{"id":36191,"date":"2026-10-11T09:51:25","date_gmt":"2026-10-11T07:51:25","guid":{"rendered":"https:\/\/www.reflections.it\/wordpress\/?p=36191"},"modified":"2026-10-11T09:51:28","modified_gmt":"2026-10-11T07:51:28","slug":"idiota","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.reflections.it\/wordpress\/idiota\/","title":{"rendered":"L&#8217;idiota"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\">di F\u00ebdor Dostoevskij, 1869<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Pochi romanzi hanno un\u2019ambizione tanto smisurata quanto quella dell\u2019<em>Idiota<\/em>, e pochi hanno pagato questa ambizione con una costruzione tanto irregolare e, nello stesso tempo, tanto gloriosa. <strong>Dostoevskij<\/strong> si propose di fare ci\u00f2 che la letteratura aveva tentato di rado e quasi sempre con esito ambiguo: <strong>rappresentare un uomo positivamente bello, un essere in cui la bont\u00e0 non fosse programma n\u00e9 maschera, e metterlo a contatto con la Russia reale, quella delle cambiali, dei salotti, delle passioni sporche e dei delitti<\/strong>. In una lettera alla nipote Sof\u2019ja Ivanova, scritta all\u2019inizio del 1868, lo scrittore confessava che era l\u2019impresa pi\u00f9 difficile in assoluto, e che i suoi precursori, da <strong>Cervantes<\/strong> a <strong>Dickens<\/strong> fino al Jean Valjean di <strong>Hugo<\/strong>, si erano salvati soltanto grazie alla piet\u00e0 che suscitavano per le loro disgrazie. Il risultato \u00e8 un\u2019opera che non si lascia ridurre a nessuna formula: a un tempo romanzo d\u2019appendice e trattato di antropologia cristiana, commedia di costume e tragedia metafisica, studio clinico e icona.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image alignleft size-full is-resized\"><a href=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.reflections.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/Lidiota.jpg?ssl=1\"><img data-recalc-dims=\"1\" fetchpriority=\"high\" decoding=\"async\" width=\"390\" height=\"600\" data-attachment-id=\"36192\" data-permalink=\"https:\/\/www.reflections.it\/wordpress\/idiota\/lidiota\/\" data-orig-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.reflections.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/Lidiota.jpg?fit=390%2C600&amp;ssl=1\" data-orig-size=\"390,600\" data-comments-opened=\"1\" data-image-meta=\"{&quot;orientation&quot;:&quot;1&quot;}\" data-image-title=\"L&amp;#8217;idiota\" data-image-description=\"\" data-image-caption=\"\" data-large-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.reflections.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/Lidiota.jpg?fit=390%2C600&amp;ssl=1\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.reflections.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/Lidiota.jpg?resize=390%2C600&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-36192\" style=\"width:419px;height:auto\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.reflections.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/Lidiota.jpg?w=390&amp;ssl=1 390w, https:\/\/i0.wp.com\/www.reflections.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/Lidiota.jpg?resize=195%2C300&amp;ssl=1 195w\" sizes=\"(max-width: 390px) 100vw, 390px\" \/><\/a><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La genesi del libro appartiene a uno dei periodi pi\u00f9 tormentati della vita di Dostoevskij. Nel 1867, braccato dai creditori e schiacciato dalla sconfitta delle sue riviste <em>Vremja<\/em> ed <em>Epocha<\/em>, fondate insieme al fratello Michail, aveva lasciato la Russia con la giovane moglie Anna Grigor\u2019evna, la stenografa che gli aveva salvato\u00a0<em>Il giocatore<\/em>\u00a0dettatole in ventisei giorni. Da quel momento il loro fu un vagabondaggio europeo fatto di pensioni modeste, di roulette sciagurate, di lettere supplichevoli agli editori. A Ginevra nacque la loro prima figlia, Sof\u2019ja, che mor\u00ec in pochi mesi, e il dolore di quella perdita aleggia sul romanzo come un grumo mai sciolto di nostalgia dell\u2019innocenza. <\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il libro usc\u00ec a puntate sul <em>Messaggero russo<\/em> di <strong>Katkov<\/strong> tra il 1868 e il 1869, mentre l\u2019autore scriveva tra Vevey, Milano e Firenze, dove