di Carlo Cassola, Einaudi 1952
Scritto nel 1949 e pubblicato da Einaudi nella prestigiosa collana “I Gettoni” curata da Elio Vittorini, Fausto e Anna è un romanzo che si presenta come una semplice storia d’amore travagliata ma che, sotto la superficie della prosa, custodisce l’intera parabola di una generazione consumata tra fascismo, guerra e Resistenza. Il romanzo è dedicato alla moglie Rosa, deceduta per un attacco renale nel 1949 a soli 31 anni.

La vicenda si apre a Volterra, negli anni Trenta, dove Fausto, giovane borghese romano figlio di un avvocato integrato nel regime, incontra per caso Anna, ragazza di condizione più modesta, insieme candida e scaltra, come la definisce lo stesso Cassola nelle pagine iniziali. È un amore che nasce quasi per sottrazione, fatto di cenni di saluto, di attese, di un’attrazione che non trova mai le parole per dirsi compiutamente. L’autore costruisce i due protagonisti per contrasto: Fausto è l’intellettuale in potenza, indeciso, proteso verso un futuro letterario che sente come vocazione ma che non sa ancora abitare; Anna, costretta a interrompere gli studi magistrali, ha invece un destino già scritto, quello di moglie e madre di provincia, e lo accetta con una rassegnazione che è insieme lucidità e contrizione. Il romanzo si snoda lungo un arco di circa quindici anni, dal 1930 al 1945, e proprio in questa dilatazione temporale sta una delle sue scelte più originali: l’amore tra Fausto e Anna non viene raccontato come evento, ma come processo di allontanamento, come storia che si consuma nell’intervallo, nel non detto, nelle stagioni che tornano uguali a se stesse mentre i due giovani cambiano senza accorgersene.
Il romanzo si articola in due parti. Nella prima i due protagonisti sono compresenti sulla scena, e la loro relazione, nonostante la reciproca attrazione, procede verso una rottura quasi inevitabile, segnata dall’incapacità di Fausto di trasformare il sentimento in scelta. Nella seconda parte, invece, le vite si separano fisicamente e la narrazione si sdoppia, alternando i capitoli dedicati ad Anna, che si stabilisce nella propria esistenza coniugale, e quelli dedicati a Fausto, che si allontana da Volterra e, con lo scoppio della guerra e la caduta del fascismo, si unisce alla lotta partigiana. È qui che il romanzo compie il suo scarto più significativo, quello che lo colloca a pieno titolo nella temperie neorealistica pur senza mai cedere alla retorica del genere: la Resistenza non viene mai raccontata come epopea, ma filtrata attraverso la stessa sordina emotiva che governa la vicenda sentimentale, con una discrezione che è cifra stilistica precisa, quasi un pudore etico prima ancora che letterario.
Determinante, in questo senso, è la geografia del romanzo. Volterra non è semplice sfondo pittoresco, ma vero e proprio principio strutturante della narrazione: le sue strade, i suoi bastioni etruschi, la luce ferma della città di pietra diventano lo spazio in cui il tempo dei protagonisti si misura e si consuma. È a Volterra che i due giovani si incontrano e si perdono, ed è nella campagna che la circonda, tra Volterra e San Ginesio, tra Toscana e Marche, che si consuma la seconda vita di Fausto, quella del combattente clandestino. San Ginesio è per Anna un rifugio di pace e tranquillità dove trascorrere le vacanze dai parenti, per Fausto e per altri combattenti è il luogo ideale da cui riorganizzare le offensive contro i nazifascisti. Cassola conosceva quei luoghi non per invenzione letteraria ma per esperienza diretta: di madre toscana, legato sin dall’infanzia alla terra compresa tra Cecina, Grosseto e Volterra, egli trasformò quella “provincia”, per usare la felice definizione che ne diede il poeta Mario Luzi, in un vero e proprio topos dell’anima, un paesaggio interiore prima ancora che geografico, in cui ogni opera successiva sarebbe tornata a radicarsi.
