Finalmente un’emozione dolce ed intensa capace di avvolgere e conquistare senza punte di esasperata drammaticità ma, semplicemente, con parole capaci di narrare l’evoluzione segreta di un uomo. Una condizione che Amelio decide di fotografare solo in parte con la rappresentazione dell’handicap fisico, ma che scorge con maggior acume ed attenzione nei passi incerti ed esitanti di un padre di fronte alla diversità di un figlio. Le chiavi di casa avrebbe potuto essere un film puramente ricattatorio, una esperienza di fronte alla quale il pubblico si sarebbe dovuto sentire eticamente ed irrimediabilmente coinvolto e, soprattutto commosso, ma Amelio, con lucida professionalità e particolare umanità, è stato in grado di aggirare ed ignorare completamente l’ostacolo affidando l’intera evoluzione narrativa a chi quel tipo di dolore lo vive e lo sostiene quotidianamente. Ispirata al libro Nato due volte di Francesco Pontiggia in cui l’autore descrive il rapporto quotidiano con il figlio disabile, la vicenda di Paolo (Andrea Rossi) e Gianni (Kim Rossi Stuart) acquista un respiro ancora più concreto grazie all’apporto professionale e personale dello sceneggiatore Stefano Rulli, che ha vissuto direttamente l’esperienza di padre di un figlio autistico. Ancora una volta viene dimostrato un teorema antico e fondamentale: il tormento e l’impotenza possono e dovrebbero essere rappresentati esclusivamente da chi conosce effettivamente i contorni di queste condizioni, costretto a condividere con loro un lungo percorso di vita. Una convivenza che porta ad una visione più lucida e disincantata, totalmente denudata da bugie morali ed etiche dove, senza alcun falso pudore, si inseriscono momenti di sconfortante e naturale egoismo.

Un percorso intimo indossato da Rossi Stuart con sorprendente naturalezza. Privo di esternazioni teatrali, attraverso una recitazione i cui toni sono ridotti ad un sussurro che ha la tonalità della naturalezza e dell’umanità, l’attore incarna la delicata indecisione di Gianni, il suo timore di non comprendere, la sensazione d’impotenza di fronte ad una situazione a lui completamente oscura. Paolo, con tutta la sua forza vitale e l’orgoglio di chi vuol riuscire a convivere con un corpo nemico, conquista l’affetto di un padre sconosciuto trovando, finalmente, qualcuno disposto “a respirargli accanto”. Ed Amelio è sempre là. Tra le loro emozioni, nelle risate, nell’unico ed esasperante momento di dolore fisico e morale subìto da Paolo, nella cruda realtà espressa da un intenso e rivelante primo piano sostenuto da una Charlotte Rampling a cui è affidato il compito di mostrare il lato più egoistico ed umano della condizione di genitore “particolare” (La malattia può proteggere Paolo dagli altri, si prepari a soffrire lei) ed in quel “tappeto di carezze” che avrebbe potuto, in qualche modo, risultare eccessivo ma che si deposita con una tale leggerezza sui volti dei protagonisti da non poter essere proprio condannata. Con la telecamera puntata continuamente su di loro, fissa sui volti quasi a voler scandagliare silenziosamente i mutamenti emotivi, Amelio delimita un universo visivo e narrativo stretto intorno a Gianni e Paolo, dove l’esterno s’introduce raramente all’interno di un equilibrio umano in cui un figlio disabile sostiene e diventa il perno centrale sul quale si modella la fragilità dell’uomo che dovrebbe proteggerlo. Un mondo all’interno del quale lo spettatore viene invitato ad introdursi lentamente, aspettando che la vicenda lo conquisti e lo avvolga gradualmente, senza scosse improvvise e senza alcuna intenzione di elargire un giudizio morale.

di Tiziana Morganti