{"id":35331,"date":"2026-04-12T18:05:26","date_gmt":"2026-04-12T16:05:26","guid":{"rendered":"https:\/\/www.reflections.it\/wordpress\/?p=35331"},"modified":"2026-04-12T18:05:28","modified_gmt":"2026-04-12T16:05:28","slug":"amico-ritrovato","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.reflections.it\/wordpress\/amico-ritrovato\/","title":{"rendered":"L&#8217;amico ritrovato"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\">di Fred Uhlman, 1971<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">C&#8217;\u00e8 una certa ironia della storia nel fatto che <strong>Fred Uhlman<\/strong>, avvocato e pittore autodidatta nato a Stoccarda nel 1901, abbia scritto il suo capolavoro letterario in inglese, in esilio, a Londra, ricordando in una lingua non sua ci\u00f2 che era stato il mondo di una lingua che sentiva ormai come estraneo.\u00a0<em>L&#8217;amico ritrovato<\/em>, pubblicato in inglese nel 1971 con il titolo\u00a0<em>Reunion<\/em>, \u00e8 un libro breve (poco pi\u00f9 di cento pagine) eppure appartiene a quella categoria rara di opere che non si misurano in pagine ma in risonanza.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image alignleft size-full is-resized\"><a href=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.reflections.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/Lamico-ritrovato-1.jpg?ssl=1\"><img data-recalc-dims=\"1\" fetchpriority=\"high\" decoding=\"async\" width=\"390\" height=\"600\" data-attachment-id=\"35334\" data-permalink=\"https:\/\/www.reflections.it\/wordpress\/amico-ritrovato\/lamico-ritrovato-2\/\" data-orig-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.reflections.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/Lamico-ritrovato-1.jpg?fit=390%2C600&amp;ssl=1\" data-orig-size=\"390,600\" data-comments-opened=\"1\" data-image-meta=\"{&quot;orientation&quot;:&quot;1&quot;}\" data-image-title=\"L&amp;#8217;amico ritrovato\" data-image-description=\"\" data-image-caption=\"\" data-large-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.reflections.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/Lamico-ritrovato-1.jpg?fit=390%2C600&amp;ssl=1\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.reflections.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/Lamico-ritrovato-1.jpg?resize=390%2C600&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-35334\" style=\"width:441px;height:auto\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.reflections.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/Lamico-ritrovato-1.jpg?w=390&amp;ssl=1 390w, https:\/\/i0.wp.com\/www.reflections.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/Lamico-ritrovato-1.jpg?resize=195%2C300&amp;ssl=1 195w\" sizes=\"(max-width: 390px) 100vw, 390px\" \/><\/a><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Hans Schwarz, figlio di un medico ebreo di Stoccarda, ha trentasei anni quando comincia a ricordare. Vive in America, \u00e8 sopravvissuto, e la sua storia, quella che il romanzo racconta, \u00e8 concentrata in pochi mesi del 1932, nell&#8217;ultimo anno della Repubblica di Weimar, quando aveva sedici anni e conobbe Konrad von Hohenfels. L&#8217;incontro fra i due ragazzi \u00e8 il nucleo attorno a cui tutto ruota: l&#8217;amicizia impossibile tra un ragazzo ebreo di classe media e un aristocratico tedesco, figlio di una famiglia con un albero genealogico che risaliva fino ai crociati. Uhlman costruisce questo rapporto con una precisione quasi chirurgica, evitando ogni sentimentalismo facile, ogni melodramma posticcio. Il risultato \u00e8 qualcosa di molto pi\u00f9 devastante: una storia di affezione autentica raccontata con la sobriet\u00e0 di chi sa gi\u00e0 come va a finire.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La struttura del romanzo \u00e8 quella del racconto-memoria, un genere che nella letteratura del Novecento ha prodotto alcune delle pagine pi\u00f9 intense sulla perdita e sulla catastrofe. Si pensi a\u00a0<em>Se questo \u00e8 un uomo<\/em>\u00a0di <strong>Primo Levi<\/strong>, pubblicato nel 1947, dove la memoria diventa strumento morale prima ancora che narrativo. Oppure ai romanzi di <strong>Stefan Zweig<\/strong>, in particolare\u00a0<em>Il mondo di ieri<\/em>, uscito postumo nel 1942, dove la civilt\u00e0 europea pre-bellica viene evocata con la stessa nostalgia mescolata a incredulit\u00e0 che attraversa le pagine di Uhlman. Non \u00e8 casuale il parallelo: <strong>Zweig<\/strong> e <strong>Uhlman<\/strong> appartengono alla stessa generazione di intellettuali ebrei mitteleuropei che hanno visto il loro mondo dissolversi e hanno tentato di preservarlo nell&#8217;unico modo possibile, scrivendolo. Ma mentre Zweig scelse il suicidio nel 1942, incapace di sopravvivere alla fine di ci\u00f2 che amava, Uhlman scelse l&#8217;esilio e pi\u00f9 tardi la scrittura.