Il nuovo horror dell’irlandese Damian McCarthy conquista con la semplicità
Uno dei migliori horror di quest’anno attende il caldo rovente per portarti al cinema. Hokum si presenta non tanto come racconto di fantasmi quanto come un trattato sonoro sulla memoria della materia. Il legno del vecchio hotel irlandese, sede della vicenda, scricchiola, respira, si contrae e ogni suo cigolio sembra portare con sé il peso di decenni di segreti custoditi tra le assi. È una scelta di regia tanto semplice quanto raffinata, e probabilmente rappresenta il contributo più originale: trasformare quell’acustica dal sapore antico in una parte vivente della storia.

Damian McCarthy, che è anche sceneggiatore unico dell’opera, torna dietro la macchina da presa dopo il successo internazionale di Oddity del 2024, consolidando quello che la critica ha ormai riconosciuto come uno stile personale fatto di lentezza, ambientazioni claustrofobiche e un uso quasi ossessivo del folklore celtico come motore drammaturgico. Il film segue uno scrittore horror che si reca in una locanda irlandese per disperdere le ceneri dei genitori, ignaro del fatto che la proprietà sia ritenuta infestata da una strega. La suite nuziale, dove probabilmente i genitori hanno soggiornato per il viaggio di nozze, è da anni chiusa a chiave per eventi infausti che vi si sono verificati (vedi 1408 con John Cusack). Il protagonista, interpretato da Adam Scott, è Ohm Bauman, un romanziere americano di successo alle prese con il blocco creativo che gli impedisce di concludere la sua trilogia di successo. Il suo viaggio verso l’hotel Billberry Woods si trasforma presto in un incubo quando scopre strane dicerie sul luogo mentre attorno a lui si moltiplicano visioni allucinate. Inoltre, la scomparsa di una dipendente dell’hotel lo spinge a un’indagine personale che lo costringerà a introdursi proprio nella stanza maledetta.

Ciò che colpisce, guardando Hokum, è quanto McCarthy sappia costruire tensione partendo dagli oggetti: un orologio che scandisce il tempo con un ticchettio fuori sincrono, una vasca da bagno colma d’acqua stagnante, un vecchio televisore a tubo catodico che sembra trasmettere immagini non solo da un’altra epoca ma proprio da un’altra dimensione. E poi una serie di intagli di cherubini scolpiti nel legno delle pareti, il cui sguardo pare seguire il protagonista in ogni sua mossa. Sono dettagli che, uniti alle scelte scenografiche, costruiscono un’atmosfera capace di generare disagio ben prima che accada qualcosa di apertamente soprannaturale. E in mezzo a questo campionario di inquietudini materiali torna lui, il legno. Le travi che sostengono il soffitto della locanda paiono vive, capaci di dilatarsi e contrarsi con il freddo umido della campagna irlandese, e ogni scricchiolio sembra un respiro trattenuto. Non è un caso che diversi critici abbiano sottolineato come il paesaggio sonoro del film, fatto di gemiti sommessi e lamenti indistinti, contribuisca in modo determinante a costruire la tensione continua che attraversa l’intera opera, con sequenze di apprensione prolungata alternate a jumpscare capaci di colpire lo spettatore anche a una seconda visione.

Al fianco di Scott si muove un cast di supporto interamente irlandese, scelta non casuale per un regista che ha sempre rivendicato la volontà di raccontare storie irlandesi con attori e maestranze del proprio paese: David Wilmot, Peter Coonan, Florence Ordesh, Michael Patric, Will O’Connell, Brendan Conroy e Austin Amelio compongono un gruppo solido, capace di dare corpo e credibilità a un piccolo mondo rurale fatto di sospetti, silenzi e leggende tramandate a bassa voce nei pub di paese. Dietro la macchina da presa lavora il direttore della fotografia Colm Hogan, che restituisce alla Irlanda occidentale una luce plumbea, quasi acquosa, capace di rendere minacciosi persino i paesaggi più suggestivi; il montaggio è firmato da Brian Philip Davis, mentre la colonna sonora porta la firma di Joseph Bishara, compositore già noto agli appassionati di horror per il suo lavoro sul franchise di Insidious e The Conjuring, qui impegnato a costruire un tappeto sonoro fatto di dissonanze sottili più che di stacchi orchestrali plateali. Alla produzione figurano nomi pesanti per un progetto di respiro internazionale che testimonia quanto l’horror irlandese sia ormai diventato un prodotto capace di attrarre capitali e distribuzione globale, con Neon negli Stati Uniti e Black Bear Pictures nel Regno Unito e in Irlanda.

Il film, presentato in anteprima al South by Southwest il 14 marzo 2026 e uscito nelle sale americane il primo maggio dello stesso anno, ha incassato circa ventiquattro milioni di dollari a fronte di un budget di appena cinque, un risultato che conferma la solidità commerciale del cinema horror a basso costo quando sorretto da un’idea intelligente e da un protagonista di qualità. Ma è soprattutto il rapporto tra il film e il territorio in cui è stato girato a rendere Hokum un’opera interessante da un punto di vista antropologico, oltre che cinematografico.
Le riprese si sono svolte interamente in Irlanda, tra il 4 febbraio e il 10 marzo 2025, con base principale nella regione di West Cork. Il fulcro produttivo è stato il West Cork Film Studios di Skibbereen, struttura moderna utilizzata soprattutto per gli interni della locanda, i corridoi stretti, le stanze scarsamente illuminate e tutte quelle sequenze che richiedevano un controllo assoluto della luce e del suono. Per gli esterni e per dare corpo alla fittizia locanda infestata, la produzione ha scelto la storica tenuta di Liss Ard, sulla Castletown Road, i cui terreni sterminati, il maniero georgiano, il celebre giardino del cielo firmato dall’artista James Turrell e il lago privato compaiono in più occasioni sullo schermo, restituendo un senso di isolamento quasi ipnotico. Altre location includono i suggestivi tunnel di Caha, appena fuori Glengarriff, che collegano le contee di Cork e Kerry, e i boschi che circondano Castlefreke, luoghi che il regista, originario proprio di Bantry, conosce da quando provava ad andare in bicicletta senza le rotelle di supporto.

McCarthy ha dichiarato più volte di voler girare tutti i suoi film in West Cork, sostenendo che in quella regione esista una sorta di energia particolare, difficile da ricreare altrove, e ha scelto di costruire la propria carriera restando fedele al proprio territorio piuttosto che accettare proposte di produzioni estere, portando invece attori internazionali a lavorare con troupe locali. Lo stesso Adam Scott, parlando della propria esperienza sul set, ha raccontato quanto la campagna intorno a Skibbereen fosse di una bellezza quasi ipnotica di giorno, per trasformarsi in qualcosa di autenticamente inquietante non appena calava il sole, al punto da non dover ricorrere a particolari sforzi immaginativi per entrare nel personaggio.
Il plot rifiuta la strada più rassicurante, offrendo al pubblico un equilibrio ben calibrato tra catarsi e provocazione, capace di risultare al tempo stesso un’esperienza spaventosa e un grande lavoro sul senso di colpa e sull’elaborazione della perdita. La domanda è spesso questa: chi è il mostro? La banshee delle fiabe o chi ci siede accanto? Alla fine, uscendo dalla sala, ci resta dentro lo scricchiolio del legno e il sapore dello scotch, insieme alla consapevolezza che i vecchi peccati possono restare nascosti anche per molti anni, ma prima o poi presentano il conto.