di Franz Kafka, 1925
C’è un momento, quasi all’inizio de Il processo, in cui Josef K., svegliatosi la mattina del suo trentesimo compleanno, si trova due sconosciuti in camera che gli comunicano il suo arresto senza mai specificarne il motivo. Nessuno gli mette le manette, nessuno lo trascina in cella: può andare al lavoro come ogni giorno, può continuare a vivere. Eppure da quel momento la sua esistenza si piega attorno a un processo di cui non conoscerà mai né l’accusa né il tribunale competente, né tantomeno un modo per difendersi efficacemente. È da questa apertura, insieme banale e mostruosa, che Kafka costruisce uno dei romanzi più inquietanti e influenti del Novecento, un testo che ha finito per prestare il proprio aggettivo, “kafkiano”, a ogni situazione in cui l’individuo si scontra con un potere insondabile e privo di logica.

La trama, per quanto un romanzo del genere resista a ogni sintesi rassicurante, segue Josef K. (il suo cognome è ignoto quanto la sua colpa) procuratore di banca dalla vita ordinata e borghese, mentre tenta di orientarsi in un sistema giudiziario parallelo a quello ufficiale, fatto di soffitte polverose trasformate in aule di tribunale, di avvocati che promettono contatti misteriosi con giudici invisibili, di pittori che vivono di ritratti per magistrati e che spiegano a K. le uniche tre forme di assoluzione possibili, tutte in realtà illusorie: l’assoluzione apparente, il rinvio illimitato, la vera assoluzione, quest’ultima mai vista accadere da nessuno. K. si dibatte, si indigna, cerca alleati, si innamora quasi per disperazione di alcune donne che gravitano attorno al tribunale, e infine, nel capitolo conclusivo, viene prelevato da due uomini in finanziaria e giustiziato in una cava non opponendo quasi resistenza. Tra questi due poli, l’arresto immotivato e l’esecuzione altrettanto immotivata, si dispiega un racconto che procede non per progressione logica ma per accumulo di episodi, ciascuno chiuso in sé, quasi autosufficiente, come se il romanzo fosse costruito a cerchi concentrici attorno a un centro che non si rivela mai.
Vale la pena ricordare che Kafka scrisse Il processo tra il 1914 e il 1915, negli anni della Grande Guerra, mentre lavorava come funzionario assicurativo a Praga, occupandosi in particolare di infortuni sul lavoro: un dettaglio biografico che assume un peso quasi ironico se si pensa a quanto la sua narrativa sia ossessionata da colpe, responsabilità e apparati burocratici che giudicano corpi e vite senza mai renderne conto in modo trasparente. Kafka, ebreo di lingua tedesca in una Praga di lingua ceca sotto l’impero austro-ungarico, viveva già una condizione di estraneità, una identità fuori posto rispetto al contesto che lo circondava. A questo si aggiungeva un rapporto complicatissimo con il padre Hermann, uomo autoritario e commerciante di successo, che Kafka avrebbe più tardi descritto con lucidità impietosa nella Lettera al padre, mai spedita. Non è un caso che tanta critica abbia letto nel tribunale invisibile e onnipotente del romanzo una trasfigurazione di quella autorità paterna mai sfidata apertamente ma interiorizzata come colpa permanente. Nello stesso periodo Kafka viveva anche il tormentato fidanzamento con Felice Bauer, rotto e ripreso più volte, un legame che lui stesso sentiva incompatibile con la propria vocazione di scrittore e che gli provocava sensi di colpa non dissimili, nella loro assurdità soggettiva, da quelli che opprimono Josef K.
Sul piano editoriale, la vicenda del libro è essa stessa quasi kafkiana. L’autore non terminò mai il romanzo in forma definitiva: lasciò diversi capitoli non numerati, alcuni evidentemente incompiuti, altri che lui stesso considerava frammenti da scartare. Poco prima di morire di tubercolosi nel 1924, chiese all’amico e esecutore letterario Max Brod di bruciare tutti i suoi manoscritti inediti, Il processo compreso. Brod, per fortuna della letteratura mondiale e con un tradimento che resta uno dei più fecondi della storia editoriale, disattese quella volontà e pubblicò il romanzo nel 1925, un anno dopo la morte dell’autore, decidendo lui stesso l’ordine dei capitoli e producendo un testo che per decenni è stato letto come definitivo, pur essendo in realtà una ricostruzione editoriale. Solo con l’edizione critica curata da Malcolm Pasley negli anni Novanta si è potuto restituire ai lettori un’idea più fedele dello stato frammentario e aperto in cui Kafka aveva lasciato il manoscritto, con capitoli che oggi sappiamo essere di collocazione incerta. Questo status di opera “non finita per scelta altrui” aggiunge, se possibile, un ulteriore strato di verità al romanzo. Anche il testo stesso, come il suo protagonista, è stato giudicato e sistemato da un’autorità, quella di Brod, che ne ha deciso la forma senza che l’autore potesse difendersi o replicare.