concluse l\u2019opera non lontano da Palazzo Pitti. Questa composizione febbrile, con il capitolo successivo da consegnare prima di aver deciso il destino dei personaggi, spiega la natura sussultoria della narrazione e anche la sua straordinaria libert\u00e0: nei quaderni preparatori si vede il personaggio di My\u0161kin mutare faccia pi\u00f9 volte, fino all\u2019appunto che lo battezza \u00abprincipe Cristo\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il principe Lev Nikolaevi\u010d My\u0161kin torna in Russia dopo anni trascorsi in un sanatorio svizzero, dove un medico filantropo ha tentato di curare l\u2019epilessia e quell\u2019arresto dello sviluppo intellettuale che gli aveva procurato la fama d\u2019idiota. Sul treno che lo riporta a Pietroburgo, in un vagone gelido, incontra il mercante Rogo\u017ein, ancora scosso da un\u2019esplosione di passione per una donna di cui il principe vedr\u00e0 poco dopo il ritratto fotografico, restandone folgorato. Da questa scena d\u2019apertura, dove la miseria dei vestiti e la nobilt\u00e0 del sangue si guardano senza capirsi, l\u2019intreccio si sviluppa attraverso una serie di ruote dentate. La famiglia del generale Epan\u010din, con le sue tre figlie da maritare; il losco Ganja Ivolgin, chiamato a sposare Nastas\u2019ja Filippovna in cambio di una dote; la pensione di Lebedev, un funzionario ubriacone e profetico; i ragazzi del nichilismo che pretendono diritti. Il libro non ha trama nel senso ottocentesco del termine, ma assomma scandali su scandali. Ogni parte si regge su una scena di assemblea turbolenta in cui personaggi che non dovrebbero incontrarsi si trovano costretti a farlo, e il principe, con la sua semplicit\u00e0 imbarazzante, scioglie o complica ogni nodo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Chi \u00e8, dunque, My\u0161kin? La risposta pi\u00f9 immediata \u00e8 Cristo, e Dostoevskij stesso non lo nasconde, ma sarebbe un errore fermarsi l\u00ec. Il principe \u00e8 anche un Don Chisciotte vestito da nobile decaduto, che prende alla lettera il mondo e ne viene respinto con ironia; \u00e8 un jurodivyj, il folle in Cristo della tradizione ortodossa, quel pazzo santo che dice il vero ai potenti e ai potenti suscita fastidio; \u00e8, nel senso etimologico, un\u00a0<em>idiotes<\/em>, un uomo privato, fuori dal gioco delle convenzioni sociali. E soprattutto \u00e8 un malato, perch\u00e9 l\u2019epilessia, che Dostoevskij conosceva dall\u2019interno, offre al romanzo una delle sue immagini pi\u00f9 audaci. L\u2019attimo prima della crisi, quando la coscienza si dilata in un\u2019armonia suprema che vale tutta una vita, per poi precipitare nell\u2019ottundimento. Qui lo scrittore fa un\u2019operazione quasi blasfema, intrecciando patologia e rivelazione, e lascia al lettore il compito di decidere se la visione sia verit\u00e0 o sintomo. \u00c8 una ambiguit\u00e0 che Dostoevskij non scioglie mai, e che costituisce il cuore sofferto del personaggio: la sua bont\u00e0 \u00e8 autentica, ma nasce da una fragilit\u00e0 che il mondo non perdona.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Attorno a questa figura si dispone il triangolo, o meglio il quadrilatero, che anima il libro. Nastas\u2019ja Filippovna \u00e8 una delle creazioni femminili pi\u00f9 potenti di tutta la letteratura europea: bellissima, orfana, sedotta da bambina dal protettore Tockij, vive la propria vergogna come un\u2019identit\u00e0 e la trasforma in un\u2019arma contro chiunque pretenda di salvarla o di comprarla. La scena della sua serata di compleanno, in cui Rogo\u017ein porta centomila rubli in un fagotto e lei li getta nel camino sfidando Ganja a prenderli con le mani, \u00e8 un pezzo di teatro assoluto, dove il denaro, che regge ogni rapporto sociale di quel mondo, viene bruciato davanti agli occhi di tutti come in una messa nera. Rogo\u017ein le offre la passione che divora, My\u0161kin la compassione che salva, e lei li rifiuta entrambi perch\u00e9 si riconosce indegna dell\u2019uno e incapace dell\u2019altra. Il suo destino, oscillante tra la fuga e la richiesta d\u2019aiuto, rende impossibile qualsiasi lieto fine, e lascia trasparire quell\u2019idea, tipicamente dostoevskiana, che la libert\u00e0 sia anche libert\u00e0 di