Sarebbe ora che il cinema americano la smettesse di voler dettare al mondo le regole, a suo giudizio, del buon vivere. La Barbie inventata dalla regista Greta Gerwig, incarnata dalla bella e brava Margot Robbie, che arriva il 20 luglio nelle nostre sale con Warner Bros. vorrebbe smontare il sogno del coloratissimo mondo perfetto della bambola filiforme con cui hanno sognato e giocato generazioni di bambine dagli anni ‘90 a oggi, per darci una lezione di vita normale, con sentimenti, amore, lacrime, frustrazioni, empatia e solidarietà verso il genere umano.
Ne viene fuori un polpettone di oltre due ore, con una Barbie in crisi esistenziale contornata da una marea di replicanti che rappresentano, come nel giocattolo, tutte le tipologie delle donne in carriera, di ogni stazza e colore, che lasciano l’effimera perfezione di Barbie Land per calarsi nel reale mondo californiano e aiutare una madre e una figlia in crisi esistenziale.

Per non parlare della schiera degli anonimi, palestrati Ken, l’eterno aspirante fidanzato di Barbie, alla testa dei quali c’è un ottimo biondissimo e molto autoironico Ryan Gosling, che mostrano ai maschi quanto poco contino in un mondo in mano alle donne.
Un femminismo plastificato che poco corrisponde al mondo reale o dei sogni in cui vivono i ragazzi d’oggi. Tutto troppo rosa e perfetto a Barbie Land, un microcosmo fantastico che cozza con il grigiore della vita reale messa a confronto. Che bisogno c’era di infrangere la magia dell’ irreale con uno stereotipato film dall’ happy end?