di Renata Viganò, Einaudi 1949
Pubblicato nel 1949 da Einaudi, L’Agnese va a morire è uno dei romanzi più intensi nati dall’esperienza della Resistenza italiana, e vinse quello stesso anno il Premio Viareggio. Renata Viganò non scrisse questo libro da spettatrice. Nata a Bologna nel 1900, aveva studiato per diventare infermiera e durante la guerra aveva effettivamente militato nelle brigate partigiane nel ferrarese e ravennate insieme al marito Antonio Meluschi, prestando soccorso ai combattenti e collaborando alla stampa clandestina. Questa aderenza diretta ai fatti si sente in ogni pagina del romanzo, che rifugge la retorica eroica per restituire la guerra partigiana nella sua dimensione più umile, fangosa e quotidiana, fatta di paura, fame, silenzi e piccoli gesti di solidarietà.

La protagonista, Agnese, è una lavandaia di circa sessant’anni che vive nelle valli di Comacchio, tra canneti e acquitrini. All’inizio della vicenda i tedeschi le uccidono il marito Palita, arrestato e deportato. Da quel momento la donna, spinta da un dolore che si trasforma in rabbia lucida, entra a far parte della rete partigiana locale, diventando prima staffetta e poi punto di riferimento per un intero gruppo di combattenti. Viganò costruisce un personaggio femminile atipico per la letteratura di guerra dell’epoca. Agnese non è una giovane eroina romantica, ma una donna anziana, robusta, poco istruita, capace però di un coraggio pratico e ostinato, quasi contadino, che nasce dalla necessità più che dall’ideologia. Attorno a lei si muove una piccola comunità di partigiani, tra i quali Clinto, Cocchi, il comandante Corradi, ciascuno delineato con pochi tratti essenziali, secondo uno stile scarno e diretto che rifiuta ogni psicologismo superfluo.
Il romanzo segue Agnese nei mesi tra la fine del 1943 e l’autunno del 1944, lungo il territorio del Delta del Po, tra Comacchio, Porto Garibaldi e le zone paludose della Romagna, teatro reale delle operazioni della brigata Garibaldi in cui Viganò stessa operò. L’acqua, la nebbia, il canneto diventano parti attive del romanzo, che nascondono e proteggono i partigiani ma che nello stesso tempo li isolano. Il finale, anticipato fin dal titolo con un procedimento quasi epico che richiama la tragedia classica, non è un colpo di scena ma una tensione che attraversa l’intero libro, conferendogli un tono elegiaco e insieme di ineluttabilità.
Sul piano letterario, l’opera si inserisce pienamente nella stagione del neorealismo italiano del secondo dopoguerra, accanto a testi come Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino, Una questione privata di Beppe Fenoglio o Il partigiano Johnny, sempre di Fenoglio, con cui condivide l’ambizione di raccontare la Resistenza senza mitizzarla, restituendone piuttosto la fatica fisica e morale. Rispetto a Calvino, che filtra la guerra attraverso lo sguardo fiabesco e straniato di un bambino, e a Fenoglio, che indaga l’ambiguità etica dell’impegno individuale, Viganò sceglie una prospettiva più corale e popolare, vicina per asciuttezza e per attenzione al mondo contadino alla lezione di Verga e del verismo, riletta però attraverso l’urgenza politica e testimoniale tipica del dopoguerra. La lingua del romanzo, semplice e concreta, priva di orpelli retorici, richiama inoltre la lezione di Elio Vittorini, che tra l’altro come direttore della collana einaudiana “I gettoni” contribuì a portare alla luce diverse voci della nuova narrativa italiana di quegli anni.
Va inoltre ricordato che Renata Viganò fu tra le poche donne a raccontare la Resistenza dall’interno, in un panorama letterario ancora largamente dominato da voci maschili; la sua Agnese restituisce dignità narrativa al contributo, spesso rimosso dalla memoria ufficiale, delle donne alla lotta di liberazione, non come infermiere silenziose ma come soggetti attivi della guerra partigiana. In questo senso il romanzo anticipa temi che la storiografia e la letteratura italiana avrebbero approfondito solo decenni più tardi, quando si è cominciato a studiare sistematicamente il ruolo delle donne nella Resistenza.
L’Agnese va a morire resta, a oltre settant’anni dalla sua pubblicazione, un testo fondamentale per comprendere non solo la letteratura della Resistenza ma anche la memoria collettiva italiana della guerra. Un romanzo che unisce rigore documentario ed esperienza vissuta senza mai scivolare nel semplice reportage, trasformando la biografia dell’autrice in una narrazione capace di parlare a lettori di ogni generazione.