distruggersi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Pi\u00f9 luminosa, e per questo pi\u00f9 crudele, \u00e8 la vicenda di Aglaja, la minore delle Epan\u010din, orgogliosa e capricciosa, che nel principe riconosce il \u00abpovero cavaliere\u00bb di quella ballata di Pu\u0161kin che lei recita con uno sberleffo e che poi diventa una dichiarazione. Il suo amore per My\u0161kin \u00e8 l\u2019unica possibilit\u00e0 di felicit\u00e0 terrena che il romanzo concede, e proprio per questo deve fallire: nel momento in cui il principe, schiacciato dalla piet\u00e0 per Nastas\u2019ja, non sa scegliere tra le due donne, mostra il limite della sua bont\u00e0, che \u00e8 capace di amare tutti e dunque nessuno in particolare. Qui sta forse la lezione pi\u00f9 amara del libro, quella che distingue il Cristo evangelico dal suo omonimo romanzesco: l\u2019amore universale, calato nella carne di una societ\u00e0, produce dolore proprio perch\u00e9 non fa differenze. Il celebre episodio in cui My\u0161kin, durante il ricevimento a casa Epan\u010din, si esalta in una invettiva contro il cattolicesimo e finisce per infrangere un prezioso vaso cinese, dopo aver promesso di non farlo, \u00e8 un capolavoro di comicit\u00e0 tragica. L\u2019ideale slavofilo e ortodosso, di cui Dostoevskij si faceva allora portavoce con il movimento del\u00a0<em>po\u010dvenni\u010destvo<\/em>, si manifesta in un uomo che cade in un\u2019estasi inopportuna e rompe le cose.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La Russia nella quale My\u0161kin approda \u00e8 quella uscita dalle riforme di Alessandro II, con l\u2019abolizione della servit\u00f9 della gleba del 1861 e il conseguente disordine sociale, morale, economico. \u00c8 un paese dove le vecchie certezze si sgretolano e le nuove sono ancora da costruire, dove il denaro entra in ogni cosa come un liquido e il nichilismo, reso celebre da Turgenev nei\u00a0<em><a href=\"https:\/\/www.reflections.it\/wordpress\/padri-e-figli\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">Padri e figli<\/a><\/em>, si diffonde tra i giovani con la sicumera di chi crede di aver scoperto la verit\u00e0. Dostoevskij ritrae questa generazione con un misto di diffidenza e di piet\u00e0, e nel personaggio di Ippolit Terent\u2019ev, un adolescente tisico che legge davanti a un\u2019assemblea la sua &#8220;Spiegazione necessaria&#8221; prima di tentare, goffamente, di uccidersi, offre uno dei suoi ritratti pi\u00f9 commoventi. Ippolit \u00e8 un ateo che ha visto la morte avvicinarsi e non trova pi\u00f9 consolazione nella ragione, e il suo grido contro un universo muto e crudele ha una forza che il romanzo non vuole affatto neutralizzare. La polemica contro i nichilisti si converte cos\u00ec in dialogo, e la dialettica tra fede e negazione, tra bellezza e orrore, resta aperta fino all\u2019ultima pagina.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il fulcro di questa dialettica \u00e8 un quadro. A Basilea, nel 1867, Dostoevskij aveva visto il\u00a0<em>Cristo morto nel sepolcro<\/em>\u00a0di <strong>Hans Holbein il Giovane<\/strong>, un corpo livido, stecchito, senza alcuna promessa di resurrezione, e Anna Grigor\u2019evna ricorda che il marito rimase cos\u00ec a lungo davanti alla tela da farle temere una crisi epilettica. Nel romanzo una copia di quel dipinto pende nella casa cupa di Rogo\u017ein, e My\u0161kin osserva che da quella vista qualcuno potrebbe perdere la fede. Ippolit va oltre: in quel cadavere vede la prova che la natura \u00e8 una macchina cieca, che ha inghiottito perfino Colui che ne era la speranza. \u00c8 uno dei grandi momenti della letteratura religiosa moderna, e lo \u00e8 perch\u00e9 Dostoevskij, che in una lettera del 1854 aveva confessato di preferire Cristo alla verit\u00e0, non allevia la domanda con una risposta. A questa immagine di morte, il romanzo contrappone la frase che l\u2019ha reso celebre, quella \u00abbellezza che salver\u00e0 il mondo\u00bb che Ippolit attribuisce al principe con un tono di scherno, e che il principe non conferma n\u00e9 smentisce. Ripetuta mille volte fuori dal suo contesto, \u00e8 diventata una massima rassicurante; nel libro \u00e8 una scommessa pronunciata sotto la minaccia della tomba.