Dopo aver sorpreso con il film El Mariachi (1993), riproposto poi in versione hollywoodiana con il titolo Desperado (1995), Robert Rodriguez ritorna con un sequel sul personaggio del chitarrista-pistolero interpretato dal tenebroso Antonio Banderas, cercando di rendere omaggio al maestro del western all’italiana, quel Sergio Leone che con C’era una volta il West aveva raggiunto un equilibrio stilistico e una perfezione narrativa davvero invidiabili. Purtroppo a Rodriguez non accade lo stesso, anzi insistendo su una storia di per sé già scarna e poco coinvolgente, svuota il film di qualsiasi originalità trasformandolo in un giocattolone superficiale ed eccessivo, tutto incentrato su sparatorie, azione e violenza. È incredibile che per ottenere questi atroci risultati il regista si circondi di un cast davvero stellare: oltre ai soliti Antonio Banderas e Salma Hayek, sfilano infatti Johnny Depp, Mickey Rourke, Willem Dafoe, Eva Mendes, Enrique Iglesias e Marco Leonardi, impegnati in ruoli per lo più macchiettistici, in bilico tra il ridicolo e il grottesco; è evidente che nessuno di loro cerchi di impegnarsi, probabilmente a causa di una sceneggiatura folle e insulsa. I momenti kitch prevalgono su tutto il resto, rendendo il film degno di entrare a pieno titolo nel novero del cinema americano di serie b (se non zeta). L’irreversibile mutazione che ha portato il regista Rodriguez da un cinema indipendente a uno legato ai canoni rigidi e sbrigativi del cinema hollywoodiano si poteva già scorgere in Spy Kids (2001), film d’avventura per famiglie, esteticamente interessante grazie ai suoi colori vivaci e agli effetti speciali leggermente retrò; ma la conferma che egli si fosse fatto trasportare eccessivamente dai grossi budget e dalla magia della computer graphic ci è giunta definitivamente con i due sequel di questo film, Spy Kids 2: The Island of Lost Dreams e Spy Kids 3-D: Game Over. Gli unici spunti di interesse che si possono trovare in C’era una volta in Messico sono legati all’uso particolare che il regista fa della colonna sonora e al montaggio frenetico, spezzettato, con il quale egli crea un’atmosfera di perenne eccitazione per l’udito e per lo sguardo. Un po’ poco per rendere il film degno di una seconda visione.

di Simone Carletti