{"id":35969,"date":"2026-09-03T09:11:13","date_gmt":"2026-09-03T07:11:13","guid":{"rendered":"https:\/\/www.reflections.it\/wordpress\/?p=35969"},"modified":"2026-09-03T09:11:16","modified_gmt":"2026-09-03T07:11:16","slug":"l-aleph","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.reflections.it\/wordpress\/l-aleph\/","title":{"rendered":"L&#8217;Aleph"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\">di Jorge Luis Borges, 1949<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Se abbiamo voglia di farci del male e di sentire il peso della nostra ignoranza, prendiamo in mano un testo di Umberto Eco o di uno dei suoi maestri filosofici come Borges. Nella letteratura del Novecento c&#8217;\u00e8 stato un punto in cui la finzione ha smesso di raccontare il mondo e ha iniziato a interrogarne la struttura stessa: ecco, quel punto ha un nome, o meglio una lettera, la prima dell&#8217;alfabeto ebraico, e appartiene a <strong>Jorge Luis Borges<\/strong>. Pubblicato nel 1949 come racconto conclusivo dell&#8217;omonima raccolta, <em>L&#8217;Aleph<\/em> non \u00e8 soltanto uno dei testi pi\u00f9 celebri dello scrittore argentino, ma una sorta di manifesto involontario di un&#8217;intera poetica: quella dell&#8217;infinito trattato con la precisione di un teorema, dell&#8217;assoluto ridotto alla misura di un sasso sotto il gradino di una cantina a Buenos Aires. Avvicinarsi a questo racconto significa accettare di essere condotti in un territorio dove la letteratura, la filosofia, la teologia e la matematica smettono di essere discipline separate e diventano un&#8217;unica lingua, parlata da un autore che ha fatto della biblioteca la sua patria e del labirinto la sua cifra.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image alignleft size-full is-resized\"><a href=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.reflections.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/Aleph.jpg?ssl=1\"><img data-recalc-dims=\"1\" fetchpriority=\"high\" decoding=\"async\" width=\"387\" height=\"600\" data-attachment-id=\"35971\" data-permalink=\"https:\/\/www.reflections.it\/wordpress\/l-aleph\/aleph\/\" data-orig-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.reflections.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/Aleph.jpg?fit=387%2C600&amp;ssl=1\" data-orig-size=\"387,600\" data-comments-opened=\"1\" data-image-meta=\"{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;1&quot;,&quot;alt&quot;:&quot;&quot;}\" data-image-title=\"Aleph\" data-image-description=\"\" data-image-caption=\"\" data-large-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.reflections.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/Aleph.jpg?fit=387%2C600&amp;ssl=1\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.reflections.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/Aleph.jpg?resize=387%2C600&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-35971\" style=\"width:425px;height:auto\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.reflections.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/Aleph.jpg?w=387&amp;ssl=1 387w, https:\/\/i0.wp.com\/www.reflections.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/Aleph.jpg?resize=194%2C300&amp;ssl=1 194w\" sizes=\"(max-width: 387px) 100vw, 387px\" \/><\/a><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Chiunque legga Borges per la prima volta, scopre un universo non facile con un misto di ammirazione e disagio. Non lo \u00e8 per ragioni che potremmo definire di superficie, come la lunghezza o la complessit\u00e0 sintattica, che anzi sono contenute; \u00e8 difficile per ragioni pi\u00f9 sottili e pi\u00f9 radicali, che riguardano la natura stessa dell&#8217;oggetto narrato. Borges tenta di scrivere l&#8217;indicibile, di dare forma verbale a un&#8217;esperienza che per definizione eccede ogni forma verbale: la visione simultanea di tutti i punti dell&#8217;universo. Il lettore che si aspetta uno sviluppo lineare, una progressione di eventi in cui la tensione cresce fino a un climax risolutivo, rimarr\u00e0 certo spiazzato: la vera difficolt\u00e0 del racconto non sta nella sua trama, elementare nella sua struttura, quanto nel fatto che il suo centro, l&#8217;Aleph stesso, \u00e8 per costituzione non rappresentabile. Borges questo lo sa, e costruisce l&#8217;intero racconto attorno a questa impossibilit\u00e0 dichiarata, facendone il vero soggetto dell&#8217;opera. Leggere <em>L&#8217;Aleph<\/em> significa dunque accettare di stare di fronte a un testo che ammette, fin dall&#8217;inizio, il proprio fallimento, e che proprio in quel fallimento trova la sua pi\u00f9 alta riuscita.