{"id":35088,"date":"2026-03-21T21:36:42","date_gmt":"2026-03-21T20:36:42","guid":{"rendered":"https:\/\/www.reflections.it\/wordpress\/?p=35088"},"modified":"2026-03-21T21:45:39","modified_gmt":"2026-03-21T20:45:39","slug":"il-barone-rampante","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.reflections.it\/wordpress\/il-barone-rampante\/","title":{"rendered":"Il barone rampante"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\">di Italo Calvino, 1957<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Il barone rampante<\/em>\u00a0di <strong>Italo Calvino<\/strong> \u00e8 uno di quei libri che si leggono due volte: la prima per il piacere della favola, la seconda con la consapevolezza inquietante che quella favola non racconta nient&#8217;altro che noi. Pubblicato nel 1957 come secondo pannello della trilogia araldica, tra\u00a0<em>Il visconte dimezzato<\/em>\u00a0(1952) e\u00a0<em>Il cavaliere inesistente<\/em>\u00a0(1959), il romanzo compie un&#8217;operazione che, a distanza di quasi settant&#8217;anni, non ha perso un grammo della sua precisione: <strong>trasformare un gesto infantile e assurdo in una meditazione filosofica sull&#8217;esistenza<\/strong>, sull&#8217;impegno civile e sulla solitudine come condizione non gi\u00e0 tragica ma costitutiva dell&#8217;essere umano.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image alignleft size-full\"><a href=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.reflections.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/03\/Il-barone-rampante.jpg?ssl=1\"><img data-recalc-dims=\"1\" fetchpriority=\"high\" decoding=\"async\" width=\"380\" height=\"600\" data-attachment-id=\"35089\" data-permalink=\"https:\/\/www.reflections.it\/wordpress\/il-barone-rampante\/il-barone-rampante\/\" data-orig-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.reflections.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/03\/Il-barone-rampante.jpg?fit=380%2C600&amp;ssl=1\" data-orig-size=\"380,600\" data-comments-opened=\"1\" data-image-meta=\"{&quot;orientation&quot;:&quot;1&quot;}\" data-image-title=\"Il barone rampante\" data-image-description=\"\" data-image-caption=\"\" data-large-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.reflections.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/03\/Il-barone-rampante.jpg?fit=380%2C600&amp;ssl=1\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.reflections.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/03\/Il-barone-rampante.jpg?resize=380%2C600&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-35089\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.reflections.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/03\/Il-barone-rampante.jpg?w=380&amp;ssl=1 380w, https:\/\/i0.wp.com\/www.reflections.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/03\/Il-barone-rampante.jpg?resize=190%2C300&amp;ssl=1 190w\" sizes=\"(max-width: 380px) 100vw, 380px\" \/><\/a><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La storia, narrata in prima persona dal fratello minore Biagio di Rond\u00f2, \u00e8 celebre nella sua semplicit\u00e0: il dodicenne Cosimo Piovasco di Rond\u00f2, il 15 giugno 1767, si rifiuta di mangiare la zuppa di lumache servita dalla sorella Battista e sale su un albero nel giardino di casa, nella Liguria immaginaria di Ombrosa. Da quell&#8217;albero non scender\u00e0 mai pi\u00f9. Vivr\u00e0 sugli alberi, amer\u00e0 sugli alberi, parteciper\u00e0 alle rivoluzioni del suo tempo sugli alberi, e sugli alberi morir\u00e0, o meglio, sparir\u00e0, aggrappandosi alla corda di un pallone aerostatico come un personaggio che sceglie la propria uscita di scena con la stessa ostinata eleganza con cui aveva scelto il proprio ingresso. Calvino costruisce questa parabola con una leggerezza che non \u00e8 mai superficialit\u00e0: \u00e8, per usare le parole dello stesso autore nella sua celebre lezione americana, <strong>una\u00a0<em>l\u00e9g\u00e8ret\u00e9<\/em>\u00a0che consente di sollevarsi al di sopra del peso del mondo senza negarne l&#8217;esistenza<\/strong>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il punto di partenza intellettuale del libro \u00e8 l&#8217;Illuminismo, che al momento della composizione Calvino studia e traduce entusiasticamente: siamo negli anni in cui lavora all&#8217;antologia\u00a0<em>Fiabe italiane<\/em>\u00a0e frequenta i circoli intellettuali