Il film lo suggerisce attraverso il suo ambiente, gli ufficiali dell’intelligence sono descritti come l’élite sociale del Paese e chi decide di parlare rischia quindi di perdere il proprio posto in quella élite. Il volto negato è quindi una necessità di sicurezza, e dà al film una sua cifra visiva.
Va riconosciuto però in questo anche un’arma di delegittimazione nelle mani della controparte. L’anonimato rende le affermazioni più difficili da verificare in modo indipendente, ed è su questo terreno che il governo attacca il film. Gli autori rispondono che il film si fonda su anni di lavoro giornalistico, e che nelle interviste originali, come ha detto Abraham, c’era un grado di specificità molto maggiore di quello che compare nel montaggio finale. Basta volersi informare meglio quindi per avere i dettagli che si cercano.
Naza dialoga con una lunga tradizione di film sull’uso della violenza di Stato e sulla testimonianza dei suoi esecutori. Il confronto più naturale è con La zona d’interesse. E non è un caso. Il film è prodotto dal team premiato con l’Oscar per quel film, James Wilson e Jonathan Glazer, che figura come produttore esecutivo. Come in Glazer, l’orrore sta fuori campo, filtrato dalla normalità di chi lo amministra. Screen Daily nota che il confronto va oltre la produzione; in quel film si guardava a come la pressione dell’orrore agisce sui corpi dei carnefici, sul sonno, sull’andatura, sulla voce. Qui la voce dei testimoni, per quanto resa anonima, porta lo stesso peso.
Altri paralleli vengono alla mente. In The Gatekeepers (Dror Moreh, 2012) sei ex capi dello Shin Bet parlavano a viso scoperto delle conseguenze morali del loro lavoro: Naza è il suo rovescio, perché qui il volto manca e il conflitto è ancora in corso. Censored Voices (Mor Loushy, 2015) faceva ascoltare i soldati della Guerra dei Sei giorni, le cui confessioni erano state censurate. Il lavoro dell’organizzazione Breaking the Silence, che raccoglie da anni testimonianze di militari israeliani, è il terreno culturale da cui Naza germoglia, con una differenza: qui sono i registi a condurre l’inchiesta con una struttura da film.
Poi c’è il cinema che lascia parlare i colpevoli. Shoah di Claude Lanzmann ricorse perfino alla camera nascosta per filmare ex nazisti, mentre The Act of Killing di Joshua Oppenheimer metteva i carnefici davanti al proprio racconto. In Standard Operating Procedure, Errol Morris interrogava i responsabili degli abusi di Abu Ghraib. Naza rientra in questo filone, con una cautela: i testimoni non vengono messi alla prova in un gioco di specchi, ma ascoltati e poi confrontati con le conseguenze.
Quanto al versante opposto, quello delle vittime, il riferimento è a Five Broken Cameras e allo stesso No Other Land, che dall’interno della comunità palestinese mostravano la quotidianità dell’occupazione. Vale anche per la produzione recente su Gaza e sulle guerre contemporanee, da 20 Days in Mariupol a The Voice of Hind Rajab, presentato a Venezia l’anno scorso. Naza completa questo quadro guardando dal lato della sala operativa. Resta una questione di precedenti: un film israeliano su crimini attribuiti allo Stato, firmato da registi israeliani e girato dentro Israele, non è nuovo (Valzer con Bashir e Lebanon hanno percorso strade vicine, quella del trauma del soldato), ma quasi mai prima d’ora si era spinto a nominare una pratica e a chiamare in causa un sistema invece di un episodio. Qui sta la novità, e qui sta anche l’origine dello scandalo.
Se in Europa il film è stato accolto da applausi e premi, in Israele il clima è di aperta ostilità. Il documentario ha vinto il Premio Speciale della Giuria e ha già ottenuto una distribuzione in 56 stati, ma non è ancora uscito integralmente in Israele, il che non ha impedito che fosse attaccato, e da tutti i fronti.