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La trama, si diceva, \u00e8 di una semplicit\u00e0 quasi ingannevole. Un narratore che porta il nome dell&#8217;autore, ulteriore gioco di specchi che Borges ama disseminare nei suoi testi, \u00e8 innamorato di una donna, Beatriz Viterbo, morta da qualche anno, e continua a frequentare per fedelt\u00e0 sentimentale la casa del cugino di lei, Carlos Argentino Daneri, poeta mediocre e vanaglorioso, convinto di poter scrivere un&#8217;opera che descriva l&#8217;intero pianeta in versi, <em>La Terra<\/em>, un poema totale destinato a rimanere, nell&#8217;ironia amarissima di Borges, un accumulo interminabile e goffo di descrizioni. Daneri rivela infine al narratore il segreto della sua ambizione poetica: nella cantina della sua casa esiste un Aleph, un punto dello spazio che contiene tutti gli altri punti, senza sovrapposizione, visto da ogni angolazione, simultaneamente. \u00c8 da l\u00ec che egli trae la materia sterminata del suo poema. Il narratore, scettico e insieme attratto, scende in cantina, si sdraia nel buio secondo le istruzioni ricevute, e vede. Vede tutto. Vede, in un istante che dura un secondo e insieme un&#8217;eternit\u00e0, l&#8217;universo intero concentrato in una sfera di due o tre centimetri, ogni punto visto da ogni prospettiva possibile, senza deformazione, senza gerarchia, senza tempo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00c8 qui che il racconto tocca il proprio vertice, ed \u00e8 qui che si manifesta con pi\u00f9 evidenza la sua difficolt\u00e0 strutturale: come si scrive una simultaneit\u00e0 assoluta usando uno strumento, la lingua, che per sua natura \u00e8 sequenziale, che procede parola dopo parola, frase dopo frase, in un tempo lineare irreversibile? Borges affronta il problema con una soluzione che \u00e8 insieme tecnica narrativa e dichiarazione filosofica, fa elenchi. La celebre, vertiginosa enumerazione di ci\u00f2 che il narratore vede nell&#8217;Aleph, mari, albe, moltitudini, lettere d&#8217;amore mai spedite, mappe, un aratro, radici che si intrecciano, non \u00e8 un semplice espediente retorico ma la messa in scena della sconfitta del linguaggio davanti all&#8217;infinito. Il narratore stesso, all&#8217;interno del racconto, si dichiara consapevole di questa sconfitta,  ammette che ci\u00f2 che descriver\u00e0 sar\u00e0 per forza successivo, mentre ci\u00f2 che ha visto era simultaneo, e che il linguaggio, essendo fatto di successione, tradisce necessariamente l&#8217;esperienza. <strong>Questa dichiarazione d&#8217;impotenza, posta al centro esatto del testo, \u00e8 forse la pagina pi\u00f9 filosoficamente densa di tutta l&#8217;opera borgesiana, perch\u00e9 tocca un problema che attraversa la storia del pensiero occidentale fin dai suoi albori, il rapporto fra l&#8217;essere e il dire, fra l&#8217;esperienza e la sua rappresentazione.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Non si pu\u00f2 leggere questo passaggio senza pensare al platonismo e, ancora pi\u00f9 precisamente, al neoplatonismo, di cui Borges era lettore appassionato fin dalla giovinezza, attraverso <strong>Plotino<\/strong> ma anche attraverso le mediazioni gnostiche e cabalistiche che popolano i suoi scritti. L&#8217;Aleph, in fondo, \u00e8 una traduzione narrativa dell&#8217;Uno plotiniano, quel principio che contiene in s\u00e9, senza divisione, la totalit\u00e0 di ci\u00f2 che da esso emana. La molteplicit\u00e0 del mondo sensibile non \u00e8 che un&#8217;esplosione, un dispiegarsi nel tempo e nello spazio, di ci\u00f2 che nell&#8217;Uno \u00e8 raccolto in perfetta unit\u00e0 senza tempo. Vedere l&#8217;Aleph significa, in un certo senso, vedere per un istante con gli occhi dell&#8217;Uno, cogliere la totalit\u00e0 prima della sua dispersione nella molteplicit\u00e0, prima che essa si frantumi nel tempo che la nostra mente \u00e8 costretta a impiegare per pensarla. Ma Borges, da scrittore laico e ironico qual era, non lascia mai che questa intuizione mistica si adagi in una beatitudine religiosa. Al contrario, la contamina di scetticismo, di comicit\u00e0, persino di volgarit\u00e0, incastonando la visione dell&#8217;assoluto nella cantina polverosa di un poeta ridicolo, in una Buenos Aires fatta di tram, caff\u00e8 e meschine rivalit\u00e0 letterarie. Questo cortocircuito fra il sublime e il grottesco \u00e8 una delle cifre pi\u00f9 originali del racconto, e segna una distanza precisa fra Borges e i mistici che pure lo hanno nutrito: dove questi cercano l&#8217;estasi come approdo, Borges la mette in scena come incidente, quasi come un fastidio metafisico capitato per caso a un uomo qualunque, deluso in amore, invidioso di un rivale mediocre.