Quello che stupisce in questo primo lungometraggio di Andrew Jarecki è la sospensione del giudizio morale, la struttura filmica, il mix di thriller (costruito) e di documento reale. Gran Premio al Sundance Film Festival e candidato al premio Oscar 2004, il film ricostruisce le vicende di una tranquilla famiglia della media borghesia ebraica newyorkese, che vive sulla costa settentrionale di Long Island, che si ritrova i poliziotti in casa alla vigilia della festa del Ringraziamento nel 1987; motivo: il capostipite Arnold Friedman, padre di tre figli maschi, sposato con Elaine, professore di informatica, è accusato di aver violentato la maggior parte dei suoi alunni. Con l’apporto dei filmini amatoriali che il figlio adulto David, mette a disposizione del regista, una quantità “mostruosa” di materiale che spesso fa dubitare sulla salute mentale dell’intero ceppo Friedman, tenendo conto che la telecamera è sempre accesa, anche in macchina o nel supermarket, antesignani di un personale Grande Fratello di là da venire, si snoda la tragedia di un pedofilo. I personaggi reali sono terribili, i figli danno la colpa alla madre, quest’ultima ricostruisce un matrimonio tiepido e assai malinconico, tutti sanno qualcosa, ma tra risentimenti e paure l’analisi di gruppo prende un afflato tragico, “un respiro shakespeariano” (così commenta il Chicago Tribune, cui fa da sponda il Village Voice: “Il film ha la struttura di una tragedia classica”). La ricostruzione documentaristica di Jarecki, inframmezzata con le immagini sgranate e fuori fuoco di repertorio, danno infatti la sensazione che si stia visionando l’orrore domestico. Perché Arnold trascina nel fango anche il figlio e cosa gli ha fatto da piccolo? Elaine, indifferente ed immatura sentimentalmente, perché non ha divorziato prima che succedesse l’inevitabile? E David, perché difende ad oltranza il genitore anche su fatti incontestabili? Per sopravvivere, forse, per dare legittimità ad un decoro che è solo di cartapesta o non sarà che la “banalità del male” si annida nei vissuti di ognuno di noi? Facile scacciarla gridando al mostro, al “non avremmo mai potuto credere ad una cosa del genere!” Non è tanto la pedofilia a spaventare nella scansione dei microdrammi domestici, ma la convivenza con essa per tanti anni, per cui una carezza ai figli, il dormire nel talamo coniugale, il giocare con i bambini degli altri vicini di casa, fa rabbrividire, come pure la gogna infinita, la diatriba giudiziaria, le furberie avvocatesche, l’isolamento carcerario. Disturbante, corrosivo, impietoso, a tratti umoristico, il film spaventa, dunque, più nelle sequenze di una Pasqua ebraica festeggiata sotto l’onda d’urto di uno scandalo irreversibile, più nell’esibizionismo volontario di una telecamera sempre accesa. Il resto viene da sé, come un destino già segnato.

di Vincenzo Mazzaccaro