{"id":35179,"date":"2026-03-31T17:54:52","date_gmt":"2026-03-31T15:54:52","guid":{"rendered":"https:\/\/www.reflections.it\/wordpress\/?p=35179"},"modified":"2026-03-31T17:54:53","modified_gmt":"2026-03-31T15:54:53","slug":"il-deserto-dei-tartari","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.reflections.it\/wordpress\/il-deserto-dei-tartari\/","title":{"rendered":"Il deserto dei Tartari"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\">di Dino Buzzati, Mondadori 1940<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">C&#8217;\u00e8 un momento nella vita in cui ci si accorge di aver aspettato qualcosa senza saperlo. Non un evento preciso, non una persona, ma qualcosa di pi\u00f9 vasto e inafferrabile, qualcosa che somiglia all&#8217;orizzonte, irraggiungibile per definizione. \u00c8 intorno a questa vertigine che <strong>Dino Buzzati<\/strong> costruisce il suo romanzo pi\u00f9 celebre,\u00a0<em>Il deserto dei Tartari,<\/em> pubblicato da Mondadori nel 1940, e rimasto da allora uno dei libri pi\u00f9 inquietanti e necessari della letteratura italiana del Novecento. Necessari nel senso pi\u00f9 scomodo del termine: non perch\u00e9 consolino, ma perch\u00e9 nominano qualcosa che la coscienza preferisce tenere nell&#8217;ombra.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image alignleft size-full is-resized\"><a href=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.reflections.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/03\/Il-deserto-dei-Tartari.jpg?ssl=1\"><img data-recalc-dims=\"1\" fetchpriority=\"high\" decoding=\"async\" width=\"391\" height=\"600\" data-attachment-id=\"35181\" data-permalink=\"https:\/\/www.reflections.it\/wordpress\/il-deserto-dei-tartari\/il-deserto-dei-tartari-2\/\" data-orig-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.reflections.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/03\/Il-deserto-dei-Tartari.jpg?fit=391%2C600&amp;ssl=1\" data-orig-size=\"391,600\" data-comments-opened=\"1\" data-image-meta=\"{&quot;orientation&quot;:&quot;1&quot;}\" data-image-title=\"Il deserto dei Tartari\" data-image-description=\"\" data-image-caption=\"\" data-large-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.reflections.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/03\/Il-deserto-dei-Tartari.jpg?fit=391%2C600&amp;ssl=1\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.reflections.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/03\/Il-deserto-dei-Tartari.jpg?resize=391%2C600&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-35181\" style=\"width:429px;height:auto\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.reflections.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/03\/Il-deserto-dei-Tartari.jpg?w=391&amp;ssl=1 391w, https:\/\/i0.wp.com\/www.reflections.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/03\/Il-deserto-dei-Tartari.jpg?resize=196%2C300&amp;ssl=1 196w\" sizes=\"(max-width: 391px) 100vw, 391px\" \/><\/a><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Buzzati nasce a San Pellegrino di Belluno nel 1906, in una famiglia borghese dell&#8217;alta Italia, e trascorre quasi tutta la sua vita professionale al Corriere della Sera, dove entra giovanissimo e dove rimane fino alla morte, nel 1972. Questo dato biografico non \u00e8 marginale: il giornalismo, con la sua disciplina del quotidiano, penetra in maniera capillare nella sua prosa. Buzzati \u00e8 un narratore che sa costruire la suspense del nulla, che conosce l&#8217;arte di far aspettare il lettore sapendo gi\u00e0 che non arriver\u00e0 niente, o quasi niente. Ha scritto racconti fantastici, ha dipinto quadri surreali di grande intensit\u00e0, ha scritto per il teatro e per l&#8217;opera. Ma \u00e8 con\u00a0<em>Il deserto dei Tartari<\/em>\u00a0che raggiunge la piena maturit\u00e0 espressiva, e lo fa con un libro che, curiosamente, egli stesso considerava minore, scritto quasi di getto nelle notti trascorse di guardia ai torchi del giornale.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Giovanni Drogo \u00e8 un giovane ufficiale appena uscito dall&#8217;accademia militare. Viene assegnato alla Fortezza Bastiani, una remota fortezza militare ai confini settentrionali del regno, che sorveglia un immenso deserto pietroso da cui, secondo la tradizione, potrebbe un giorno arrivare il nemico: i Tartari, appunto, entit\u00e0 leggendaria che nessuno ha mai visto e la cui minaccia \u00e8 tanto vaga quanto assoluta. Drogo arriva alla fortezza con l&#8217;intenzione di rimanerci poco, di chiedere il trasferimento, di tornare alla citt\u00e0, agli amici, alla vita normale. Ma non lo fa. Aspetta. Aspetta che accada qualcosa. E intanto gli anni passano, dapprima impercettibilmente, poi con una velocit\u00e0 che stordisce. I suoi colleghi invecchiano o muoiono, cos\u00ec come sua madre; le amicizie si dissolvono, e lui \u00e8 ancora l\u00ec, ad aspettare quei Tartari che non arrivano mai.