Dal punto di vista stilistico, ciò che colpisce di più leggendo Il processo è la sproporzione fra la scrittura, algida, precisa, quasi notarile, e il contenuto onirico e mostruoso di quanto viene narrato. Kafka non indulge mai in effetti gotici o in un linguaggio che segnali l’orrore: descrive l’assurdo con lo stesso tono pacato con cui un impiegato compilerebbe un rapporto, e proprio in questa discrepanza fra forma burocratica e sostanza incubica risiede buona parte della sua potenza inquietante. Le frasi si allungano in subordinate che imitano il linguaggio giuridico, i dialoghi si fanno cavillosi, quasi processuali essi stessi, mentre lo spazio del romanzo si deforma secondo una logica onirica: un tribunale che occupa i sottotetti di un intero quartiere popolare, corridoi che si moltiplicano, porte che si aprono su scene che non dovrebbero essere lì. La prospettiva narrativa, per lo più aderente al punto di vista di K., non offre mai al lettore un piano di realtà più ampio o più affidabile di quello del protagonista. Si è invischiati insieme a lui, senza vie di fuga interpretative, ed è forse questa la scelta di contenuto più radicale del libro, la rinuncia a qualunque narratore onnisciente che possa rassicurarci spiegandoci cosa sta davvero accadendo.
Al centro del romanzo si trova anche una delle pagine più commentate di tutta la narrativa del Novecento, la parabola Davanti alla legge, raccontata da un sacerdote a K. nell’episodio ambientato in cattedrale: un uomo di campagna attende per tutta la vita davanti a una porta che conduce alla legge, chiedendo continuamente il permesso di entrare a un guardiano che non glielo nega mai apertamente ma che continua a rimandarlo, finché, morente, l’uomo scopre che quella porta era destinata soltanto a lui e che ora sta per essere chiusa per sempre. Questa parabola dentro la parabola condensa il senso dell’intero romanzo e ne moltiplica le letture possibili: teologica, se si pensa a una legge divina inaccessibile all’uomo; politica, se si legge come anticipazione dei totalitarismi che di lì a poco avrebbero trasformato l’arbitrio burocratico in sterminio organizzato; più intimamente esistenziale, se si interpreta come immagine di ogni desiderio umano di accesso a un senso ultimo che si nega proprio nell’attesa che lo cerca.
Ciò che continua a colpire di questo romanzo, quasi un secolo dopo la sua pubblicazione, è la sua capacità di descrivere in anticipo dinamiche che sarebbero diventate quotidiane: la sensazione di essere valutati da algoritmi e procedure di cui non conosciamo i criteri, la colpa diffusa e senza oggetto che accompagna chi si trova di fronte a un modulo da compilare senza sapere per quale scopo, l’assuefazione con cui accettiamo di sottoporci a sistemi di controllo che non comprendiamo davvero. Josef K. non è un eroe e non lo diventa mai: la sua tragedia è proprio quella di continuare a comportarsi da cittadino rispettoso delle regole in un mondo che ha smesso di offrirgli regole comprensibili, di cercare una razionalità dove ormai domina soltanto la forma vuota della razionalità. In questo, forse, sta l’originalità più scomoda del libro: non raccontarci la storia di un innocente perseguitato da un potere ingiusto, ma quella di un uomo che collabora, quasi con zelo, alla propria condanna, convinto fino all’ultimo che basti comportarsi bene per essere trattati bene, e che proprio questa convinzione, più della colpa mai rivelata, sia la vera imputazione che il romanzo muove contro di lui e, per estensione, contro ciascuno dei suoi lettori. Immagine della sovrana ingiustizia che, di lì a poco, si sarebbe compiuta al cospetto del mondo.