di Dolores Redondo, Rizzoli 2026
La scrittrice spagnola torna in libreria con Loro che non dormono (titolo originale Las que no duermen – NASH, 2024), pubblicato in Italia con la traduzione di Giulia Zavagna, e lo fa restando fedele a se stessa: alla propria terra, al proprio metodo narrativo, alla propria idea di romanzo poliziesco come rito che scava nella psiche collettiva prima ancora che nel singolo delitto. L’autrice, nata a San Sebastián nel 1969, prima di dedicarsi alla scrittura aveva studiato legge senza laurearsi e aveva lavorato per alcuni anni nel settore della gastronomia: due esperienze che, lette a posteriori, sembrano aver lasciato tracce precise nella sua opera, l’una nella struttura quasi processuale delle indagini, l’altra nella sensualità concreta con cui Redondo tratteggia ambienti, cibi, corpi, materia.

Chi ha amato la Trilogia del Baztán (Il guardiano invisibile, Inciso nelle ossa, Offerta alla tormenta) e i romanzi successivi, da Tutto questo ti darò al prequel Il lato nord del cuore, ritroverà in Loro che non dormono lo stesso impasto di elementi che ha reso Redondo una delle voci più riconoscibili del noir europeo contemporaneo. Un territorio del nord della Spagna trattato non come sfondo ma come elemento vivo, una comunità rurale che custodisce segreti sedimentati per generazioni, un impianto investigativo rigoroso che si apre progressivamente a una dimensione sospesa fra razionale e ancestrale. Cambia la protagonista, non più Amaia Salazar, ispettrice della Polizia Foral, ma Nash Elizondo, psicologa forense e speleologa, mentre resta identico lo sguardo dell’autrice sul paesaggio basco-navarro come luogo che parla, che ricorda e in certi casi persino giudica.
La vicenda si apre nel febbraio 2020, a ridosso della pandemia, quando Nash Elizondo, all’università soprannominata “acchiappafantasmi” per la sua fama di cercatrice di leggende, si cala nella voragine di Legarrea, nelle valli tranquille della Navarra, per documentare le origini di un mito popolare ancora radicato nella zona, legato a stregoneria e morti violente. È un incipit tipicamente redondiano: la scienza (la speleologia, l’antropologia, la psicologia forense) che si mette al servizio del mito per verificarne la consistenza storica, salvo poi scoprire che il mito, in quelle terre, non è mai soltanto racconto. Nel corso dell’esplorazione, infatti, tra i calcinacci, la lana di pecora e un vecchio materasso, Nash s’imbatte nel corpo senza vita di una diciottenne scomparsa tre anni prima, Andrea Dancur, il cui caso aveva scosso l’intera Spagna e si era concluso con una condanna per omicidio. Quel ritrovamento, che dovrebbe chiudere definitivamente una vicenda giudiziaria già archiviata, apre invece crepe inattese: l’analisi del luogo del ritrovamento smentisce la versione ufficiale e spinge Nash a indagare in prima persona, scavando tra i segreti e i silenzi di una comunità rurale in cui tutti sembrano nascondere qualcosa. Da qui si dipana un’indagine che intreccia l’inchiesta forense con il passato mitologico del territorio, secondo uno schema temporale duplice che Redondo ha già sperimentato con efficacia nella Trilogia di Baztán, dove il fiume omonimo scorreva come metafora liquida del tempo che non passa mai del tutto, ma ristagna, deposita e poi riaffiora.
Proprio il fiume Baztán torna, non a caso, anche in questo romanzo: la narrazione si lascia cullare e trascinare dal corso del fiume, il cui suono ora rassicurante ora ammonitore custodisce misteri, sofferenze e quel tocco di sovrannaturale che si rivela solo a chi è disposto ad ascoltare e ad affidarsi. È una delle cifre più autentiche della scrittura di Redondo: la capacità di trasformare un elemento geografico in un vero e proprio personaggio, dotato di una sua voce sommessa e di una sua autorità morale. In questo senso Loro che non dormono s’inserisce in una tradizione che attraversa tutto il romanzo rurale europeo, dal gotico di Ann Radcliffe, dove il paesaggio anticipa e amplifica il terrore, fino al noir mediterraneo di Andrea Camilleri, dove il territorio siciliano diventa cassa di risonanza per le passioni umane. Redondo condivide con Camilleri l’idea che il crimine non sia mai un fatto isolato, ma il sintomo di un tessuto sociale più ampio; condivide con la tradizione nordica di autori come Jo Nesbø o Camilla Läckberg l’uso dell’ambiente ostile, qui non la neve scandinava ma l’umidità delle voragini navarresi come pressione psicologica costante sui personaggi; e condivide con il filone del crime iberico più colto, penso a certe atmosfere di Arturo Pérez-Reverte, l’attenzione quasi antropologica al folklore come sistema di conoscenza parallelo a quello scientifico, mai liquidato come semplice superstizione.