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Accanto al neoplatonismo, un secondo riferimento filosofico si impone con evidenza quasi didascalica, ed \u00e8 lo stesso Borges a segnalarlo esplicitamente in una nota che accompagna il racconto: la sfera infinita di <strong>Pascal<\/strong>, quella figura vertiginosa secondo cui l&#8217;universo sarebbe una sfera il cui centro \u00e8 ovunque e la cui circonferenza non \u00e8 in nessun luogo. Questa immagine, che ha una lunga storia che risale almeno a testi ermetici medievali e che Pascal riprende nei suoi <em>Pensieri<\/em> per esprimere lo sgomento dell&#8217;uomo di fronte all&#8217;infinit\u00e0 degli spazi, viene da Borges reinterpretata e quasi rovesciata. Se in Pascal l&#8217;infinito \u00e8 motivo di terrore, di quel silenzio eterno degli spazi infiniti che spaventa l&#8217;uomo consapevole della propria finitezza, in Borges l&#8217;infinito diventa oggetto concreto, quasi tascabile, un punto che sta sotto un diciannovesimo gradino di una scala di cantina. \u00c8 come se Borges avesse voluto portare a compimento, con il suo <em>understatement<\/em> tipicamente argentino, l&#8217;intuizione pascaliana, mostrando che l&#8217;assoluto, lungi dall&#8217;essere relegato in un altrove inaccessibile, pu\u00f2 insinuarsi nella prosa pi\u00f9 dimessa della vita quotidiana, fra un lampadario e una cassa di vino.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Un altro nome che aleggia su questo racconto, pur senza essere mai nominato direttamente nel testo narrativo, \u00e8 quello di <strong>Dante Alighieri<\/strong>. Il legame \u00e8 duplice. Da un lato vi \u00e8 un&#8217;affinit\u00e0 strutturale profonda con il finale del Paradiso, quando Dante, giunto al cospetto di Dio, descrive la visione dell&#8217;universo legato con amore in un volume, immagine di una totalit\u00e0 raccolta che tutto contiene senza dispersione. Anche l\u00ec <strong>il poeta, come il narratore borgesiano, si dichiara incapace di rendere a parole ci\u00f2 che ha visto, e anche l\u00ec l&#8217;esperienza mistica eccede la capacit\u00e0 della memoria e del linguaggio di trattenerla<\/strong>. Dall&#8217;altro lato, Borges stesso, in numerosi scritti saggistici e in conferenze dedicate proprio alla <em>Commedia<\/em>, che considerava fra i vertici assoluti della letteratura mondiale, riflette a lungo su questo problema della visione totale e della sua ineffabilit\u00e0, sicch\u00e9 <em>L&#8217;Aleph<\/em> pu\u00f2 essere letto anche come un dialogo, rispettoso e insieme laicizzato, con quella pagina dantesca: dove Dante attinge la visione a un ordine teologico coerente, sorretto dalla grazia e dalla fede, Borges la relega a un fenomeno quasi domestico, privo di qualunque garanzia trascendente, forse persino frutto di un&#8217;illusione o di una suggestione, lasciando aperto, con tipica ambiguit\u00e0 borgesiana, il dubbio che l&#8217;intera vicenda sia un&#8217;invenzione del millantatore Daneri o un&#8217;allucinazione del narratore stesso.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il tema della biblioteca infinita, che pure non compare esplicitamente in questo racconto ma che permea l&#8217;intera opera di Borges e in particolare il celebre testo gemello <em>La biblioteca di Babele<\/em>, si ricollega strettamente all&#8217;Aleph come sua variante spaziale: se la biblioteca \u00e8 l&#8217;infinito disposto in successione, in corridoi ed esagoni che si ripetono senza fine, l&#8217;Aleph \u00e8 l&#8217;infinito colto in un solo istante e in un solo punto, la sua variante sincronica anzich\u00e9 diacronica. Insieme, questi due testi compongono un dittico che esprime le due forme fondamentali con cui l&#8217;immaginazione umana ha sempre tentato di rappresentare l&#8217;infinito: l&#8217;estensione senza limiti nello spazio e nel tempo, e la concentrazione assoluta in un