di Gabriele D’Annunzio, 1892
Collocato tra Il piacere e Il trionfo della morte nella “trilogia della rosa”, L’Innocente, occupa un ruolo particolare nella parabola narrativa di Gabriele D’Annunzio segnando, secondo molti critici, il momento in cui lo scrittore abruzzese raggiunge la piena maturità del romanzo psicologico italiano, capace di dialogare alla pari con i grandi modelli europei del tempo, da Dostoevskij al Bourget de Il discepolo.

Il romanzo racconta, in prima persona, la confessione di Tullio Hermil, aristocratico colto, raffinato ed egocentrico, che si rivolge idealmente a un giudice per raccontare, e insieme giustificare, gli eventi che lo hanno condotto a un gesto estremo: l’uccisione del figlio neonato che sua moglie Giuliana ha avuto da un amante. La trama si sviluppa con un andamento circolare e ossessivo, tipico della confessione. Tullio, dopo anni di tradimenti e di indifferenza verso la moglie, vive un’improvvisa crisi di coscienza che lo spinge a un ritorno di passione verso Giuliana, un moto di redenzione sentimentale che sembra promettere una rinascita della coppia; ma proprio in questo momento di apparente riconciliazione, emerge la rivelazione che sconvolge l’equilibrio raggiunto, ovvero che Giuliana, nel periodo del distacco, ha avuto una relazione con un altro uomo e aspetta un figlio.
Da qui si dipana la seconda parte del romanzo, dominata dall’ossessione di Tullio per quella che egli percepisce come una onnipresente onta genealogica, un corpo estraneo introdotto nella purezza del sangue familiare, e la gestazione lenta e implacabile del proposito omicida, che culmina nella scena finale in cui il protagonista lascia il neonato esposto al freddo di una finestra aperta, provocandone la morte per assideramento, in un gesto presentato come necessità superiore, quasi rituale, piuttosto che come delitto comune. Il titolo stesso, L’innocente, gioca su un’ambiguità semantica centrale, da un lato designa ironicamente e crudelmente la vittima, il piccolo Raimondo, innocente per definizione e per età; dall’altro sembra alludere, con un rovesciamento inquietante tipico della retorica dannunziana, alla pretesa innocenza morale che Tullio attribuisce a se stesso, convinto di agire secondo una logica superiore che lo pone al di là del bene e del male borghesi.
Dal punto di vista letterario, L’Innocente si inserisce pienamente nel clima del Decadentismo europeo di fine Ottocento, condividendo con la narrativa francese del tempo, da Bourget a Huysmans, l’interesse per l’analisi psicologica minuziosa, per la dissezione quasi clinica delle pulsioni e dei moti interiori, per una sensibilità estetizzante che trasforma ogni percezione, ogni paesaggio, ogni oggetto in occasione di godimento sensoriale e riflessione filosofica. Non a caso la critica ha spesso accostato il romanzo a Delitto e castigo di Dostoevskij, per la struttura confessionale, per il tema del delitto giustificato da una presunta superiorità intellettuale e morale del protagonista, e per l’attenzione ai meccanismi torbidi della coscienza colpevole che cerca continuamente di riscriversi come innocente. Tuttavia, laddove in Dostoevskij il senso di colpa conduce a un percorso di espiazione e redenzione cristiana, in D’Annunzio esso viene assorbito e neutralizzato da un’estetica della volontà che anticipa, in forma ancora incompiuta, i tratti del futuro superuomo nietzschiano che caratterizzerà le opere successive dello scrittore.
Tullio Hermil è infatti un antesignano di quella figura dell’esteta-superuomo che si arroga il diritto di sottrarsi alla morale comune in nome di una presunta eccezionalità della propria sensibilità e del proprio intelletto: la sua confessione non è mai realmente pentimento, ma piuttosto un tentativo sofisticato e retoricamente elaborato di trasformare il crimine in atto di volontà superiore, in scelta aristocratica compiuta al di sopra delle convenzioni sociali e delle leggi comuni, che egli considera adatte solo agli uomini mediocri. Sul piano biografico, è impossibile non collegare il romanzo alle vicende sentimentali dello stesso D’Annunzio, la cui vita privata in quegli anni era segnata da relazioni tumultuose, tradimenti reciproci e una concezione dell’amore fortemente segnata da un individualismo assoluto: la relazione con Barbara Leoni, la crisi del proprio matrimonio con Maria Hardouin di Gallese, l’ambiente aristocratico e decadente frequentato dallo scrittore a Roma negli anni Ottanta e Novanta dell’Ottocento costituiscono lo sfondo esistenziale da cui il romanzo trae linfa, tanto che diversi critici hanno letto in Tullio Hermil una proiezione, sia pure trasfigurata e radicalizzata, delle inquietudini interiori dello stesso autore, della sua difficoltà a conciliare desiderio di possesso assoluto e insofferenza per i vincoli della vita coniugale, del suo narcisismo intellettuale trasformato in materia narrativa.
