{"id":36092,"date":"2026-09-20T09:16:48","date_gmt":"2026-09-20T07:16:48","guid":{"rendered":"https:\/\/www.reflections.it\/wordpress\/?p=36092"},"modified":"2026-09-20T09:16:50","modified_gmt":"2026-09-20T07:16:50","slug":"uomini-e-no","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.reflections.it\/wordpress\/uomini-e-no\/","title":{"rendered":"Uomini e no"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\">di Elio Vittorini, Bompiani 1945<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Pubblicato quando l&#8217;Italia settentrionale era appena uscita dall&#8217;occupazione nazista e dalla dittatura della Repubblica Sociale, <em>Uomini e no<\/em> di <strong>Elio Vittorini<\/strong> \u00e8 uno dei primi romanzi italiani a fare della Resistenza urbana la propria materia narrativa. Non \u00e8 un libro di memorie n\u00e9 una cronaca, e proprio questo lo rende ancora vivo a pi\u00f9 di ottant&#8217;anni di distanza. L&#8217;autore non si limita a raccontare ci\u00f2 che \u00e8 accaduto, ma s&#8217;interroga su ci\u00f2 che la guerra civile fa degli esseri umani, su quanto di umano rimanga in chi uccide, su dove passi il confine tra chi merita il nome di uomo e chi lo ha perduto. Il titolo stesso, con quella negazione lasciata cadere in fondo alla frase come una sentenza sospesa, \u00e8 una domanda che il romanzo non smette di porre e alla quale, con onest\u00e0 intellettuale, rifiuta di dare una risposta semplice.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image alignleft size-full is-resized\"><a href=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.reflections.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/Uomini-e-no.jpg?ssl=1\"><img data-recalc-dims=\"1\" fetchpriority=\"high\" decoding=\"async\" width=\"391\" height=\"600\" data-attachment-id=\"36094\" data-permalink=\"https:\/\/www.reflections.it\/wordpress\/uomini-e-no\/uomini-e-no\/\" data-orig-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.reflections.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/Uomini-e-no.jpg?fit=391%2C600&amp;ssl=1\" data-orig-size=\"391,600\" data-comments-opened=\"1\" data-image-meta=\"{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;1&quot;,&quot;alt&quot;:&quot;&quot;}\" data-image-title=\"Uomini e no\" data-image-description=\"\" data-image-caption=\"\" data-large-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.reflections.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/Uomini-e-no.jpg?fit=391%2C600&amp;ssl=1\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.reflections.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/Uomini-e-no.jpg?resize=391%2C600&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-36094\" style=\"width:424px;height:auto\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.reflections.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/Uomini-e-no.jpg?w=391&amp;ssl=1 391w, https:\/\/i0.wp.com\/www.reflections.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/Uomini-e-no.jpg?resize=196%2C300&amp;ssl=1 196w\" sizes=\"(max-width: 391px) 100vw, 391px\" \/><\/a><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Per comprendere il libro bisogna partire dall&#8217;uomo che lo scrisse. Nato a Siracusa nel 1908, figlio di un ferroviere, Vittorini lasci\u00f2 la Sicilia ancora adolescente e cerc\u00f2 fortuna nel Nord, lavorando come operaio edile in Friuli prima di approdare a Firenze, dove frequent\u00f2 l&#8217;ambiente della rivista <em>Solaria<\/em> e cominci\u00f2 la sua attivit\u00e0 di scrittore, traduttore e correttore di bozze. I primi anni furono segnati da una vicinanza al cosiddetto fascismo di sinistra, un&#8217;adesione ideale e ingenua a un regime che prometteva di riscattare gli umili. La guerra civile spagnola del 1936 la spezz\u00f2 definitivamente e lo spinse verso l&#8217;opposizione. Da quella crisi nacque <em>Conversazione in Sicilia<\/em>, uscito in rivista tra il 1938 e il 1939 e in volume nel 1941, romanzo allegorico e corale nel quale prende forma il concetto di &#8220;mondo offeso&#8221;, che sar\u00e0 la chiave di lettura di tutta la sua