singolo punto. Non \u00e8 un caso che entrambe le immagini abbiano radici comuni nella tradizione cabalistica, che Borges conosceva attraverso le opere di <strong>Gershom Scholem<\/strong> e attraverso una frequentazione personale, seppur non sistematica, della mistica ebraica: la Cabala insegna che la Torah intera, e con essa l&#8217;intero disegno della creazione, \u00e8 contenuta germinalmente in ogni singola lettera dell&#8217;alfabeto ebraico, e che la prima di queste lettere, appunto l&#8217;Aleph, muta e priva di suono proprio, contiene potenzialmente tutte le altre, essendo la soglia stessa da cui ogni articolazione del linguaggio, e dunque ogni creazione, ha origine. Scegliere questa lettera come titolo e come emblema del racconto non \u00e8 dunque un vezzo erudito fine a se stesso, ma una scelta di straordinaria pertinenza simbolica: l&#8217;Aleph \u00e8 insieme il tutto e il nulla, la pienezza assoluta e l&#8217;assenza di ogni forma determinata, il punto prima della parola e insieme il luogo dove ogni parola trova la propria origine e il proprio limite.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Vi \u00e8 poi un terzo grande riferimento filosofico che attraversa il racconto in filigrana, meno appariscente ma non meno importante, che \u00e8 l&#8217;idealismo, in particolare quello di stampo berkeleyano che Borges filtra attraverso la lettura di <strong>Schopenhauer<\/strong>. Se il mondo, come sosteneva il vescovo irlandese <strong>George Berkeley<\/strong>, esiste solo in quanto percepito, allora la totalit\u00e0 dell&#8217;universo racchiusa nell&#8217;Aleph pone un problema vertiginoso: quell&#8217;oggetto, se davvero contiene ogni cosa, deve contenere anche se stesso, in un regresso senza fine di specchi che si riflettono l&#8217;uno nell&#8217;altro, poich\u00e9 fra le infinite cose viste vi sarebbe anche l&#8217;Aleph stesso visto da ogni angolazione, e dentro quell&#8217;immagine dell&#8217;Aleph vi sarebbe di nuovo l&#8217;universo intero, e cos\u00ec all&#8217;infinito. Questo <strong>paradosso dell&#8217;autoreferenzialit\u00e0<\/strong>, che Borges ha esplorato in molte altre pagine, dai racconti dedicati a biblioteche impossibili fino ai saggi sui paradossi di <strong>Zenone<\/strong> di Elea, trova qui una delle sue formulazioni pi\u00f9 compiute e pi\u00f9 inquietanti. L&#8217;infinito non \u00e8 soltanto ci\u00f2 che eccede ogni misura, ma ci\u00f2 che, contenendo se stesso, mina alla radice ogni possibilit\u00e0 di un punto di vista stabile, di un fuori da cui osservare la totalit\u00e0 senza esserne gi\u00e0 parte. Zenone, con i suoi celebri paradossi sul movimento e sulla divisibilit\u00e0 infinita dello spazio, \u00e8 del resto un pensatore a cui Borges dedica pagine dirette in altri scritti, e la sua ombra si allunga su questo racconto proprio nella misura in cui l&#8217;Aleph rappresenta il punto limite in cui la divisione infinita dello spazio, portata alle sue estreme conseguenze, si rovescia paradossalmente nella sua negazione. Esiste uno spazio infinitamente diviso che collassa in un singolo punto privo di estensione, eppure capace di contenere l&#8217;estensione intera dell&#8217;universo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Accanto a questi riferimenti pi\u00f9 propriamente filosofici, il racconto \u00e8 punteggiato da una fitta trama di rimandi letterari che ne rivelano l&#8217;ambizione enciclopedica. Il <em>Libro delle mille e una notte<\/em> viene evocato attraverso l&#8217;immagine di un oggetto simile, uno specchio o una sfera che tutto rivela, richiamando la tradizione islamica delle pietre e degli specchi magici capaci di mostrare eventi lontani nello spazio e nel tempo. Attar di Nishapur e la sua opera sul discorso degli uccelli, in cui trenta uccelli in cerca del re Simurgh scoprono infine di essere essi stessi, collettivamente, quel re che cercavano, offre un ulteriore modello di quella coincidenza fra la parte e il tutto che ossessiona Borges in tutta la sua opera. Anche la tradizione ermetica occidentale, con la sua dottrina della corrispondenza fra il microcosmo e il macrocosmo secondo cui l&#8217;uomo, piccolo mondo, rispecchia in s\u00e9 la struttura dell&#8217;universo grande, riecheggia in questo racconto, bench\u00e9 filtrata attraverso l&#8217;ironia e lo scetticismo tipici dell&#8217;autore, che non aderisce mai pienamente a nessuna dottrina esoterica ma le attraversa tutte con la curiosit\u00e0 erudita del collezionista che ama pi\u00f9 il catalogo delle idee che la fede in una sola di esse.