{"id":21754,"date":"2005-04-14T22:12:35","date_gmt":"2005-04-14T20:12:35","guid":{"rendered":"http:\/\/www.reflections.it\/wordpress\/?p=21754"},"modified":"2025-12-23T10:07:30","modified_gmt":"2025-12-23T09:07:30","slug":"e-ridendo-luccise","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.reflections.it\/wordpress\/e-ridendo-luccise\/","title":{"rendered":"E ridendo l&#8217;uccise"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il Rinascimento raccontato da un buffone di corte: dai suoi occhi pi\u00f9 che dalle sue parole. Perch\u00e9 le parole possono troppo sintetizzare, a volte ingannano, spesso sfiorano il rischio didascalico, pericolosamente in un film storico. Ma che accade se pi\u00f9 delle parole a contare sono i quadri d&#8217;ambiente, i volti e i gesti? Florestano Vancini a questo ha tentato di rispondere nel suo\u00a0<em>\u2026E ridendo l&#8217;uccise<\/em>\u00a0(interpretato quasi solo da giovani attori, girato tra Tivoli e i boschi jugoslavi, con le musiche di Morricone e la fotografia di Maurizio Calvesi) che ci fa indietreggiare sino al &#8216;500 ferrarese, sin dentro la corte estense, all&#8217;indomani della morte di Ercole I e in piena faida tra fratelli ma anche fuori dalla corte, di l\u00e0 del sontuoso Palazzo Ducale e tra la plebe. Insomma l\u00ec dove batteva l&#8217;altro cuore dell&#8217;epoca: quello fetido e misero che soffocava un po&#8217; ogni giorno appena a un passo dal cuore fulgido delle corti rinascimentali. Vancini, che avr\u00e0 ottanta anni nel 2006, ce ne ha messi venti per tradurre in film un&#8217;idea accarezzata a lungo e venticinque per tornare a quel cinema abbandonato ai tempi de\u00a0<em>La baraonda<\/em>\u00a0e al quale pensava di avere detto addio una volta per tutte \u00abPerch\u00e9 ero esausto, non ne potevo pi\u00f9 di inseguire produttori che avevano paura di produrre i miei film e mi ero rassegnato all&#8217;idea di non girarne pi\u00f9\u00bb..<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00abD&#8217;altra parte &#8211; continua il regista &#8211; anche questo film, dopo aver trovato in Renata Ranieri e Ugo Tucci dei produttori coraggiosi, \u00e8 stato rifiutato per ben due volte dalla Commissione che avrebbe dovuto riconoscerne l&#8217;interesse culturale nazionale. E credo che sar\u00e0 davvero il mio ultimo film\u00bb. Sar\u00e0 per questo che lo ha voluto fortissimamente, dopo averlo pensato per un quarto di secolo. O sar\u00e0 che lui, che la sua Ferrara se l&#8217;\u00e8 sempre portata dietro, era l\u00ec che alla fine voleva tornare: per un omaggio o foss&#8217;anche per un addio. Cos\u00ec questo film celebra un doppio ritorno, al cinema e alla sua citt\u00e0, ma celebra anche un&#8217;idea. Accanita. Un&#8217;idea a lui sempre cara: il sogno di un cinema che sa guardare oltre il proprio naso. O, che \u00e8 la stessa cosa, di un presente che sa leggere nel proprio passato e trattarlo per ci\u00f2 che vale: \u00abI francesi, gli inglesi per parlare solo dei nostri vicini di casa sanno guardare alla loro storia, sanno costruire un cinema celebrando un passato. Noi no, il nostro attuale cinema \u00e8 tutto concentrato sul presente, chiuso nel racconto di rapporti personali, chiuso dentro le case, incapace di guardarsi alle spalle. Mentre io vorrei che lo spettatore di oggi sposti la propria attenzione anche su qualcosa che non lo riguarda da vicino, che non ha solo a che fare con la propria quotidianit\u00e0\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">E cos\u00ec il veterano Vancini combatte la sua battaglia. Cos\u00ec trovando il modo di narrarci non solo come un fratello era capace di far cavare gli occhi a un altro fratello, non solo come brillava la corte estense e il suo duca anche quando dal suo balcone assisteva compiaciuto alla decapitazione e poi allo squartamento dei condannati, a colpi di mannaia, pezzo per pezzo, con impeccabile metodo, non solo come tutto questo ingoiava e registrava lo sguardo di illuminati uomini di corte come Ludovico Ariosto ma anche come il popolo guardava, come subiva le prepotenze dei signori, come viveva o meglio come sopravviveva. Senza troppo inventare e attingendo da una serie di diari pubblicati nel secondo Ottocento che rimandano dettagli di spicciola cronaca della vita quotidiana dei sudditi, mentre da un libro del 1932 di Riccardo Bacchelli,\u00a0<em>La congiura di Don Giulio D&#8217;Este<\/em>, ha tratto un abbozzo della storia, e da un sonetto di Antonio Cammelli, detto &#8220;il Pistoia&#8221;, ha tirato fuori lo sguardo che guida, la figura (questa davvero inventata) del buffone di corte, sempre in bilico tra il dentro e il fuori, i potenti e i miseri, coscienza critica e autocoscienza dei tempi, che qui \u00e8 ben interpretato da Manlio Dov\u00ec e che al film d\u00e0 il titolo, la chiusa e il senso ultimo. Disperato ma non solo. Perch\u00e9 anche dall&#8217;infamia nascono splendori, cos\u00ec come \u00e8 vero il contrario. E la morte \u00e8 un passaggio, come il passato che bisogna sfogliare continuamente.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">di Silvia Di Paola<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il Rinascimento raccontato da un buffone di corte: dai suoi occhi pi\u00f9 che dalle sue parole. 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