{"id":35240,"date":"2026-04-05T09:21:45","date_gmt":"2026-04-05T07:21:45","guid":{"rendered":"https:\/\/www.reflections.it\/wordpress\/?p=35240"},"modified":"2026-04-05T09:21:47","modified_gmt":"2026-04-05T07:21:47","slug":"opinioni-di-un-clown","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.reflections.it\/wordpress\/opinioni-di-un-clown\/","title":{"rendered":"Opinioni di un clown"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\">di Heinrich B\u00f6ll, 1963<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">C&#8217;\u00e8 un tipo di romanzo che funziona come uno specchio deformante: prende la realt\u00e0, la esagera in certi punti, la comprime in altri, e restituisce un&#8217;immagine che \u00e8 insieme falsa e pi\u00f9 vera dell&#8217;originale.\u00a0<em>Opinioni di un clown<\/em>\u00a0di <strong>Heinrich B\u00f6ll<\/strong>, pubblicato in Germania nel 1963 con il titolo\u00a0<em>Ansichten eines Clowns<\/em>, appartiene a questa categoria, ma con una precisione e una ferocia che vanno oltre il semplice effetto satirico. \u00c8 un romanzo che brucia. Brucia perch\u00e9 <strong>il suo protagonista \u00e8 un uomo che non accetta di smettere di vedere chiaramente in una societ\u00e0 che ha fatto della cecit\u00e0 volontaria la propria norma di sopravvivenza<\/strong>. Brucia perch\u00e9 la sua voce, ironica, ferita, ostinata, a tratti isterica, non si abbassa mai al compromesso, non trova la pace nell&#8217;adattamento, non impara la lezione che tutti intorno a lui hanno imparato cos\u00ec bene: che per vivere in pace bisogna rinunciare a qualcosa di essenziale, e chiamare quella rinuncia maturit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image alignleft size-full is-resized\"><a href=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.reflections.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/Opinioni-di-un-clown.jpg?ssl=1\"><img data-recalc-dims=\"1\" fetchpriority=\"high\" decoding=\"async\" width=\"381\" height=\"600\" data-attachment-id=\"35242\" data-permalink=\"https:\/\/www.reflections.it\/wordpress\/opinioni-di-un-clown\/opinioni-di-un-clown\/\" data-orig-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.reflections.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/Opinioni-di-un-clown.jpg?fit=381%2C600&amp;ssl=1\" data-orig-size=\"381,600\" data-comments-opened=\"1\" data-image-meta=\"{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;1&quot;}\" data-image-title=\"Opinioni di un clown\" data-image-description=\"\" data-image-caption=\"\" data-large-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.reflections.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/Opinioni-di-un-clown.jpg?fit=381%2C600&amp;ssl=1\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.reflections.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/Opinioni-di-un-clown.jpg?resize=381%2C600&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-35242\" style=\"width:417px;height:auto\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.reflections.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/Opinioni-di-un-clown.jpg?w=381&amp;ssl=1 381w, https:\/\/i0.wp.com\/www.reflections.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/Opinioni-di-un-clown.jpg?resize=191%2C300&amp;ssl=1 191w\" sizes=\"(max-width: 381px) 100vw, 381px\" \/><\/a><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Heinrich B\u00f6ll<\/strong> nasce a Colonia nel 1917, il dodicesimo figlio di un falegname cattolico di simpatie liberali. Cresce nella Repubblica di Weimar, attraversa l&#8217;ascesa del nazismo come adolescente, viene arruolato nella Wehrmacht nel 1939 e trascorre sei anni di guerra sul fronte orientale e in Francia, disertando pi\u00f9 volte, fingendosi malato, facendo di tutto per sopravvivere senza diventare complice di ci\u00f2 che vedeva. Viene fatto prigioniero dagli americani nel 1945, e quando torna a Colonia trova una citt\u00e0 quasi interamente distrutta. Questa esperienza, la guerra come macchina di morte e menzogna, la sconfitta come liberazione, le macerie come punto di partenza, \u00e8 il suolo da cui cresce tutta la sua letteratura. B\u00f6ll \u00e8 uno scrittore del dopoguerra nel senso pi\u00f9 fisico del termine: scrive su uomini e donne che camminano sulle rovine, che cercano di ricostruire una vita su fondamenta che sono state polverizzate, e che devono fare i conti con la domanda pi\u00f9 difficile di tutte: come si ricomincia dopo aver partecipato, anche solo come testimoni, a qualcosa di indicibile?