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">E qui tocchiamo un punto essenziale per comprendere la difficolt\u00e0 specifica della prosa borgesiana, e cio\u00e8 il suo rapporto ambiguo e sofisticatissimo con l&#8217;erudizione. Borges scrive come se ogni sua affermazione fosse sorretta da un apparato bibliografico sterminato, disseminando note a pi\u00e8 di pagina, citazioni, riferimenti a autori realmente esistiti insieme ad autori e opere del tutto inventati, in un gioco che ha fatto scuola in tutta la narrativa postmoderna successiva. Nel caso specifico dell&#8217;Aleph, la nota che chiude il racconto, dedicata alla storia della parola stessa e alle sue precedenti apparizioni in altre tradizioni letterarie, \u00e8 un capolavoro di questa tecnica: mescola fonti reali a invenzioni plausibili con tale abilit\u00e0 che il lettore, specie se non specialista, non \u00e8 quasi mai in grado di distinguere con certezza dove finisca l&#8217;erudizione autentica e dove cominci la mistificazione. Questa strategia non \u00e8 un semplice gioco di prestigio fine a se stesso, ma ha una funzione filosofica precisa: mette in scena, a livello formale, lo stesso problema che il racconto tratta a livello tematico, ovvero l&#8217;impossibilit\u00e0 di distinguere con certezza, in un universo di segni, fra ci\u00f2 che \u00e8 vero e ci\u00f2 che \u00e8 costruito, fra la realt\u00e0 e la sua rappresentazione, fra l&#8217;esperienza diretta e il racconto che ne facciamo. Ecco perch\u00e9 leggere Borges richiede una disponibilit\u00e0 particolare, quasi un allenamento; bisogna accettare di non poter mai essere certi di ci\u00f2 che si sta leggendo, di muoversi costantemente su un terreno che sembra solido ma che a ogni passo rivela crepe, rimandi che si perdono, citazioni che forse non esistono, autori che forse sono maschere dello stesso Borges.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Questa densit\u00e0 intertestuale, unita alla brevit\u00e0 estrema della prosa, che concentra in poche pagine allusioni che richiederebbero volumi interi per essere sviluppate, \u00e8 la prima e pi\u00f9 evidente fonte della difficolt\u00e0 di lettura del racconto. Ma ve n&#8217;\u00e8 una seconda, pi\u00f9 sottile, che riguarda il registro stilistico. Borges alterna, spesso all&#8217;interno della stessa frase, il sublime metafisico con l&#8217;ironia salottiera, la meditazione sull&#8217;infinito e la satira sociale rivolta agli ambienti letterari di Buenos Aires, con le loro vanit\u00e0, i loro premi, i loro circoli, le loro gelosie fra scrittori mediocri e riconosciuti. Il personaggio di Carlos Argentino Daneri, con la sua ambizione grottesca di descrivere l&#8217;intero pianeta in un poema interminabile, \u00e8 insieme una macchietta comica, quasi da commedia degli equivoci, e il detentore, per assurdo, dell&#8217;unico accesso reale all&#8217;assoluto che il racconto conosca: \u00e8 lui, il poeta mediocre e presuntuoso, incapace di cogliere il valore autentico di ci\u00f2 che possiede, a custodire nella propria cantina la totalit\u00e0 dell&#8217;universo, mentre il narratore, pi\u00f9 colto, pi\u00f9 sensibile, pi\u00f9 consapevole, pu\u00f2 solo intrufolarsi per un istante in quel prodigio e uscirne sconvolto, ma non trasformato in poeta capace di dirlo. Questa distribuzione paradossale dei ruoli, che affida la custodia dell&#8217;infinito non al saggio ma allo sciocco, non al mistico ma al cialtrone, \u00e8 forse la pi\u00f9 acuta delle ironie borgesiane, e segnala una diffidenza radicale nei confronti di ogni gerarchia troppo facile fra chi merita e chi non merita l&#8217;accesso al sapere assoluto. Nell&#8217;universo di Borges, l&#8217;assoluto non premia i meritevoli, si d\u00e0 per caso, in un gradino di cantina, a chi capita di trovarsi l\u00ec, ed \u00e8 indifferente, come ogni vero infinito dovrebbe essere, alle nostre categorie morali ed estetiche.