Va inoltre ricordato che D’Annunzio, in questo periodo, era un lettore appassionato della letteratura russa e francese contemporanea, e proprio l’assimilazione di questi modelli, filtrata attraverso una sensibilità tutta italiana, gli permette di costruire un romanzo che supera per complessità psicologica gran parte della narrativa verista coeva, distanziandosi nettamente dal naturalismo di Verga o Capuana per approdare a una forma di introspezione soggettivistica che sarà poi fondamentale per gli sviluppi del romanzo novecentesco, da Svevo a Pirandello, sebbene con esiti ideologici opposti. Dal punto di vista stilistico, L’innocente si distingue per una prosa di straordinaria eleganza formale, costruita su periodi ampi e musicalmente calibrati, ricchi di aggettivazione preziosa e di un lessico che attinge tanto alla tradizione classica quanto al gusto simbolista, con una attenzione quasi ossessiva al ritmo della frase e alla scelta della parola rara o desueta, in linea con la ricerca dannunziana di una lingua letteraria aristocratica e distante dal parlato comune.
La narrazione in prima persona, condotta con la forma della confessione diretta, crea un effetto di immediatezza psicologica che avvicina il lettore alla coscienza malata del protagonista, costringendolo a una sorta di complicità involontaria con la sua logica perversa, poiché il narratore, essendo anche protagonista e unico filtro degli eventi, manipola costantemente la materia narrata per renderla accettabile ai propri occhi e, implicitamente, a quelli del lettore; questa scelta narrativa, che anticipa tecniche più sofisticate del romanzo novecentesco legate al narratore inattendibile, costituisce uno degli aspetti più moderni e ancora oggi affascinanti del testo. Accanto all’analisi introspettiva, D’Annunzio dispiega la consueta maestria descrittiva nei confronti del paesaggio, in particolare della campagna abruzzese della tenuta di Villalilla, che diventa non semplice sfondo ma correlativo oggettivo degli stati d’animo dei personaggi, secondo una tecnica impressionistica che fonde la percezione sensoriale con il moto interiore, in una prosa che indugia sui dettagli luminosi, sui profumi, sulle sensazioni tattili con una sensualità diffusa che permea l’intero romanzo, anche nei momenti di massima tensione drammatica.
Il romanzo suscitò, alla sua uscita, reazioni contrastanti: da un lato fu apprezzato per la sua raffinatezza stilistica e per l’audacia con cui affrontava temi scabrosi come l’adulterio e l’infanticidio, temi che la morale corrente avrebbe preferito ignorare o condannare senza appello; dall’altro venne criticato, anche in ambienti cattolici e conservatori, per l’assenza di una condanna morale esplicita del gesto di Tullio, per quell’ambiguità di fondo che sembrava quasi giustificare, o almeno comprendere dall’interno, la logica del delitto. Proprio questa ambiguità morale, che oggi appare come uno dei pregi più interessanti del romanzo, testimonia la capacità di D’Annunzio di costruire personaggi complessi, mai riducibili a categorie morali semplici, capaci di generare nel lettore un disagio produttivo, una tensione irrisolta tra comprensione psicologica e condanna etica che resta, ancora oggi, il segno distintivo dei grandi romanzi psicologici.
Non va infine dimenticato l’impatto culturale duraturo dell’opera, testimoniato anche dal celebre adattamento cinematografico che Luchino Visconti ne trasse nel 1976, ultimo film del regista milanese, che seppe restituire sullo schermo l’atmosfera decadente e la tensione morale del romanzo, contribuendo a mantenerne viva la fortuna presso il pubblico contemporaneo. In conclusione, L’innocente rappresenta un tassello fondamentale nella comprensione del Decadentismo italiano e della sua evoluzione verso l’estetica del superuomo, un romanzo in cui la maestria stilistica di D’Annunzio si fonde con un’indagine psicologica di rara profondità, capace di interrogare, senza fornire risposte consolatorie, i confini labili tra colpa e innocenza, tra volontà individuale e responsabilità morale, confermando la statura di D’Annunzio come uno dei più importanti innovatori del romanzo italiano tra Otto e Novecento.