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Il Nobel per la letteratura, che gli viene assegnato nel 1972<\/strong>, riconosce in lui il rappresentante pi\u00f9 lucido e pi\u00f9 onesto della letteratura tedesca del dopoguerra, una letteratura che doveva fare i conti con un passato che nessun altro paese europeo aveva nella stessa misura: non la sconfitta militare, ma la complicit\u00e0 morale, il crimine di Stato diventato crimine di popolo. B\u00f6ll non ha mai smesso di porre questa domanda alla Germania che si ricostruiva, la Germania del miracolo economico, del riarmo, della rinascita democratica, e non ha mai smesso di insinuare il sospetto che quella rinascita fosse costruita su un oblio troppo conveniente, su una rimozione troppo rapida, su una normalizzazione che aveva il sapore della recidiva mascherata da redenzione.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Opinioni di un clown<\/em>\u00a0\u00e8 il romanzo in cui questa accusa diventa pi\u00f9 diretta e pi\u00f9 personale. Hans Schnier \u00e8 un clown professionista, un artista di mimo e pantomima che si esibisce in teatri di variet\u00e0 in tutta la Germania, che all&#8217;inizio del romanzo si trova nella propria camera d&#8217;albergo a Bonn, la capitale della nuova Repubblica Federale, con la caviglia rotta, i soldi finiti, e la carriera in pezzi. La ragione del crollo \u00e8 insieme professionale e sentimentale: Marie, la donna con cui ha vissuto per cinque anni in un rapporto che Hans considera un matrimonio nel senso pi\u00f9 profondo del termine, lo ha lasciato per sposare un uomo cattolico osservante, Heribert Z\u00fcpfner, esponente di un circolo di intellettuali cattolici progressisti. Hans, seduto sul pavimento, comincia a telefonare alla madre, al padre, al fratello, agli amici, ai conoscenti, ai membri del circolo cattolico cercando denaro, cercando Marie, cercando qualcuno che lo ascolti davvero. <strong>Il romanzo \u00e8 la trascrizione di questa notte: i dialoghi telefonici, i ricordi, i flashback, i monologhi interiori di un uomo che sta cadendo a pezzi e che nel cadere osserva con spietata chiarezza tutto ci\u00f2 che lo circonda<\/strong>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La struttura \u00e8 quella del monologo drammatico, una forma che ha precedenti illustri nella letteratura europea, da <strong>Dostoevski<\/strong> a <strong>Camus<\/strong>, da <strong>Svevo<\/strong> a <strong>Beckett<\/strong>, ma B\u00f6ll la usa con una specificit\u00e0 tutta sua. Hans Schnier non \u00e8 un filosofo n\u00e9 un intellettuale nel senso accademico: \u00e8 un artista di strada, un uomo che ha scelto di vivere ai margini del sistema, e la sua intelligenza \u00e8 pratica, sensoriale, ironica. Vede le cose con la precisione impietosa di chi le guarda da fuori, di chi non ha mai accettato di essere inglobato nel grande organismo sociale della normalit\u00e0 borghese. E quello che vede, nella madre nazista diventata pacifista convinta ora che la guerra \u00e8 finita, nel padre industriale che ha saputo sopravvivere a tutto cambiando bandiera al momento giusto, nei cattolici progressisti che discutono di teologia e di impegno sociale senza che niente di tutto ci\u00f2 cambi minimamente le loro vite comode, \u00e8 una commedia talmente perfetta da essere indistinguibile dalla tragedia.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il cattolicesimo \u00e8 il tema centrale del romanzo, e va affrontato con la complessit\u00e0 che merita. B\u00f6ll era cattolico, autenticamente, cocciutamente cattolico, in un modo che non aveva niente di convenzionale e che lo poneva in conflitto permanente con la Chiesa istituzionale. Il suo cattolicesimo era quello dei poveri, dei vinti, dei fuori posto, non quello del concordato, dei circoli intellettuali, delle \u00e9lite che usano la religione come codice di riconoscimento sociale. Hans Schnier non \u00e8 cattolico, \u00e8 protestante di famiglia, anche se il protestantesimo nella sua casa era poco pi\u00f9 di un&#8217;etichetta culturale, ma ha amato una donna cattolica e ha dovuto fare i conti con quella Chiesa, con i suoi rappresentanti, con le sue categorie. E il giudizio che ne d\u00e0 \u00e8 devastante: non perch\u00e9 la fede sia falsa, ma perch\u00e9 la sua istituzionalizzazione la svuota, perch\u00e9 <strong>il circolo cattolico di Bonn usa il linguaggio della trascendenza per coprire la pi\u00f9 banale delle