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ci\u00f2 che colpisce de\u00a0<em>L&#8217;amico ritrovato<\/em>\u00a0\u00e8 la gestione del tempo narrativo. Il romanzo procede lentamente nella prima parte, quasi con riluttanza, come se il narratore adulto resistesse al compito di rientrare in quel passato. Uhlman descrive Stoccarda con una minuzia affettuosa: le strade, il ginnasio, i profumi, le gerarchie sociali implicite che regolavano la vita scolastica. C&#8217;\u00e8 qualcosa di proustiano in questo recupero del dettaglio, sebbene la prosa di Uhlman sia molto pi\u00f9 asciutta di quella di <strong>Proust<\/strong>. Dove <strong>Marcel Proust<\/strong>, nella\u00a0<em>Recherche<\/em>, dissolveva ogni oggetto in una nuvola di associazioni e riflessioni, Uhlman tiene gli oggetti fermi, precisi, quasi fotografici. Una colazione descritta, un&#8217;uniforme scolastica, il modo in cui Konrad entra in classe per la prima volta: tutto \u00e8 reale, tutto \u00e8 concreto, tutto \u00e8 gi\u00e0, silenziosamente, perduto.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L&#8217;amicizia fra Hans e Konrad si sviluppa attraverso una serie di scambi, libri, conversazioni, visite a casa dell&#8217;uno e dell&#8217;altro, che Uhlman racconta con un&#8217;economia narrativa ammirevole. Non c&#8217;\u00e8 mai una parola di troppo. I due ragazzi vengono da mondi diversi, ma trovano un terreno comune nella cultura, nella musica, in quella vaga aspirazione alla grandezza intellettuale che caratterizza l&#8217;adolescenza nei momenti in cui essa \u00e8 ancora inconsapevole di ci\u00f2 che la storia le riserva. La casa dei von Hohenfels diventa per Hans un luogo quasi mitico: vi trova quadri, libri rari, una civilt\u00e0 stratificata che lo affascina e lo intimidisce. Eppure Konrad, nonostante il cognome e gli antenati, appare nel romanzo non come un rappresentante della sua classe ma come un individuo: curioso, generoso, capace di lealt\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00c8 qui che Uhlman compie la sua operazione narrativa pi\u00f9 sottile. Il lettore sa, perch\u00e9 il prologo lo anticipa, che Hans fuggir\u00e0 dalla Germania e che l&#8217;amicizia finir\u00e0. Ma non sa come, e soprattutto non sa cosa far\u00e0 Konrad. Il romanzo costruisce cos\u00ec una tensione doppia: da un lato quella storica, legata all&#8217;ascesa del nazismo che avanza sullo sfondo come un&#8217;onda sempre pi\u00f9 visibile; dall&#8217;altro quella personale, legata alla domanda su quale uomo diventer\u00e0 Konrad von Hohenfels. In questo senso il libro funziona anche come una riflessione sulla formazione del carattere, su quanto le circostanze possano deformare o rivelare una persona. \u00c8 una domanda che attraversa tutta la letteratura tedesca del periodo, da <strong>Thomas Mann<\/strong> a <strong>Heinrich B\u00f6ll<\/strong>, e che Uhlman pone con una brutalit\u00e0 tanto pi\u00f9 efficace quanto pi\u00f9 \u00e8 contenuta.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L&#8217;ombra del nazismo cresce lentamente nel romanzo, quasi impercettibilmente all&#8217;inizio, poi con accelerazione sempre pi\u00f9 angosciante. <strong>Uhlman mostra come il veleno ideologico si insinui nella vita quotidiana non attraverso eventi catastrofici ma attraverso piccoli cambiamenti di comportamento: un ragazzo che smette di salutare, un professore che modifica il tono delle sue lezioni, una certa tensione nell&#8217;aria che diventa normalit\u00e0<\/strong>. \u00c8 una tecnica narrativa che ricorda quella di <strong>Arthur Schnitzler<\/strong>, scrittore viennese che nelle sue opere aveva gi\u00e0 esplorato la permeabilit\u00e0 tra la superficie civile e gli strati profondi dell&#8217;irrazionale collettivo. In Uhlman, come in Schnitzler, la catastrofe non arriva improvvisamente: striscia, si adatta, occupa progressivamente ogni spazio.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La biografia di Uhlman \u00e8 inseparabile dal romanzo. Nato in una famiglia ebrea assimilata, si era formato come avvocato ma aveva sempre coltivato passioni artistiche e letterarie. Quando Hitler sal\u00ec al potere nel 1933, Uhlman, come Hans, cap\u00ec in fretta che la Germania non era pi\u00f9 un luogo dove poteva vivere. Si trasfer\u00ec a Parigi, poi in Spagna, e infine a Londra, dove avrebbe trascorso il resto della sua vita. Dipinse, scrisse, e mantenne per decenni un silenzio quasi totale sulla sua esperienza tedesca.\u00a0<em>L&#8217;amico ritrovato<\/em>\u00a0usc\u00ec quando aveva settant&#8217;anni, e fu il suo primo romanzo pubblicato. C&#8217;\u00e8 qualcosa di commovente in questo dato biografico: l&#8217;opera di una vita intera che trova forma in un libro breve, scritto in una lingua non natale, a settant&#8217;anni, su un&#8217;esperienza di pi\u00f9 di quarant&#8217;anni prima. Come se la distanza temporale e geografica fosse stata necessaria non per dimenticare ma per ricordare nel modo giusto.