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Sul piano formale,&nbsp;<em>L\u2019idiota<\/em>&nbsp;\u00e8 il romanzo pi\u00f9 disuguale di Dostoevskij, e la sua grandezza discende almeno in parte da questa irregolarit\u00e0. Ci sono pagine in cui il ritmo si disperde in digressioni, in dialoghi interminabili, in personaggi secondari che entrano e non escono pi\u00f9; ci sono capitoli, come quello del racconto della condanna a morte, in cui la scrittura si innalza a una tensione quasi insostenibile. Quando My\u0161kin racconta agli Epan\u010din la storia dell\u2019uomo che ha visto la ghigliottina a Lione, e immagina gli ultimi cinque minuti di un condannato che fissa la cupola dorata di una chiesa al sole, sta in realt\u00e0 rievocando l\u2019esperienza dell\u2019autore stesso, che il 22 dicembre 1849 si era trovato sulla piazza Sem\u00ebnovskij, tra i membri del circolo di Petra\u0161evskij, a pochi istanti da una fucilazione che si rivel\u00f2 una messinscena dello zar Nicola I. Da quell\u2019esperienza, e dai quattro anni di lavori forzati a Omsk che seguirono, Dostoevskij aveva tratto la convinzione che la vita sia dono e abisso insieme, e che nessun sistema possa spiegarla. La polifonia che Michail Bachtin avrebbe riconosciuto come tratto distintivo dei suoi romanzi nasce qui: nessun personaggio \u00e8 il portavoce dell\u2019autore, ognuno possiede una verit\u00e0 che si scontra con le altre, e la voce narrante, spesso ironica, balbettante, quasi pettegola, non ristabilisce mai l\u2019ordine.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il finale conferma la natura tragica di tutta l\u2019operazione. Nastas\u2019ja Filippovna, che aveva accettato di sposare My\u0161kin, fugge dall\u2019altare con Rogo\u017ein e viene da lui uccisa con un coltello, in una stanza dove un telo ricopre il corpo e boccette di disinfettante tentano invano di contrastare l\u2019odore. Il principe e l\u2019assassino vegliano insieme la morta, tra i riverberi di una notte bianca, e il primo accarezza il volto del secondo mormorando parole senza senso. \u00c8 una scena che non ha equivalenti nella narrativa dell\u2019epoca: la santit\u00e0 e il delitto, spogliati di ogni retorica, si ritrovano abbracciati, e la malattia, che per tutto il libro era stata ambigua soglia di visione, riprende il suo corso e riporta My\u0161kin all\u2019idiozia da cui era partito. Il romanzo si chiude con il ritorno in Svizzera, nella clinica del dottor Schneider, di un uomo che ha perso se stesso nel tentativo di amare il mondo. Chi legge si domanda se Dostoevskij abbia voluto dimostrare che la bont\u00e0 assoluta \u00e8 impossibile o che \u00e8 il mondo a essere indegno di essa, e la risposta, come spesso con questo autore, \u00e8 che le due cose sono vere nello stesso momento.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Sta forse qui la ragione per cui\u00a0<em>L\u2019idiota<\/em>\u00a0continua a parlare con tanta urgenza al lettore contemporaneo. Non offre consolazione e non offre una dottrina: offre una domanda posta con una intensit\u00e0 che quasi nessun altro libro ha eguagliato, quella che ci chiede che cosa accadrebbe se un uomo veramente buono camminasse tra noi, e che cosa questo dica di noi. La risposta di Dostoevskij \u00e8 che lo scambieremmo per un malato, lo useremmo, lo ammireremmo e lo abbandoneremmo, e che nello scandalo di questo fallimento si manifesterebbe, per contrasto, qualcosa di simile a una speranza. <strong>Camus<\/strong> avrebbe riconosciuto nel principe il fratello dei suoi assurdi, Pasolini avrebbe trovato in lui il tipo del santo laico, e <strong>Lev Tolstoj<\/strong>, pur diffidando dell\u2019autore, ammise che pagine come quelle sulla condanna a morte lo avevano toccato nel profondo. Leggere oggi questo romanzo, magari a Roma, a poche ore da quella Firenze dove Dostoevskij ne scrisse le ultime pagine, significa riconoscere che la letteratura pu\u00f2 ancora, quando \u00e8 all\u2019altezza del proprio compito, mettere in crisi pi\u00f9 di quanto rassicuri, e che l\u2019opera che fallisce nobilmente \u00e8 talvolta pi\u00f9 viva di mille compiute.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di F\u00ebdor Dostoevskij, 1869 Pochi romanzi hanno un\u2019ambizione tanto smisurata quanto quella dell\u2019Idiota, e pochi hanno pagato 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