torinesi della casa editrice Einaudi. Il XVIII secolo \u00e8 lo sfondo storico del romanzo, e <strong>Voltaire<\/strong>, <strong>Rousseau<\/strong>, <strong>Diderot<\/strong> non sono soltanto citazioni d&#8217;arredo: sono interlocutori viventi. Cosimo incontra persino un personaggio che potrebbe essere Voltaire in persona, e corrisponde idealmente con i grandi filosofi del tempo. La biblioteca che costruisce sugli alberi, le conversazioni con i briganti spagnoli, la partecipazione alla Rivoluzione francese letta dai rami di un bosco provenzale: <strong>tutto rimanda a una fiducia nella ragione e nella possibilit\u00e0 di riformare il mondo che \u00e8 autenticamente illuminista<\/strong>. Eppure Calvino non \u00e8 mai un illustratore ingenuo di idee: come <strong>Voltaire<\/strong> nel\u00a0<em>Candid<\/em>o\u00a0usa la formula del racconto avventuroso per smontare l&#8217;ottimismo leibniziano, cos\u00ec Calvino usa la fiaba per interrogare i limiti stessi dell&#8217;ideale illuminista. Cosimo \u00e8 un philosophe che non ha mai messo piede, letteralmente, tra gli uomini che vorrebbe migliorare.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00c8 qui che si annida la tensione pi\u00f9 profonda del romanzo, quella che lo rende qualcosa di molto pi\u00f9 complesso di un&#8217;allegoria politica. Cosimo sceglie la separazione come metodo di conoscenza e come forma di coerenza etica: <strong>stare sugli alberi gli permette di vedere il mondo dall&#8217;alto, di non esserne contaminato, di mantenersi fedele a un principio che nemmeno lui sa definire con esattezza ma che sente come irrinunciabile<\/strong>. Questo lo avvicina straordinariamente a certi protagonisti della grande letteratura europea dell&#8217;Ottocento (non a caso Calvino era lettore appassionato di <strong>Stendhal<\/strong>) nei quali la purezza del carattere si paga con l&#8217;inadeguatezza alla vita pratica. Ma c&#8217;\u00e8 una differenza fondamentale: mentre Julien Sorel o Fabrice del Dongo sono personaggi tragici perch\u00e9 soccombono alla societ\u00e0 che li rifiuta o li corrompe, Cosimo non soccombe. La sua \u00e8 una vittoria, anche se una vittoria strana, obliqua, impossibile da misurare con i criteri ordinari del successo. Egli non cambia il mondo, ma non viene nemmeno cambiato da esso; e forse, suggerisce Calvino, questa \u00e8 gi\u00e0 una forma di grandezza.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il rapporto con la figura rousseauiana del ritorno alla natura \u00e8 ugualmente ambivalente. A prima vista Cosimo potrebbe sembrare il buon selvaggio che sceglie di vivere tra i rami come antitesi alla corruzione della civilt\u00e0. Ma Calvino \u00e8 troppo acuto per cadere in questa trappola. Cosimo non abbandona affatto la cultura: la pratica ossessivamente, divora libri, studia il diritto, progetta utopie politiche, scrive petizioni, organizza i suoi concittadini contro gli incendi boschivi. <strong>La natura non \u00e8 per lui un rifugio romantico ma uno spazio operativo, una posizione da cui agire nel mondo mantenendo intatta la propria singolarit\u00e0<\/strong>. C&#8217;\u00e8 in questo qualcosa che rimanda gi\u00e0 al Calvino pi\u00f9 maturo delle\u00a0<em>Cosmicomiche<\/em>\u00a0e di\u00a0<em>Le citt\u00e0 invisibili<\/em>: la convinzione che la distanza non sia alienazione, ma la condizione necessaria per una visione pi\u00f9 lucida e pi\u00f9 onesta.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La scrittura, in questo senso, \u00e8 perfettamente adeguata al progetto. Calvino adotta uno stile che deve tutto alla tradizione del racconto settecentesco (<strong>Voltaire<\/strong> ancora, ma anche <strong>Sterne<\/strong> e il romanzo epistolare inglese, e lo piega a una tensione ironica che \u00e8 la sua cifra pi\u00f9 riconoscibile. La voce narrante di Biagio \u00e8 quella di un testimone affettuoso e un po&#8217; smarrito, che guarda il fratello con ammirazione e con la consapevolezza di non poterlo seguire. Questo doppio sguardo, il narratore ancorato alla terra che racconta il fratello che vola, crea una prospettiva binoculare che consente al romanzo di tenere insieme l&#8217;utopia e la critica, l&#8217;entusiasmo e la malinconia. Biagio \u00e8 quello che Cosimo non \u00e8, e viceversa: due modi di abitare il mondo che si guardano e non si capiscono del tutto, pur amandosi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La