Il legame tra l’autore e la materia narrata non è soltanto affettivo, ma biograficamente militante. Carlo Cassola, nato a Roma il 17 marzo 1917, laureato in legge, sposatosi nel 1940 e trasferitosi come insegnante nel liceo di Foligno, visse l’armistizio dell’8 settembre 1943 come una cesura definitiva: fu allora che entrò in contatto con i gruppi comunisti attivi nella zona di Volterra e prese parte, insieme a loro, alla lotta partigiana contro l’occupazione tedesca. Fausto e Anna reca in sé, quasi senza mediazioni, il ricordo di quella stagione: Fausto, piccolo intellettuale borghese incerto e velleitario, è stato riconosciuto dalla critica come un vero e proprio alter ego dell’autore, e la sua conversione, nella parte finale del romanzo, da giovane inconcludente a uomo che sceglie la macchia e il rischio, ripercorre in filigrana lo stesso itinerario esistenziale percorso da Cassola. Non stupisce che, quando i due protagonisti si ritrovano dopo anni di lontananza, l’incontro non produca alcuna riconciliazione sentimentale, ma registri soltanto la distanza incolmabile tra due vite che la Storia ha piegato in direzioni opposte e irreversibili. È un finale che rifiuta ogni consolazione romantica, coerente con la poetica cassoliana della sottrazione: l’amore non trionfa e non viene neppure sconfitto spettacolarmente, semplicemente si dissolve nel tempo, come accade nella vita reale più spesso di quanto la letteratura sia disposta ad ammettere.
Fu Elio Vittorini, curatore della collana “I Gettoni”, a intuire per primo l’originalità di questa voce che usciva dal grande alveo del Neorealismo pur non aderendo alle sue formule più scoperte. Italo Calvino, in una pagina spesso citata, definì le storie di Cassola “magre e austere storie provinciali di sottile malinconia”: definizione che coglie con precisione la cifra stilistica del romanzo, fondata su una prosa dimessa, quasi antiletteraria, che rifiuta l’enfasi e costruisce il pathos per accumulo di dettagli minimi piuttosto che per slanci retorici. Non a caso la critica ha accostato la figura di Fausto, nella sua indecifrabilità emotiva e nella sua indeterminatezza esistenziale, a quella di Mino nel quasi coevo La romana di Alberto Moravia: entrambi incarnano il tipo dell’intellettuale piccolo-borghese incapace di tradurre in azione la propria coscienza critica, sospeso tra un’idea di sé e una realtà che lo eccede continuamente. Ma dove Moravia indugia nell’analisi psicologica e nella dissezione morale, Cassola preferisce il non detto, la reticenza, l’ellissi: la sua è una scrittura che confida più nel silenzio che nella parola, più nel paesaggio che nel discorso interiore.
Va anche ricordato che l’accoglienza critica di Cassola non fu mai unanime, e che proprio i romanzi che gli procurarono il maggiore successo di pubblico, da Fausto e Anna fino al notissimo La ragazza di Bube, vincitrice dello Strega nel 1960, furono anche quelli che gli attirarono le stroncature più feroci, compresa quella dello stesso Calvino, che in altra sede avrebbe parlato di romanzi “sbiaditi come l’acqua della rigovernatura dei piatti”. È un paradosso che dice molto della posizione scomoda occupata da Cassola nel panorama letterario del secondo Novecento: troppo intimista per i sostenitori di un neorealismo militante e dichiaratamente ideologico, troppo legato alla concretezza degli eventi storici per essere arruolato tra i cultori di una letteratura puramente psicologica. Su Rinascita il segretario del Partito comunista italiano Palmiro Togliatti, accusò Cassola di aver vilipeso la Resistenza con la sua visione antieroica incarnata in questo romanzo dal protagonista Fausto.
Proprio in questa posizione mediana, però, risiede oggi il valore più autentico di Fausto e Anna: un romanzo che racconta la Resistenza senza mai issarla a bandiera, che parla d’amore senza mai concedersi al sentimentalismo, e che restituisce, attraverso la parabola di due vite divergenti, l’immagine di un’intera generazione costretta a diventare adulta troppo in fretta, sotto la pressione della Storia. Rileggerlo oggi, a distanza di più di settant’anni dalla sua prima pubblicazione, significa ritrovare non soltanto un capitolo importante della narrativa italiana del dopoguerra, ma anche una lezione di misura stilistica che continua a parlare, con la sua voce sommessa, a chiunque cerchi nella letteratura non l’eccesso ma la verità delle cose taciute.