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La struttura del romanzo, apparentemente semplice, \u00e8 un meccanismo di precisione svizzera in cui ogni ingranaggio \u00e8 calibrato per produrre un effetto preciso: la dilatazione del tempo, la paralisi della volont\u00e0, l&#8217;autoinganno come forma di sopravvivenza psichica. Buzzati non \u00e8 un moralista, non condanna mai il suo protagonista, non lo irride. Lo osserva con una piet\u00e0 silenziosa e lucidissima, quella di chi riconosce nel protagonista qualcosa di universale. Drogo non \u00e8 un vigliacco n\u00e9 un sognatore velleitario: \u00e8 un uomo come tanti, che si consola con l&#8217;attesa, che trasforma il rinvio in una forma di speranza, che preferisce il possibile al reale perch\u00e9 il reale \u00e8 sempre meno del possibile. L&#8217;attesa diventa cos\u00ec il suo vizio e la sua ragione di vivere, il suo rifugio e la sua prigione.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il confronto con <strong>Kafka<\/strong> \u00e8 inevitabile e, in parte, fuorviante. Inevitabile perch\u00e9 la Fortezza Bastiani somiglia a certi edifici kafkiani (il Castello, il Tribunale de\u00a0<em>Il processo<\/em>) in cui la burocrazia diventa metafora dell&#8217;assurdo esistenziale, in cui le regole sembrano avere una logica interna perfetta e insieme insensata. Ma Buzzati non condivide con Kafka la vena onirica pi\u00f9 aggressiva, l&#8217;angoscia pi\u00f9 bruciante. La sua prosa \u00e8 limpida, quasi classica nella costruzione sintattica, e il fantastico che vi abita \u00e8 di natura diversa: non la metamorfosi improvvisa, non l&#8217;irruzione del mostruoso, ma il lento scivolamento del tempo, la desertificazione dell&#8217;esistenza. Se Kafka fotografa il terrore, Buzzati fotografa la malinconia e la malinconia, come sapeva bene un grande come Giacomo Leopardi, \u00e8 spesso pi\u00f9 insostenibile del terrore.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il paragone leopardiano non \u00e8 capriccioso. C&#8217;\u00e8 nel romanzo di Buzzati una sensibilit\u00e0 che appartiene alla grande tradizione italiana del pensiero sulla vanit\u00e0 e sul tempo \u2014 da <strong>Leopardi<\/strong> appunto, al <strong>Tomasi di Lampedusa<\/strong> del\u00a0<em>Gattopardo<\/em>, scritto quasi nello stesso periodo ma pubblicato postumo nel 1958. <strong>Come il principe Salina, Drogo assiste all&#8217;erosione del mondo intorno a s\u00e9 senza riuscire a uscirne, ma laddove Salina \u00e8 consapevole e rassegnato con la dignit\u00e0 del cinismo aristocratico, Drogo \u00e8 ingenuo fino alla fine, e la sua ingenuit\u00e0 \u00e8 la vera tragedia del libro<\/strong>. Drogo continua a credere. Continua ad aspettare. E questo credere ostinato e cieco \u00e8 insieme commovente e devastante.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Buzzati scrive in un momento storico preciso: l&#8217;Italia \u00e8 alle soglie della Seconda Guerra Mondiale, e il romanzo viene pubblicato nell&#8217;anno in cui l&#8217;Italia entra in guerra. Sarebbe per\u00f2 ingenuo ridurre\u00a0<em>Il deserto dei Tartari<\/em>\u00a0a un&#8217;allegoria politica, a un commento sulla giovent\u00f9 sacrificata al militarismo fascista. Buzzati stesso ha sempre resistito a letture troppo militanti. Il romanzo funziona a un livello pi\u00f9 profondo e pi\u00f9 universale: parla dell&#8217;attesa come condizione antropologica, dell&#8217;incapacit\u00e0 umana di vivere nel presente, di <strong>quella peculiare forma di suicidio silenzioso che consiste nel rimandare la propria vita a un futuro che non arriver\u00e0 mai<\/strong> o arriver\u00e0, come accade a Drogo, quando \u00e8 troppo tardi per goderne.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00c8 significativo che i Tartari arrivino davvero, alla fine, ma che Drogo venga rimandato in citt\u00e0 proprio quando il nemico si materializza all&#8217;orizzonte. Il momento atteso per una vita intera coincide con la sua esclusione definitiva dall&#8217;evento. C&#8217;\u00e8 in questa ironia strutturale qualcosa che fa pensare a Beckett \u2014 a Vladimiro ed Estragone che aspettano Godot sapendo che non arriver\u00e0, e che invece, nel romanzo di Buzzati, arriva, ma sempre fuori tempo. L&#8217;assurdo di Buzzati non \u00e8 quello metafisico di Camus n\u00e9 quello comico-tragico di Beckett: \u00e8 un assurdo quieto, domestico quasi, che si insinua nei meccanismi ordinari della vita e li svuota dall&#8217;interno.