La ragazzina che va a scuola la mattina, bada ai fratellini al pomeriggio e rassetta casa la sera mentre la madre si prostituisce nella camera accanto; l’obeso che una madre non ce l’ha, cercherebbe una ragazza ma nessuno lo vuole; il duro che al pomeriggio si spacca di lavoro per mantenere una madre disperata e un padre alcolizzato che picchia e basta; e con loro, tutti gli altri, quella nutrita frotta di adolescenti già reietti che affollano le scuole pubbliche dei quartieri bassi magari di New York ma potrebbe essere di qualunque grande città americana, tutti quelli che a scuola ci vanno ma, poi, magari si beccano il “doposcuola punitivo” perché il loro rendimento rasenta la zero. Soprattutto tutti quelli per cui la vita è lotta per la sopravvivenza. Come può la danza salvarli? E a chi mai verrebbe in mente di andarli a cercare per insegnare loro il valzer o il foxtrot? Chi potrebbe pensare di suggerire, a loro che ballano e splendidamente su ben altri ritmi, che la vita può somigliare a un ballo da sala? Nelle scuole americane (soprattutto newyorkesi) succede. A volontari o sottopagati, semplicemente appassionati ballerini che, nella vita quotidiana, insegnano a danzare a chi può permettersi di pagarli e, nelle parentesi che generosamente si inventano, insegnano a recalcitranti ragazzini che nulla posso dar loro in cambio se non, appunto, la gioia di una salvezza possibile.

E non solo perché farli ballare è spesso una alternativa (quando ce ne sono ben poche) agli orrori della strada ma anche perché è uno dei pochi modi di insegnare loro un codice alternativo e di regalare uno scopo, piccolo e gigantesco, come quasi tutte le cose ci aiutano a vivere. Lo scopo spesso sta nel ballo annuale che vede opporsi sul palco le scuole pubbliche della città; il codice alternativo in una regola molto semplice che un danzatore di Manhattan che, per una vita, insegnò a ballare a ragazzini problematici e reduci da guai giudiziari, sintetizzava così: «Il metodo? È sempre lo stesso: tu devi ballare per te stessa e per nessun’altro e, quando balli, non puoi farlo se non impari a rispettare il tuo partner e non metti il partner nelle condizioni di rispettare te». Lezione che pesa come oro, spalmabile su ogni frammento della nostra vita e che per lui si traduceva in buone maniere contro sciatteria, cortesia contro volgarità. Si chiama Pierre Dulaine, è solo il più noto di questi intraprendenti e battaglieri ballerini che hanno scelto di regalarsi alla “feccia” urbana e che, grazie alla “feccia” ha inventato un stile inimitabile, miscelando lo stile classico e classicheggiante dei tradizionali balli da sala con l’hip hop e la street dance.

E oggi, al cinema, ha la faccia di Antonio Banderas, in un film che arriva sui nostri schermi col titolo Ti va di ballare? e che, oltre ad essere affollato da ragazzini duri e teneri, fragili ed esplosivi, ci mostra il solito, già apprezzato (ormai anche troppo visto) Banderas in danzante versione, con scarpe doc e capello brillantinato. Dal fascino ormai domato, domestico quasi ma anche capace di farsi da parte quando la regista (Liz Friedlander, esordiente ma con la regia di oltre ottanta video alle spalle) cede il posto ai giovani danzatori che, naturalmente ci lasciano di stucco per i progressi che farebbero nell’arco di pochi mesi, ma sono le regole del genere, oltre che dei cliché qui senza troppo pudore spalmati su una sceneggiatura di sconcertante nullità. E sono le regole della fiaba. Ma, fiaba per fiaba, allora meglio optare per un’altra che, però, più che mai ha radici nella realtà più reale. Parliamo di un altro film in arrivo sui nostri schermi, quasi specchio di questo, anche se di minor budget e di diversissimo approccio registico. È Siamo tutti in ballo, registi e produttrici sono ancora delle donne e protagonisti sono ancora dei ragazzi di periferiche scuole urbane che nella danza trovano una (la sola, forse) salvezza possibile. Anche se qui manca il divo di richiamo, i ragazzi sono bambini e non sono attori ma veri allievi guidati da veri maestri di vere scuole pubbliche di New York. Insomma un’altra musica, parallelismi formali e dettami di genere (che anche qui abbondano) a parte. Sarà per questo che ci commuove la loro semplicità e la loro goffaggine; che ci trasmette energia la loro ostinazione gioiosa ma anche la loro ansia; che ci fa dimenticare di noi stessi il loro parlare di sé, del loro mondo a parte.

di Silvia Di Paola