opera. Nel frattempo Vittorini traduceva narratori angloamericani come <strong>Faulkner<\/strong> e <strong>Steinbeck<\/strong> e preparava <em>Americana<\/em>, l&#8217;antologia della narrativa statunitense che Bompiani riusc\u00ec a pubblicare nel 1942, dopo un primo blocco della censura, con una prefazione di <strong>Emilio Cecchi<\/strong>. Nel 1943 fu arrestato e rinchiuso a San Vittore; dopo l&#8217;8 settembre entr\u00f2 nella lotta clandestina a Milano, collaborando alla stampa del Partito comunista italiano. <em>Uomini e no<\/em> nasce dunque dall&#8217;esperienza diretta di chi la Milano occupata l&#8217;ha attraversata, e ne conserva il freddo, la paura, l&#8217;urgenza.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La vicenda si svolge nell&#8217;inverno tra il 1944 e il 1945, in una Milano gelida e avvolta dalla nebbia, che il romanzo ritrae con una densit\u00e0 quasi fisica. Il protagonista \u00e8 Enne 2, nome di battaglia di un comandante dei Gruppi di azione patriottica, le formazioni che conducono la guerriglia urbana contro i nazifascisti attraverso sabotaggi, attentati e uccisioni mirate. Intorno a lui si muove un gruppo di compagni che il romanzo tratteggia per lampi, e sull&#8217;altro fronte si stagliano le figure dei fascisti, torturatori e delatori, tra i quali spicca un ufficiale di spietata ferocia. Ma la trama, per quanto attraversata da agguati, arresti e azioni armate, non \u00e8 il centro del libro. Accanto corre infatti una storia d&#8217;amore, quella di Enne 2 con Berta, tormentata, discontinua, mai pienamente vissuta, che appare quasi come il rovescio della guerra. Un desiderio di intimit\u00e0 e di pace che il tempo della lotta rende impossibile. Il romanzo si costruisce alternando la narrazione degli eventi a brevi capitoli in corsivo, dove la voce dell&#8217;autore si stacca dall&#8217;azione per farsi meditazione lirica, rito funebre, invocazione. Il destino del protagonista si avvia verso un epilogo che il lettore intuisce fin dalle prime pagine, non un trionfo, ma una morte che ha il sapore dell&#8217;inevitabile.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il nodo tematico si annida nel titolo. Quando Vittorini parla di uomini e di &#8220;no&#8221;, non sta tracciando una linea che separa i partigiani dai fascisti in modo meccanico, come avrebbe fatto la propaganda, ma sta mettendo in scena una questione morale che riguarda ogni singola azione. Il concetto di &#8220;mondo offeso&#8221;, maturato in <em>Conversazione in Sicilia<\/em>, torna qui in forma pi\u00f9 cruda. Gli uomini sono coloro che soffrono l&#8217;offesa e non vogliono infliggerla, o che, quando sono costretti a infliggerla, la vivono come una ferita nella propria umanit\u00e0; i &#8220;no&#8221; sono coloro che dell&#8217;offesa hanno fatto un mestiere e un&#8217;ideologia. Ma il romanzo non nasconde la fragilit\u00e0 di questa distinzione. Enne 2 uccide, organizza uccisioni, sa che la lotta di liberazione non pu\u00f2 fare a meno della violenza, e proprio per questo si chiede se sia ancora possibile restare dalla parte dell&#8217;uomo mentre si usano le armi dell&#8217;avversario. Il dubbio non lo paralizza ma lo tormenta, e produce le pagine pi\u00f9 intense del libro, quelle in cui la disperazione morale del combattente si intreccia con la piet\u00e0 per le vittime, senza mai indebolire la certezza che una causa sia giusta e l&#8217;altra no. In questa tensione, tra la fermezza politica e l&#8217;interrogativo sulla condizione umana, sta l&#8217;originalit\u00e0 di Vittorini rispetto a gran parte della letteratura successiva sulla Resistenza.