Il personaggio di Nash Elizondo merita una riflessione a parte, perché segna un’evoluzione rispetto ad Amaia Salazar pur muovendosi nello stesso solco tematico: entrambe sono donne che esercitano un’autorità professionale, investigativa l’una, forense-accademica l’altra, in contesti rurali dove il potere resta tradizionalmente maschile e dove la conoscenza femminile, specie se legata a saperi antichi o non ortodossi, viene facilmente etichettata come stranezza o minaccia. Nash è una profiler dalla sensibilità acuta e dal metodo rigoroso, non una protagonista che si impone con gesti vistosi: osserva, ascolta, decodifica, e la sua forza sta nel saper leggere il non detto, cioè proprio ciò che i fatti, da soli, non riescono a dire. È un’eroina più sommessa di Amaia Salazar, meno segnata da un trauma familiare esplicito e più definita dalla sua vocazione di “cercatrice di leggende”, una sorta di archeologa del rimosso collettivo prima ancora che investigatrice di reati. Redondo sembra qui portare a compimento un percorso di scrittura che nei romanzi precedenti procedeva per accumulo: se nella Trilogia del Baztán il soprannaturale rimaneva sempre in bilico, sospeso fra suggestione psicologica e reale intervento del mito nella trama, in Loro che non dormono quella tensione diventa il cuore stesso del metodo investigativo della protagonista, che indaga i crimini contemporanei proprio a partire dalla grammatica delle leggende locali.
Sul piano della struttura, il romanzo conferma la cifra stilistica di Redondo: un ritmo che alcuni lettori definiscono lento, quasi fluviale, costruito per accumulo atmosferico più che per accelerazione dell’azione, e che restituisce con precisione la sensazione fisica di un luogo, il freddo, la pioggia, l’umidità dei boschi e delle voragini navarresi, prima ancora di sciogliere il nodo narrativo. Non è un caso che più di un lettore abbia sottolineato quanto l’ambientazione risulti curata nei minimi dettagli, capace di restituire un’atmosfera cupa e suggestiva, sospesa tra miti e folklore locale, in un romanzo che finisce per “risucchiare” chi legge proprio grazie a questa densità sensoriale. È una scelta stilistica coerente con l’intera bibliografia dell’autrice, che dai tempi del Guardiano invisibile (portato peraltro sullo schermo da Fernando González Molina) così come Inciso nelle ossa, distribuito da Netflix ha sempre preferito la stratificazione lenta del dettaglio ambientale alla scrittura di puro suspense meccanico.
Il finale, va detto senza svelarne i contenuti, non si accontenta di ricomporre in modo prevedibile i fili dell’indagine: come è già accaduto in passato con questa autrice, arriva a ribaltare prospettive che il lettore credeva ormai consolidate, senza però tradire la logica interna della storia, in un equilibrio fra sorpresa e coerenza che è forse la prova più difficile per chi scrive noir seriale. Come recita l’epigrafe stessa del romanzo, «Ci sono luoghi che non dimenticano, e persone che non possono più dormire»: una frase che funziona quasi da manifesto poetico dell’intera operazione narrativa di Redondo, per cui la memoria del territorio e l’insonnia dei suoi abitanti sono due facce della stessa colpa collettiva.
Se un limite si può indicare, è proprio quello che da sempre accompagna la cifra stilistica dell’autrice: la sua scrittura contemplativa, quel bisogno di indugiare sull’atmosfera prima di far avanzare la trama, può risultare eccessiva per chi cerca un ritmo più serrato, da thriller puro. Ma sarebbe un errore di prospettiva chiedere a Redondo di essere ciò che non è mai stata: la sua non è d’azione concitata, bensì quella della sedimentazione, del non detto che affiora lentamente in superficie, come i corpi che il tempo restituisce dalle voragini della terra. In questo senso Loro che non dormono non tradisce le attese di chi ha seguito l’autrice fin dai tempi del Baztán: conferma anzi che il vero soggetto della sua narrativa, più che il singolo caso da risolvere, è sempre quella comunità che non riesce a chiudere i conti con il proprio passato, e che continua, romanzo dopo romanzo, a non dormire.