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Proprio in questa distanza ironica dal proprio stesso soggetto, in questa capacit\u00e0 di parlare dell&#8217;assoluto senza mai cedere alla retorica dell&#8217;assoluto, sta forse la ragione pi\u00f9 profonda per cui <strong>Umberto Eco<\/strong> ha riconosciuto in Borges uno dei suoi maestri pi\u00f9 decisivi, tanto da renderlo omaggio esplicito attraverso la figura di Jorge da Burgos, il bibliotecario cieco custode di un labirinto librario nel suo celebre romanzo ambientato in un&#8217;abbazia medievale. Il legame fra i due autori non si limita a questa citazione onomastica, peraltro piuttosto scoperta nel suo gioco fonetico fra i due cognomi, ma investe l&#8217;intera architettura concettuale dell&#8217;opera di Eco, che si \u00e8 formato come semiologo studiando proprio il modo in cui i segni rimandano ad altri segni in catene potenzialmente infinite, secondo un principio di semiosi illimitata che Eco stesso, nei suoi scritti teorici, riconduce esplicitamente alla lezione di Borges e in particolare all&#8217;immagine della biblioteca come struttura labirintica che contiene ogni libro possibile, ogni combinazione di lettere, e dunque anche ogni possibile menzogna insieme a ogni possibile verit\u00e0, senza che vi sia un principio interno alla biblioteca stessa capace di distinguere le une dalle altre. La biblioteca dell&#8217;abbazia ne <em><a href=\"https:\/\/www.reflections.it\/wordpress\/il-nome-della-rosa\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">Il nome della rosa<\/a><\/em> di Eco, costruita secondo una pianta labirintica volutamente irrisolvibile, popolata di libri proibiti e di un assassino che uccide per custodire un segreto contenuto in un testo, \u00e8 un omaggio diretto e dichiarato alla Biblioteca di Babele borgesiana, ma il debito si estende naturalmente anche all&#8217;Aleph, in quanto entrambi i testi di Borges condividono con l&#8217;opera di Eco l&#8217;idea che il sapere totale sia insieme la pi\u00f9 alta aspirazione dell&#8217;intelletto umano e la pi\u00f9 pericolosa, capace di produrre mostri quando si pretende di custodirlo, censurarlo o monopolizzarlo. Eco, che ha dedicato pagine importanti anche alla questione delle liste e delle enumerazioni come strategia retorica per rappresentare l&#8217;infinito, un tema che ha poi sviluppato in un intero volume dedicato proprio alla vertigine delle liste nell&#8217;arte e nella letteratura occidentale, riconosce esplicitamente in Borges l&#8217;antecedente pi\u00f9 autorevole di questa riflessione, proprio a partire da pagine come quella dell&#8217;enumerazione vertiginosa contenuta nell&#8217;Aleph, che Eco cita fra gli esempi pi\u00f9 alti di ci\u00f2 che chiama liste caotiche enumerative, capaci di suggerire l&#8217;infinito attraverso l&#8217;accumulo apparentemente disordinato di elementi eterogenei.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ma il legame fra Borges ed Eco va oltre la semiotica e tocca una comune concezione del testo come struttura aperta, come opera che si offre a infinite interpretazioni senza mai esaurirsi in una lettura definitiva. Eco, teorico dell&#8217;opera aperta e poi, in anni successivi, teorico attento anche ai limiti dell&#8217;interpretazione, ha sempre riconosciuto in Borges il fondatore di un modo di scrivere che \u00e8 insieme narrativa e teoria della narrativa, racconto e riflessione sul racconto, in cui la finzione diventa il luogo privilegiato per pensare problemi che la filosofia tradizionale, vincolata alle sue forme argomentative, fatica a formulare con altrettanta efficacia. In questo senso, <em>L&#8217;Aleph<\/em> pu\u00f2 essere letto come un piccolo trattato di epistemologia travestito da racconto fantastico. La domanda che pone, in fondo, non \u00e8 tanto &#8220;che cosa accadrebbe se esistesse un punto che contiene l&#8217;intero universo&#8221;, quanto piuttosto &#8220;\u00e8 possibile per una mente finita, e per un linguaggio finito quale \u00e8 quello umano, rappresentare l&#8217;infinito senza tradirlo?&#8221;, e la risposta implicita del racconto, tragica e insieme luminosa, \u00e8 che questa rappresentazione \u00e8 impossibile, ma che proprio nel tentativo fallito di realizzarla, nel gesto disperato e sublime di elencare ci\u00f2 che non pu\u00f2 essere ridotto a elenco, si consuma il compito pi\u00f9 alto e pi\u00f9 proprio della letteratura.