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il quadro storico \u00e8 ricostruito con una precisione che l&#8217;impianto lirico non cancella. Milano, nel 1944, era una citt\u00e0 bombardata, affamata, controllata dalle brigate nere e dalle SS, nella quale l&#8217;opposizione al regime aveva radici profonde nel mondo operaio. Gli scioperi del marzo di quell&#8217;anno, che coinvolsero centinaia di migliaia di lavoratori del Nord, avevano mostrato la vastit\u00e0 del dissenso, e la repressione tedesca e fascista era stata feroce. Il 10 agosto 1944 quindici prigionieri politici furono fucilati in piazzale Loreto come rappresaglia per un attentato e i loro corpi vennero lasciati esposti per tutta la giornata, gesto che la memoria collettiva avrebbe poi rovesciato nell&#8217;immagine, dell&#8217;aprile 1945, del cadavere di Mussolini appeso nello stesso luogo. Sullo sfondo si muovono il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia e le formazioni gappiste, la cui strategia di attentati urbani divideva persino gli antifascisti, per il timore delle rappresaglie sulla popolazione civile. Vittorini non richiama questi eventi in forma di cronaca, ma li assume come atmosfera, come pressione costante sull&#8217;agire dei personaggi. \u00c8 la Resistenza vista non dalle montagne, dove si sarebbe ambientata larga parte della narrativa successiva, ma dal cuore di una metropoli industriale, dove la clandestinit\u00e0 significa cambiare casa, tacere, sospettare.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Sul piano dello stile <em>Uomini e no<\/em> \u00e8 un libro che si riconosce subito. L&#8217;influenza dei narratori americani che Vittorini traduceva e frequentava, <strong>Hemingway<\/strong> e <strong>Faulkner<\/strong> in primo luogo, si avverte nella paratassi, nell&#8217;uso del dialogo come struttura portante, nella predilezione per frasi brevi, ripetute, ritmate quasi come formule. Ma questo americanismo, che nel clima culturale del ventennio rappresentava anche una silenziosa forma di dissenso, viene innestato su un&#8217;intonazione tutta mediterranea, biblica e corale. Le ripetizioni non servono a descrivere, servono a incantare, a fissare i gesti e le parole in una dimensione quasi rituale. Le figure non hanno spessore psicologico nel senso ottocentesco del termine, ma acquistano un valore emblematico, quasi archetipico. Ne nasce una prosa che sta a met\u00e0 tra il realismo e la parabola, e che disorienta chi si aspetta una narrazione lineare. Il lettore contemporaneo pu\u00f2 trovarla a tratti manierata, ma \u00e8 difficile negare la forza con cui questa scrittura riesce a trasformare il gelo di una notte milanese, il rumore di una sparatoria o il silenzio di una casa in dati emotivi immediati.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">I capitoli in corsivo meritano una considerazione a parte, perch\u00e9 sono la parte pi\u00f9 controversa e insieme pi\u00f9 caratteristica del libro. Interrompono l&#8217;azione con una voce che parla in un tempo diverso, pi\u00f9 sospeso, quasi liturgico, e fanno del romanzo una sorta di dialogo tra la storia e la riflessione sulla storia. Alcuni critici li hanno considerati un peso, una concessione a un lirismo che appesantisce la tensione narrativa; altri vi hanno visto il cuore del progetto vittoriniano, il luogo in cui il testo dichiara che la letteratura non pu\u00f2 limitarsi a registrare i fatti. Lo stesso autore torn\u00f2 pi\u00f9 volte sull&#8217;opera: nell&#8217;edizione del 1949 intervenne sul testo con una revisione che, secondo molti studiosi, ne allegger\u00ec la componente lirica e che ha lasciato ai lettori la questione di quale versione sia pi\u00f9 fedele alla sua intenzione. Il problema \u00e8 in realt\u00e0 la spia di una tensione mai risolta nella poetica di Vittorini, quella tra il bisogno di verit\u00e0 storica e la vocazione simbolica, tra il romanzo civile e il poema morale.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Accolto con entusiasmo da una parte della critica e con riserve da un&#8217;altra, il romanzo divenne quasi subito un punto di riferimento per la nuova letteratura del dopoguerra, ma le etichette del neorealismo gli stanno strette. <em><a href=\"https:\/\/www.reflections.it\/wordpress\/il-sentiero-dei-nidi-di-ragno\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">Il sentiero dei nidi di ragno<\/a><\/em> di <strong>Italo Calvino<\/strong>, uscito nel 1947 e legato, nel ricordo dello stesso autore, al magistero di <strong>Vittorini<\/strong> e di <strong>Pavese<\/strong>, sceglie la via dell&#8217;avventura picaresca