Palmo in basso o palmo in alto: in un caso era vita, nell’altro morte. Per milioni di ebrei, lo sappiamo. E per quegli oltre seimila ebrei italiani sbattuti nei campi di stermino di Auschwitz, di cui solo 837 tornarono a casa. «Quando vidi quel gesto per la prima volta, appena arrivata con la mia famiglia non capivo, non sapevo ancora che quella selezione non solo divideva maschi e femmine ma chi direttamente andava a bruciare nei forni e chi andava a lavorare, non potevo immaginare che, per esempio, le madri con bambini anche se sane e in grado di lavorare erano le prime a bruciare perché i bambini erano inutili e venivano mandati a morte ma si era visto che le madri che perdevano i figli non rendevano un granché dopo e, dunque, venivano eliminate» racconta Giuliana Tedeschi. E, aggiunge Andra Bucci, che ad Auschwitz arrivò con sua sorella gemella a quattro anni: «Una donna di cui ci fidavamo ci disse che, quando ci avrebbero chiesto se volevamo vedere le nostre mamme avremmo dovuto dire di no perché i bambini bisognosi delle mamme erano solo un peso e venivano eliminati subito. Così, quando ci fu l’appello e la fatidica domanda noi rispondemmo di no, ma mio cugino non resistette, grido che sì, voleva vedere la sua mamma e da allora sparì». Lei, invece, ce la fece.

Come Shlomo Venezia, che lavorava proprio ai forni, che dovette imparare a «Districare i cadaveri che morivano terribilmente attorcigliati tra loro nel tentativo di salire sui corpi degli altri, verso l’alto, verso quella irraggiungibile finestrella da cui il gas veniva buttato all’interno» e che imparò che «I corpi andavano buttati nei forni rapidissimamente, altrimenti si appiccicavano alla barella, bisognava infornare e tirare via la barella vuota per poter continuare». Lui ci ha messo decenni prima di cominciare a parlarne, poi, ha cominciato a vedere delle svastiche su alcuni vetri di negozi ebrei in un quartiere di Roma e ha pensato che bisognava avere la forza di raccontare. Da allora è stato svariate volte ad Auschwitz con gruppi di giovani a ricordare l’orrore e oggi c’è alla presentazione del film di Mimmo Calopresti, Volevo solo vivere, che tra poco arriverà nelle nostre sale, grazie a RaiCinema e a Giancarlo Leone che ne hanno reso possibile la realizzazione che molti avevano rifiutato di appoggiare e che ha voluto regalargli il percorso di un film come tanti, dalla sala al dvd alla tv. Ma non è stato facile costruire questo film partendo dalla massa di testimonianze di ebrei italiani conservata negli archivi della Shoah Foundation (che in Italia ha raccolto testimonianze di più di 400 sopravvissuti all’Olocausto), scegliendo col cuore in mano, dosando per evitare ogni scivolamento retorico e, comunque, imbattendosi per due anni di fila nei racconti dettagliati di sequele di orrori.

Racconti che, come dice Calopresti, «Esigevano che io credessi a qualcosa che mi sembrava incredibile ma, alla fine, ce l’ho fatta, mettendo da parte la mia presunzione registica e accettando di ascoltare soltanto, per mesi e mesi. Così ho capito che ciò che sapevo era quasi nulla, che dovevo fare in modo che a parlare non fossero solo le cifre di un orrore di massa ma le persone, le storie individuali perché anche l’Olocausto non si finisce mai di raccontarlo, su questo mi sono concentrato, restando con la sensazione che è importante non smettere di ricordare ma anche che non è cosa poi così ovvia che un orrore del genere sia irripetibile». Certamente, perché non si ripeta, l’arma più forte e necessaria è quella della memoria. Oggi più che mai. Oggi, come aggiunge Walter Veltroni, «Anche in una società mediatica come la nostra la testimonianza trasmessa verbalmente è fondamentale e, comunque, tutto ciò che in questo presente bulimico e fragile restituisce la memoria è un miracolo». Appunto, come questo piccolo grande film-documentario che guarda l’olocausto dai piccoli gesti di sopravvivenza (di allora e di ora) di nove sopravvissuti. Che, siamo sicuri, servirà a molti. Anche se per chi in quei luoghi c’era raccontare non basta. Come dice uno di loro, Nedo Fiano: «Da Auschwitz si esce con le gambe ma non col cuore. In fondo, siamo sempre lì».

di Silvia Di Paola