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Borges non descrive l&#8217;Aleph con un&#8217;unica immagine potente, come avrebbe forse fatto uno scrittore romantico in cerca del simbolo totalizzante; sceglie invece la via, apparentemente pi\u00f9 umile ma in realt\u00e0 pi\u00f9 radicale, dell&#8217;accumulo di frammenti eterogenei, giustapposti senza connettivi logici che ne indichino la gerarchia o la relazione: un mare, uno specchio, un aratro, una citt\u00e0, gli intestini caldi dell&#8217;amore, una collezione di stampe erotiche, il cadavere di un uomo, la circolazione del proprio oscuro sangue, tutto viene posto sullo stesso piano sintattico, senza che nessun elemento prevalga sull&#8217;altro, in una democrazia degli oggetti che \u00e8 insieme tecnica narrativa e affermazione filosofica sulla natura dell&#8217;infinito, il quale, per essere davvero tale, non pu\u00f2 ammettere gerarchie, non pu\u00f2 privilegiare il sublime sull&#8217;osceno o il cosmico sul domestico, ma deve accoglierli tutti nello stesso indistinto e vertiginoso presente. \u00c8 una scrittura che procede per asindeto, che rifiuta la subordinazione sintattica proprio perch\u00e9 la subordinazione sintattica introdurrebbe un ordine, una priorit\u00e0, una narrazione, laddove l&#8217;esperienza dell&#8217;Aleph \u00e8 per definizione priva di narrazione, essendo tutta contenuta in un solo istante senza prima e senza dopo. Chi legge questa pagina per la prima volta pu\u00f2 provare una sensazione di soffocamento, quasi di nausea, che \u00e8 esattamente l&#8217;effetto voluto. Borges vuole che il lettore senta, almeno per un momento, l&#8217;eccesso, lo sproposito, la sproporzione fra la capacit\u00e0 della mente umana di ricevere informazione e la quantit\u00e0 di informazione che l&#8217;universo, colto nella sua totalit\u00e0 simultanea, potrebbe in teoria offrirle.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Questa attenzione quasi ossessiva alla struttura formale come veicolo di significato filosofico \u00e8 un&#8217;altra ragione della difficolt\u00e0 del testo, perch\u00e9 richiede al lettore di non limitarsi a seguire la trama, peraltro esile, ma di prestare attenzione costante alla costruzione della frase, al ritmo, alla scelta lessicale, che in Borges non sono mai ornamentali ma sempre funzionali a un pensiero. Ed \u00e8 proprio in questa fusione perfetta fra forma e contenuto, fra come si scrive e che cosa si dice, che risiede la grandezza stilistica di Borges, il quale non ha mai scritto un romanzo, preferendo sempre la forma breve del racconto o del saggio, quasi che la brevit\u00e0 fosse per lui una necessit\u00e0 etica prima ancora che estetica. Se l&#8217;universo \u00e8 infinito e il linguaggio \u00e8 per sua natura finito e sequenziale, allora l&#8217;onest\u00e0 intellettuale impone di non fingere mai, attraverso l&#8217;ampiezza di un romanzo fiume, di poter esaurire ci\u00f2 che per definizione non si pu\u00f2 esaurire, e di scegliere invece la forma breve, allusiva, ellittica, capace di suggerire l&#8217;infinito proprio attraverso la propria dichiarata insufficienza.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Un ulteriore livello di lettura, che merita attenzione perch\u00e9 spesso trascurato a favore delle interpretazioni pi\u00f9 propriamente metafisiche, riguarda la dimensione autobiografica ed emotiva del racconto, che Borges cela dietro l&#8217;apparato erudito ma che costituisce il motore segreto dell&#8217;intera narrazione. Il narratore ama una donna morta, Beatriz, il cui nome non pu\u00f2 non evocare, per chi conosce la storia della letteratura italiana, la Beatrice dantesca, guida verso la visione ultima nel Paradiso. Ma se in Dante l&#8217;amore per Beatrice conduce alla visione di Dio, in Borges l&#8217;amore per Beatriz Viterbo conduce solo alla visione ironica e degradata di un cugino mediocre e di una cantina polverosa, in un rovesciamento parodico che \u00e8 insieme omaggio e dissacrazione del modello dantesco. Il dolore della perdita, la gelosia postuma nei confronti di altri amanti di Beatriz di cui il narratore scopre l&#8217;esistenza proprio grazie alle lettere viste nell&#8217;Aleph, la sensazione di essere stato tradito anche da morta, introducono nel racconto una vena di patetismo trattenuto, di malinconia amorosa, che rende ancora pi\u00f9 straziante il contrasto fra la promessa di un&#8217;esperienza mistica totale e la scoperta, alla fine, che quella visione non ha portato alcuna consolazione, alcuna verit\u00e0 salvifica, ma solo la conferma dolorosa della propria condizione umana, limitata, gelosa, incapace di trattenere ci\u00f2 che ha visto se non sotto forma di un ricordo che gi\u00e0 mentre si forma comincia a sbiadire, come lo stesso narratore ammette con desolata onest\u00e0 nelle ultime pagine, quando confessa il timore che l&#8217;immagine dell&#8217;Aleph, cos\u00ec vivida nell&#8217;istante della visione, si stia gi\u00e0 corrompendo nella memoria, cedendo il passo alle parole con cui inevitabilmente la si racconta, in un processo di erosione che \u00e8 la beffa finale e pi\u00f9 amara del racconto: persino l&#8217;infinito, una volta visto, non sfugge alla legge del tempo che tutto consuma, perch\u00e9 la memoria stessa, per quanto fedele voglia essere, \u00e8 gi\u00e0 linguaggio, \u00e8 gi\u00e0 narrazione, \u00e8 gi\u00e0 tradimento.