Le reazioni istituzionali sono state durissime. Il ministro della Cultura Miki Zohar ha annunciato che avrebbe agito immediatamente per revocare la cittadinanza israeliana ai due registi, e secondo il Columbia Journalism Review li ha accusati di tradimento. Il ministro Itamar Ben-Gvir li ha definiti una vergogna e un imbarazzo, invitandoli a lasciare il Paese. Il premier Netanyahu ha definito scioccante che due registi israeliani siano applauditi a Venezia per aver ritratto l’esercito come criminale, e ha annunciato una legge per moltiplicare per venti i risarcimenti per diffamazione e per togliere la cittadinanza a chi diffama i soldati. Il capo di stato maggiore Eyal Zamir ha definito il film un attacco allo Stato di Israele, promettendo di valutare azioni legali contro i responsabili, e lo Shin Bet ha chiesto all’esercito di aprire un’indagine.
L’ostilità ha anche toni da piazza. Avigdor Liberman, leader dell’opposizione di destra, ha accusato i due di aver trasformato la guerra seguita al 7 ottobre in una campagna di diffamazione contro Israele, l’esercito e i suoi soldati. Sui social, il rapper e attivista di destra The Shadow ha pubblicato un murale con Abraham e Szor che reggono cartelli da foto segnaletica. Anche parte dell’opposizione ha criticato la risposta del governo, e la deputata Naama Lazimi ha ridicolizzato la proposta di togliere la cittadinanza ai registi.
Perché tanto astio? Una parte della risposta sta nella storia dei due autori. Abraham e Szor, già coautori di No Other Land, sono israeliani, e ciò che li rende bersagli è proprio questo, che non si possano liquidare come faziosi. In un’intervista alla televisione Channel 13 Abraham ha ribadito che Israele è casa sua, una frase che non placa chi lo considera un traditore. C’è poi il contenuto: dopo il 7 ottobre, il racconto dominante nel Paese vuole l’esercito impegnato in una guerra difensiva e giusta, e un film che parla di calcolo e di soglie accettabili mette in discussione la premessa morale su cui molti poggiano. Infine il momento: il film arriva mentre il governo sostiene una riforma del finanziamento al cinema che punisce le opere considerate ostili.
Sarebbe scorretto presentare il film come un racconto senza discussione. L’esercito ha respinto pubblicamente le accuse centrali del documentario, e una parte delle inchieste su cui si basa era già stata contestata dall’IDF. L’anonimato dei testimoni, per quanto giustificato, impedisce a chi guarda di valutare chi parla, quale ruolo abbia avuto e quanto sia rappresentativo. Sono obiezioni legittime, e vanno distinte dalle minacce di revoca della cittadinanza, che non sono una confutazione ma un tentativo di censura.
Il Guardian, che ha co-prodotto il film, ha promesso di difenderlo da qualunque tentativo di censura. Gli autori, dal canto loro, non nascondono l’intento politico: sperano che il film induca i Paesi occidentali a ritirare il proprio sostegno a Israele e a esercitare pressioni con sanzioni. È una dichiarazione che chiarisce da che parte stanno, e che i critici useranno per leggere il film come militanza. Ma un film può essere insieme di parte e fondato, e sta allo spettatore, e agli storici, distinguere.
Naza funziona proprio perché rinuncia alla retorica. Il montaggio lento, i volti oscurati, i tetti di Tel Aviv di notte, le frasi dette a bassa voce restituiscono un’immagine della guerra come processo amministrato, in cui il numero dei morti accettabili è una cifra su un foglio. Il confronto con La zona d’interesse (cosa che potrebbe diventare fuorilegge con il nuovo “ddl antisemitismo” che il governo italiano sta perfezionando) è meritato quanto a metodo, con la differenza che qui il fuori campo è un fatto in corso e non un passato su cui si può elaborare il lutto.
Il film resta anche un caso politico, e l’accoglienza in patria ne è parte integrante. La storia del cinema documentario insegna che le opere più scomode sono spesso quelle che ottengono, nel luogo di cui parlano, l’accoglienza più ostile. Se Naza sia l’atto di accusa decisivo che i suoi autori sperano, o solo un nuovo capitolo di una battaglia di narrazioni, lo diranno le verifiche indipendenti sulle sue affermazioni e la storia. Tanto viviamo un’epoca in cui la verità è radicalizzata e c’è un’intera classe politica che per sua scelta non lo vedrà.