mediocrit\u00e0 sociali, perch\u00e9 Marie ha abbandonato un amore reale per un matrimonio approvato, ha scelto la forma contro la sostanza, ha tradito ci\u00f2 che sapeva essere vero in nome di ci\u00f2 che le veniva detto essere giusto<\/strong>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Questa critica al cattolicesimo tedesco del dopoguerra \u00e8 parte di una critica pi\u00f9 ampia alla Germania del cancelliere Konrad Adenauer, che govern\u00f2 la Repubblica Federale dal 1949 al 1963, proprio gli anni in cui B\u00f6ll scrive il romanzo. \u00c8 una Germania che si \u00e8 ricostruita economicamente con una velocit\u00e0 stupefacente, che ha ritrovato una sua rispettabilit\u00e0 internazionale, che ha integrato nelle sue istituzioni molti di coloro che avevano servito il regime nazista nella magistratura, nell&#8217;esercito, nell&#8217;amministrazione pubblica, nella stessa politica. B\u00f6ll questa integrazione la conosce e la denuncia, e la denuncia non con i toni della requisitoria politica ma con quelli della commedia amara: <strong>la madre di Hans, che durante la guerra incitava i figli maschi a combattere per il F\u00fchrer e che ora presiede comitati per la riconciliazione e la pace, \u00e8 uno dei personaggi pi\u00f9 feroci e pi\u00f9 comici del romanzo, un ritratto di ipocrisia talmente preciso da fare quasi fisicamente male<\/strong>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il confronto con altri romanzi tedeschi del dopoguerra \u00e8 inevitabile.\u00a0<em>Il tamburo di latta<\/em>\u00a0di <strong>G\u00fcnter Grass<\/strong>, pubblicato quattro anni prima nel 1959, affronta lo stesso problema, la Germania nazista e la Germania del dopoguerra, la complicit\u00e0 e la rimozione, con strumenti completamente diversi: il grottesco, il magico, l&#8217;esuberanza visionaria di un narratore che ha smesso di crescere e osserva il mondo dall&#8217;altezza di un bambino. B\u00f6ll \u00e8 pi\u00f9 sobrio, pi\u00f9 diretto, pi\u00f9 radicato nel realismo sociale ma non meno feroce. Dove Grass usa la deformazione fantastica, B\u00f6ll usa l&#8217;ironia; dove Grass costruisce una mitologia personale, B\u00f6ll costruisce una casistica sociale. I due autori sono complementari nella loro diagnosi della Germania, e insieme costituiscono forse il tentativo letterario pi\u00f9 riuscito di fare i conti con quella storia senza eluderla e senza esaurirla in una formula.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La figura del clown ha una tradizione letteraria e filosofica ricca a cui B\u00f6ll si connette consapevolmente. Il pagliaccio, il fool, il buffone di corte, sono figure che nella cultura europea hanno sempre avuto il privilegio ambiguo di dire la verit\u00e0 attraverso la maschera del ridicolo. In <strong>Shakespeare<\/strong> il fool di\u00a0<em>Re Lear<\/em>\u00a0\u00e8 l&#8217;unico personaggio che vede chiaramente ci\u00f2 che sta accadendo; in <strong>Dostoevski<\/strong> il principe My\u0161kin de\u00a0<em>L&#8217;idiota<\/em>\u00a0\u00e8 una figura analoga: l&#8217;innocente che non capisce le convenzioni sociali e quindi le vede con una nitidezza insopportabile per chi quelle convenzioni le abita. Hans Schnier appartiene a questa tradizione: la sua professione di clown non \u00e8 una metafora dell&#8217;alienazione, \u00e8 una scelta etica, la scelta di chi ha deciso di stare fuori, di non partecipare, di mantenere intatta la propria capacit\u00e0 di vedere anche al costo di non essere mai davvero dentro la vita. Ma B\u00f6ll non idealizza questa scelta: Hans \u00e8 anche un fallito, un uomo che ha usato la propria intransigenza come scudo contro la vita invece che come strumento per viverla pi\u00f9 pienamente, e che alla fine si ritrova solo, sul marciapiede della stazione di Bonn, con la faccia dipinta da clown e una chitarra tra le mani, a fare l&#8217;elemosina.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Marie \u00e8 la vera assenza del romanzo, e come spesso accade nelle grandi assenze letterarie, \u00e8 una presenza tanto pi\u00f9 potente quanto meno appare direttamente. La conosciamo solo attraverso i ricordi di Hans, attraverso la sua voce distorta dall&#8217;amore e dal dolore, e questa mediazione fa s\u00ec che Marie rimanga ambigua fino alla fine: ha torto o ragione di aver lasciato Hans? Ha ceduto alla pressione sociale o ha trovato qualcosa di cui aveva bisogno? B\u00f6ll non risponde e questa reticenza \u00e8 una delle sue mosse narrative pi\u00f9 intelligenti, perch\u00e9 impedisce al romanzo di diventare una semplice storia di vittima e carnefice. Hans soffre, e la sua sofferenza \u00e8 reale. Ma Hans \u00e8 anche incapace di dare a Marie ci\u00f2 di cui ha bisogno, cio\u00e8 stabilit\u00e0, riconoscimento, un futuro condiviso che non dipenda esclusivamente dalla sua capacit\u00e0 di guadagnare abbastanza da riempire gli alberghi di una tourn\u00e9e. La complessit\u00e0 del romanzo sta anche qui: nel rifiuto di semplificare i rapporti umani in schemi morali netti.