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Questa consapevolezza della fragilit\u00e0 della memoria, del suo essere gi\u00e0 ricostruzione e non pura registrazione, apre un ultimo, decisivo fronte filosofico, quello della fenomenologia della percezione e del tempo, in un dialogo implicito con la riflessione di Henri Bergson, altro autore ben presente nella formazione intellettuale di Borges, sulla differenza fra il tempo della coscienza, la durata vissuta come flusso indivisibile, e il tempo dello spazio, misurabile e frazionabile in istanti successivi. L&#8217;esperienza dell&#8217;Aleph, che il narratore descrive come durata di un secondo eppure carica di un contenuto che richiederebbe secoli per essere narrato, mette in scena esattamente questo scarto fra il tempo interiore, capace di dilatarsi fino a contenere l&#8217;eternit\u00e0 in un battito, e il tempo esteriore, misurato dall&#8217;orologio, che continua a scorrere indifferente. Solo l&#8217;arte, sembra suggerire Borges, solo la letteratura pu\u00f2 tentare di colmare questo scarto, offrendo al lettore, attraverso l&#8217;artificio della pagina scritta, un&#8217;esperienza analoga a quella vissuta dal narratore: anche la lettura di quell&#8217;elenco vertiginoso, infatti, richiede al lettore un tempo di lettura lineare, minuto dopo minuto, per accedere a un contenuto che pretende di essere simultaneo, replicando cos\u00ec, a livello della ricezione del testo, la stessa contraddizione irrisolvibile che il testo tematizza a livello del suo contenuto.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Chi si accosta oggi a <em>L&#8217;Aleph<\/em>, quasi ottant&#8217;anni dopo la sua prima pubblicazione, non pu\u00f2 non restare colpito dalla sua straordinaria attualit\u00e0, in un&#8217;epoca segnata dall&#8217;accesso apparentemente illimitato all&#8217;informazione garantito dalle reti digitali, che pure, come Borges aveva profeticamente intuito, non risolve ma semmai acuisce il problema della finitezza della mente umana chiamata a orientarsi in un oceano di dati che la eccede infinitamente. In questo senso, l&#8217;Aleph borgesiano appare oggi come una metafora anticipatrice della condizione contemporanea, sospesa fra la promessa di un sapere totale sempre a portata di clic e la persistente, incolmabile insufficienza di una coscienza individuale che pu\u00f2 accedere a quel sapere solo un frammento alla volta, in sequenza, mai in simultaneit\u00e0, condannata a restare sempre un poco indietro rispetto alla vertigine di ci\u00f2 che potrebbe, in teoria, conoscere.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Concludere una riflessione su questo racconto significa accettare, in fondo, di ripetere alla propria scala il gesto stesso del narratore borgesiano: tentare di dire ci\u00f2 che per sua natura eccede il dire, sapendo fin dall&#8217;inizio che il risultato sar\u00e0 necessariamente parziale, necessariamente successivo a un&#8217;esperienza che era invece simultanea. Ma \u00e8 forse proprio in questa accettazione consapevole del proprio limite che risiede la lezione pi\u00f9 preziosa che Borges lascia ai suoi lettori: non la promessa consolatoria di poter un giorno cogliere la totalit\u00e0 del reale, ma l&#8217;invito, pi\u00f9 modesto e insieme pi\u00f9 eroico, a continuare comunque a cercarla, sapendo che ogni pagina scritta, ogni frase pronunciata, ogni tentativo di raccontare l&#8217;infinito non sar\u00e0 mai altro che un umile, imperfetto, eppure indispensabile gradino di cantina da cui, per un solo istante, intravedere qualcosa che ci supera.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Jorge Luis Borges, 1949 Se abbiamo voglia di farci del male e di sentire il peso 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