storia d&#8217;amore con Viola, la giovane nobildonna che da bambina giocava con Cosimo e che da adulta torna ad amarlo, \u00e8 forse la parte pi\u00f9 bella e pi\u00f9 dolorosa del romanzo. Viola \u00e8 l&#8217;unica persona che sembri davvero capire Cosimo, o perlomeno che lo scelga con piena consapevolezza. Ma l&#8217;amore tra loro \u00e8 strutturalmente impossibile non per ragioni sociali o drammatiche nel senso convenzionale: \u00e8 impossibile perch\u00e9 Cosimo non pu\u00f2 scendere e Viola non pu\u00f2 salire. Calvino non concede il consolatorio lieto fine romantico, ma non cade nemmeno nel patetico: la separazione di Cosimo e Viola \u00e8 resa con una sobriet\u00e0 che la rende ancora pi\u00f9 commovente, perch\u00e9 suggerisce che certi destini sono scelti e pagati, non subiti. C&#8217;\u00e8 qui qualcosa della lezione chekhoviana, di quella capacit\u00e0 di mostrare il dolore senza sottolinearlo, di lasciare che le cose si dicano da s\u00e9 nel bianco tra una scena e l&#8217;altra.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Sul piano allegorico,\u00a0<em>Il barone rampante<\/em>\u00a0\u00e8 stato letto come una riflessione sull&#8217;intellettuale e il suo rapporto con la politica. Il 1957 \u00e8 un anno cruciale per la sinistra italiana: pochi mesi prima, il XX congresso del Partito Comunista Sovietico e la repressione dell&#8217;insurrezione ungherese avevano aperto una crisi profonda nella quale Calvino stesso era implicato, avendo lasciato il PCI nel 1957 proprio in risposta a quegli eventi. Cosimo, che partecipa alla Rivoluzione francese da lontano, che sostiene le idee rivoluzionarie senza identificarsi con nessuna fazione, che mantiene la propria autonomia di giudizio a costo dell&#8217;isolamento, \u00e8 inevitabilmente anche il ritratto di una certa posizione dell&#8217;intellettuale di fronte alla storia. Ma Calvino \u00e8 troppo sottile per ridurre il libro a un pamphlet autobiografico: Cosimo \u00e8 un&#8217;iperbole, non un alter ego. La sua scelta \u00e8 portata a un&#8217;estremit\u00e0 logica che svela, per esagerazione, le contraddizioni interne di qualunque impegno che voglia essere al tempo stesso autentico e utile.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">C&#8217;\u00e8 infine una dimensione del romanzo che la critica ha forse meno indagato, ed \u00e8 quella esistenzialista. Calvino non \u00e8 un pensatore sistematico e non richiede letture in chiave filosofica stretta, ma \u00e8 difficile non avvertire, nelle pagine di\u00a0<em>Il barone rampante<\/em>, una risonanza con certe domande sartreane sull&#8217;autenticit\u00e0 e la libert\u00e0. Cosimo sceglie e la scelta, in Sartre, \u00e8 sempre terribile perch\u00e9 irrevocabile e priva di garanzie esterne. Nessuno gli ha detto che deve stare sugli alberi; nessun principio trascendente lo sostiene; la sua \u00e8 una libert\u00e0 nuda, che deve giustificarsi da sola ad ogni istante. La coerenza di Cosimo \u00e8 eroica precisamente perch\u00e9 non si appoggia a nulla di esterno: \u00e8 una fedelt\u00e0 a s\u00e9 stesso che non trova conforto n\u00e9 nella religione n\u00e9 nella tradizione n\u00e9 nell&#8217;approvazione sociale. In questo senso il barone rampante \u00e8 un personaggio moderno fino in fondo, un personaggio del dopoguerra travestito da nobiluomo del Settecento.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Pi\u00f9 di sessant&#8217;anni dopo la sua pubblicazione,\u00a0<em>Il barone rampante<\/em>\u00a0continua a fare ci\u00f2 che i grandi romanzi fanno: pone domande che non scadono. Come si abita il mondo senza esserne sopraffatti? \u00c8 possibile restare fedeli a un principio senza trasformarlo in ideologia? L&#8217;isolamento \u00e8 sempre sconfitta o pu\u00f2 essere, in certi casi, la forma pi\u00f9 alta di presenza? Calvino non risponde, e ha ragione a non farlo. Costruisce invece uno spazio narrativo in cui queste domande possono esistere nella loro pienezza, sorvegliate da una prosa che \u00e8 tra le pi\u00f9 belle del Novecento italiano: precisa, musicale, capace di fare della leggerezza non una fuga dal reale, ma il modo pi\u00f9 diretto e pi\u00f9 onesto di guardarlo in faccia.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Italo Calvino, 1957 Il barone rampante\u00a0di Italo Calvino \u00e8 uno di quei libri che si leggono 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