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il finale del romanzo \u00e8 una delle pagine pi\u00f9 formidabili della letteratura europea del dopoguerra, e sarebbe un torto al lettore anticiparne i dettagli. Si pu\u00f2 dire, senza svelare troppo, che Uhlman sceglie una conclusione che rifiuta il conforto del sentimentalismo e quello, speculare, del cinismo facile. La risposta che Hans riceve, ovvero non riceve, riguardo al destino di Konrad \u00e8 ambigua nella forma ma inequivocabile nella sostanza, e lascia il lettore in uno stato di sospensione emotiva che \u00e8 la firma dei grandi libri. Non si piange leggendo\u00a0<em>L&#8217;amico ritrovato<\/em>, non nel senso convenzionale: si resta invece in silenzio, con la sensazione di aver assistito a qualcosa di irreparabile accaduto con una naturalezza che lo rende ancora pi\u00f9 insopportabile.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00c8 utile collocare il romanzo nel contesto della cosiddetta letteratura dell&#8217;Olocausto, pur con tutte le riserve che questa etichetta porta con s\u00e9. Uhlman scrive prima della catastrofe totale, o meglio scrive del momento in cui la catastrofe stava per compiersi senza che molti lo sapessero ancora. In questo \u00e8 diverso da Levi, che scrive dall&#8217;interno dell&#8217;abisso, o da <strong>Elie Wiesel<\/strong>, il cui\u00a0<em>La notte<\/em>\u00a0del 1958 racconta l&#8217;esperienza della deportazione con una forza diretta e devastante. Uhlman sceglie invece l&#8217;ellissi, l&#8217;omissione, il bordo del baratro. E questa scelta stilistica, che potrebbe sembrare prudenza o reticenza, si rivela in realt\u00e0 la strategia narrativa pi\u00f9 adatta a questo tipo di storia: quella di un&#8217;amicizia spezzata non da una violenza visibile ma da una trasformazione silenziosa, da una resa progressiva all&#8217;ideologia, da quell&#8217;oscura complicit\u00e0 con il male che non si vede mai nel momento in cui avviene.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il romanzo ha goduto di una fortuna critica discontinua: ignorato al momento della pubblicazione, fu riscoperto negli anni Ottanta, soprattutto in Francia e in Italia, dove divenne un piccolo classico. La traduzione italiana, pubblicata da Guanda, ha contribuito a costruire attorno al libro una reputazione di testo indispensabile per chiunque voglia capire il Novecento europeo attraverso la letteratura. In questo senso\u00a0<em>L&#8217;amico ritrovato<\/em>\u00a0appartiene a una costellazione di opere brevi, si pensi a\u00a0<em>Vipera di Milano<\/em>\u00a0di <strong>Giovanni Testori<\/strong> o all&#8217;intera opera di <strong>Giorgio Bassani<\/strong>, in particolare\u00a0<em>Il giardino dei Finzi-Contini<\/em> che attraverso la concentrazione formale raggiungono una profondit\u00e0 che molti romanzi lunghi non toccano.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il paragone con Bassani \u00e8 particolarmente fruttuoso. Anche Bassani, nel racconto della comunit\u00e0 ebraica ferrarese sotto il fascismo, sceglie la memoria come struttura portante e la perdita come tema centrale. In entrambi gli autori c&#8217;\u00e8 la stessa incapacit\u00e0 di credere che il mondo che si amava potesse davvero finire, e la stessa consapevolezza retrospettiva che quella incredulit\u00e0 era parte integrante della tragedia. Hans Schwarz, come Giorgio nel romanzo di Bassani, guarda indietro sapendo gi\u00e0 tutto ci\u00f2 che non sapeva allora, e questa doppia visione, quella del ragazzo e quella dell&#8217;adulto sovrapposta, crea l&#8217;effetto di straniamento che \u00e8 il vero registro emotivo del libro.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Resta, dopo la lettura, una domanda che il romanzo non risolve perch\u00e9 non intende risolverla: \u00e8 possibile la vera amicizia attraverso il confine di classe, di religione, di storia? Uhlman non risponde, e nella sua reticenza c&#8217;\u00e8 pi\u00f9 onest\u00e0 intellettuale di quanta se ne trovi in molti romanzi che promettono risposte. Ci\u00f2 che resta \u00e8 il ritratto di due ragazzi in un momento preciso della storia, con le loro aspirazioni e le loro ingenuit\u00e0, circondati da un mondo che stava per implodere. E resta la certezza che quel momento, quei mesi del 1932, quella classe scolastica, quella colazione a casa dei von Hohenfels, era reale, era bello, ed \u00e8 finito nel peggior modo possibile.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Fred Uhlman, 1971 C&#8217;\u00e8 una certa ironia della storia nel fatto che Fred Uhlman, avvocato e 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