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La Fortezza Bastiani con le sue mura, i suoi rituali, le sue gerarchie immutabili, le sue notti silenziose sotto le stelle, esercita un fascino irresistibile sui soldati che vi risiedono. Non \u00e8 un luogo sinistro, \u00e8 anzi di una bellezza severa, quasi ascetica, ma \u00e8 un luogo che fagocita, che assorbe le esistenze. In questo senso il romanzo pu\u00f2 essere letto anche come una meditazione sull&#8217;istituzione totale in senso quasi goffmaniano, per quanto <strong><a href=\"https:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/Erving_Goffman\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">Goffman<\/a><\/strong> scrivesse vent&#8217;anni dopo, sulla capacit\u00e0 delle strutture chiuse di ridefinire il s\u00e9 fino a renderlo irriconoscibile. Drogo non sa pi\u00f9 chi sarebbe al di fuori della fortezza e questa ignoranza, che egli copre con la promessa perpetua del trasferimento imminente, \u00e8 la sua condanna.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La prosa di Buzzati in questo romanzo merita un discorso a parte. \u00c8 una prosa che si potrebbe definire limpidamente allucinata. Limpida nella sintassi, nella punteggiatura, nella costruzione delle scene. Allucinata nei contenuti, nei tempi, nella gestione delle ellissi temporali con cui interi anni vengono bruciati in pochi capoversi. Buzzati sa usare il silenzio narrativo come pochi altri nella letteratura italiana del Novecento, forse soltanto Calvino, in certe pagine delle\u00a0<em>Cosmicomiche<\/em>\u00a0o de\u00a0<em>Il sentiero dei nidi di ragno<\/em>, raggiunge una simile essenzialit\u00e0 inquieta. C&#8217;\u00e8 per\u00f2 in Buzzati una malinconia di fondo che Calvino non ha, o che si \u00e8 presto preoccupato di esorcizzare con l&#8217;ironia.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Tra le pagine pi\u00f9 straordinarie del romanzo ci sono quelle in cui il tempo accelera: i capitoli centrali, in cui gli anni di Drogo alla Fortezza si moltiplicano senza che il narratore si fermi a spiegarli, producono nel lettore un effetto di vertigine che \u00e8 anche fisiologico. Si ha la sensazione fisica di cadere, di perdere il controllo sul calendario, di uscire dalla lettura invecchiati. Pochi romanzi riescono a fare questo, a modificare la percezione del tempo del lettore, non solo del personaggio. In questo Buzzati anticipa certe sperimentazioni della letteratura francese degli anni Sessanta, senza per\u00f2 mai abbandonare la chiarezza espositiva che \u00e8 il suo marchio stilistico. Il tempo \u00e8 un altro fondamentale protagonista del romanzo, costante filosofica che annienta l&#8217;essere umano e lo schiaccia nella sua forma mortale.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il finale del romanzo \u00e8 di una bellezza lacerante. Drogo, vecchio e malato, viene trasportato in una citt\u00e0 sconosciuta per morire. Solo, in una stanza d&#8217;albergo, nella notte, riesce finalmente a trovare qualcosa che assomiglia alla pace. Non la vittoria, non i Tartari, non il riscatto ma la dignit\u00e0 silenziosa di chi affronta l&#8217;ultimo buio senza tremare. \u00c8 uno di quei finali che si leggono trattenendo il respiro, e che si portano con s\u00e9 per anni. Buzzati non concede la redenzione, ma concede qualcosa di pi\u00f9 discreto e forse pi\u00f9 prezioso: la possibilit\u00e0 di morire felici dopo aver vissuto nell&#8217;attesa invece che nella vita. Quello che nasconde questo libro \u00e8 che la fortezza siamo noi. Che il deserto \u00e8 il tempo. E che i Tartari, quei nemici attesi e mai arrivati, sono forse soltanto il nome che diamo alla vita che non abbiamo mai vissuto.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Dino Buzzati, Mondadori 1940 C&#8217;\u00e8 un momento nella vita in cui ci si accorge di aver aspettato<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":35180,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_feature_clip_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_post_was_ever_published":false},"categories":[14],"tags":[1242,1218,1202,1200,1199,1220],"class_list":["post-35179","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-libri-recensioni-novita","tag-dino-buzzati","tag-grandi-classici","tag-libri-consigliati","tag-narrativa-italiana","tag-recensione-libro","tag-romanzo"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.6 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Il deserto dei Tartari - Reflections<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Il deserto dei Tartari \u00e8 un romanzo di Dino Buzzati. 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