e della fiaba. <em><a href=\"https:\/\/www.reflections.it\/wordpress\/l-agnese-va-a-morire\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">L&#8217;Agnese va a morire<\/a><\/em> di <strong>Renata Vigan\u00f2<\/strong> (1949) e <em>Il partigiano Johnny<\/em> di <strong>Beppe Fenoglio<\/strong>, pubblicato postumo nel 1968, puntano su un realismo pi\u00f9 asciutto e quasi documentario. <em>Uomini e no<\/em> rimane un&#8217;opera allegorica, deliberatamente lontana dalla testimonianza. Anche <em>La casa in collina<\/em> di Pavese, del 1948, condivide con Vittorini l&#8217;idea della guerra come prova morale, ma la sposta in una dimensione pi\u00f9 intima e colpevole. Vittorini, dal canto suo, rifiut\u00f2 sempre di ridurre la letteratura a strumento della politica. Lo dimostra la polemica con il Partito comunista e con Palmiro Togliatti, combattuta tra il 1946 e il 1947 sulle pagine de <em>Il Politecnico<\/em>, la rivista da lui diretta a Milano per Einaudi, nella quale rivendic\u00f2 la libert\u00e0 dello scrittore di non \u00absuonare il piffero per la rivoluzione\u00bb; nel 1951 avrebbe lasciato definitivamente il PCI.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Riletto oggi, il libro dialoga con altre grandi domande del Novecento. La questione che il titolo pone, chi possa ancora dirsi uomo in un mondo che lo ha ridotto a strumento o a vittima, risuona con quella che <strong>Primo Levi<\/strong> avrebbe formulato due anni dopo con <em>Se questo \u00e8 un uomo<\/em>, anche se il tono, il contesto e la forma letteraria sono profondamente diversi: da una parte la testimonianza di chi \u00e8 stato spogliato di ogni dignit\u00e0 nel Lager, dall&#8217;altra la riflessione di uno scrittore che guarda la violenza dall&#8217;interno di una lotta scelta. Entrambi i libri, per\u00f2, rifiutano l&#8217;idea che l&#8217;inumano sia una parentesi incomprensibile e lo trattano come una possibilit\u00e0 sempre presente nella storia.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Non mancano, naturalmente, i limiti. La contrapposizione tra uomini e &#8220;no&#8221; rischia talvolta di irrigidirsi in uno schema quasi manicheo, e i fascisti del romanzo, per quanto efficacemente inquietanti, restano figure pi\u00f9 emblematiche che comprese nella loro concretezza storica. La storia d&#8217;amore con Berta, con le sue esitazioni e i suoi patetismi, pu\u00f2 apparire a tratti sovraccarica, e il tono profetico che percorre alcune pagine non sempre resiste alla prova del tempo. Ma proprio in questi eccessi si riconosce la temperatura di un libro scritto nel vivo di una tragedia, quando la letteratura non aveva ancora il lusso della distanza. Vittorini, del resto, avrebbe proseguito su questa strada di ricerca formale e morale: dopo <em>Il Politecnico<\/em> diresse per Einaudi la collana dei <em>Gettoni<\/em>, con la quale port\u00f2 all&#8217;attenzione del pubblico autori come Fenoglio, e nel 1959 fond\u00f2, insieme a Calvino, la rivista <em>Il Menab\u00f2<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Uomini e no<\/em> resta, in definitiva, un libro necessario, non perch\u00e9 sia perfetto ma perch\u00e9 ha il coraggio di porre la domanda pi\u00f9 difficile: che cosa ci rende umani quando la storia ci chiede di essere spietati? La sua eredit\u00e0 non consiste in una tesi, ma in un&#8217;attitudine, la convinzione che la letteratura possa e debba prendere posizione senza rinunciare alla propria autonomia, che si possa essere impegnati senza essere propagandisti, e lirici senza essere evasivi. A pi\u00f9 di ottant&#8217;anni dalla sua uscita, in un tempo che ha visto tornare guerre, rappresaglie e disumanizzazioni, quel titolo suona ancora come una sfida rivolta al lettore, e la risposta, come sempre in Vittorini, non \u00e8 tanto nel testo quanto in ci\u00f2 che il testo ci obbliga a scegliere.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Elio Vittorini, Bompiani 1945 Pubblicato quando l&#8217;Italia settentrionale era appena uscita dall&#8217;occupazione nazista e dalla dittatura 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