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La scrittura di B\u00f6ll in questo romanzo ha una qualit\u00e0 peculiare che \u00e8 difficile da rendere in traduzione ma che il lettore italiano pu\u00f2 cogliere ugualmente: \u00e8 una prosa che ha il ritmo del parlato senza essere mai sciatta, che usa la ripetizione come strumento retorico invece che come difetto stilistico, che sa essere contemporaneamente comica e disperata nello stesso periodo, a volte nella stessa frase. I monologhi di Hans hanno la struttura del pensiero che si corregge: una frase inizia in una direzione e ne prende un&#8217;altra, un ricordo ne attiva un altro, un&#8217;associazione porta lontano dal punto di partenza. Questa tecnica, che deve qualcosa a <strong>Joyce<\/strong> e a <strong>Beckett<\/strong>, ma che B\u00f6ll usa con una concretezza tutta sua, produce un effetto di intimit\u00e0 con il personaggio che \u00e8 raro nella letteratura tedesca del dopoguerra, tradizionalmente pi\u00f9 incline all&#8217;allegoria e alla struttura simbolica che al realismo psicologico.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il finale del romanzo \u00e8 tra i pi\u00f9 memorabili della letteratura europea del Novecento. Hans, con la faccia truccata da clown e la chitarra, siede sui gradini della stazione di Bonn ad aspettare il treno su cui arriver\u00e0 Z\u00fcpfner e forse Marie. Non fa niente. Aspetta. L&#8217;immagine finale, il clown seduto, immobile, con la scodella davanti a s\u00e9 per le monete, \u00e8 un&#8217;icona di solitudine che condensa tutto il romanzo in un gesto solo: l&#8217;artista ridotto all&#8217;elemosina, <strong>l&#8217;uomo che ha rifiutato di mentire ridotto a mendicare l&#8217;attenzione, la verit\u00e0 che non trova pi\u00f9 nessuno disposto a pagarla il suo giusto prezzo<\/strong>. \u00c8 un finale che non consola e non conclude, \u00e8 aperto come la vita reale \u00e8 aperta, irrisolto come le domande che il romanzo pone sono irrisolte.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Opinioni di un clown<\/em>\u00a0\u00e8 un romanzo che per certi versi ha perso la propria attualit\u00e0, per altri no. Ha perso quella immediata, contingente: la Germania adenauriana \u00e8 finita, la Guerra Fredda \u00e8 finita, i circoli cattolici del tipo descritto da B\u00f6ll sono un reperto storico. Ma ha conservato quella strutturale, quella che appartiene non a un momento specifico ma a una condizione permanente: la condizione di chi non riesce o non vuole adattarsi, di chi vede troppo chiaramente per poter fingere di non vedere, di chi paga il prezzo della propria intransigenza morale con la solitudine e la marginalizzazione. In questo senso Hans Schnier \u00e8 un personaggio che attraversa le epoche, \u00e8 riconoscibile nella Germania del 1963 come nell&#8217;Italia del 2026, nelle democrazie liberali come nelle societ\u00e0 illiberali, ovunque esista la pressione silenziosa e costante a conformarsi, ad abbassare la voce, a fare pace con ci\u00f2 che si sa essere falso.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">B\u00f6ll mor\u00ec nel 1985, a sessantasette anni, dopo aver continuato fino alla fine a essere una voce scomoda nella Germania che si riarmava, nella Germania del terrorismo della Frazione dell&#8217;Armata Rossa che egli difese con una lettera pubblica nel 1972 nel diritto a un processo equo, suscitando uno scandalo che dice molto su quanto poco la Germania avesse davvero imparato dalla storia. Era rimasto un clown nel senso pi\u00f9 nobile del termine: uno che non smette di dire la verit\u00e0 anche quando sarebbe pi\u00f9 conveniente tacere, uno che accetta di sembrare ridicolo piuttosto che diventare rispettabile a qualunque prezzo.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Heinrich B\u00f6ll, 1963 C&#8217;\u00e8 un tipo di romanzo che funziona come uno specchio deformante: prende la 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