Two sisters è uno di quei film che ha bisogno di essere metabolizzato, soppesato e meditato per riuscire a trovare la via della logica all’interno delle varie stimolazioni visive e narritive di cui è composto. Kim Jo Woon (MemoriesComing OutThe Foul KingChoyonghan kajok), al suo quinto lungometraggio, tratteggia un mondo familiare sospeso all’interno di una solitudine inevitabile quanto logorante, dove la sinistra presenza di una minaccia sovrannaturale si esprime e si alimenta attraverso le ferite psicologiche che hanno segnato in modo indelebile le vite di due giovani sorelle. Un universo composto di punti di riferimento frammentari ed irrisori che illude lo spettatore di trovarsi al sicuro tra le trame lineari di una narrazione horror per poi sconvolgerlo, proiettandolo all’interno di un vero e proprio thriller psicologico. Nulla ci viene svelato sul passato dei protagonisti, nulla viene precisato sulla malattia che sembra aver afflitto entrambe le sorelle. Tutto è restituito ad una intuizione che viene conclusivamente beffata da una sceneggiatura che dissemina, lungo i centoquindici minuti del film, elementi capaci di trovare una loro collocazione solamente nella parte conclusiva della pellicola. Un prodotto certo lontano dalla perfezione stilistica e narrativa che ha caratterizzato film come Il sesto senso ma che comunque, priva di uno splatter evidente, induce a vivere e percorrere ogni singolo frame attraverso l’interpretazione ed il pensiero. Un’esperienza cinematografica non volta al subire, quanto al meditare, decisa a non svelare ogni singolo elemento pur di continuare a mantenere vivo l’interesse dello spettatore. La sofisticata regia di Kim Jo Woon tratteggia un’atmosfera dall’ipnotica lentezza che definisce l’intera enigmaticità della storia. Una dilatazione temporale che potrebbe, a dire il vero, in qualche momento sembrare eccessiva tanto da rischiare una diluizione dello stato di tensione, ma il soffermarsi con particolare attenzione sulla riprersa di interni dai claustrofobici ed opprimenti motivi floreali, contribuisce all’alimentazione di uno stato di disagio emotivo e mentale. Atmosfera che l’esiguo cast (Lim Su-jeong, Mun Geun-yeong, Yum Jungh-ah, Kim Kap-su) contribuisce a dipingere, sostenendo perfettamente il peso di una vicenda dove i ruoli sono soggetti ad un continuo mutamento. L’uomo e le tre figure femminili, racchiusi per una durata temporale non ben definita all’interno di una stessa abitazione/prigione, si sfiorano, si osservano e si minacciano, rincorrendo ognuno, l’inconsistenza corporea dei propri incubi. Fantasmi della mente che si moltiplicano, si animano attraverso la materialità di una casa che non si configura come semplice palcoscenico di una vicenda, ma dialoga direttamente con i meandri oscuri della mente umana. Un film, dunque, quello di Kim Jo Woon, diretto evitando qualsiasi elemento caratteristico e stereotipato del genere horror all’americana di cui sembra ignorare volutamente la demenzialità e l’ovvietà di alcune scelte narrative. Volontà del regista coreano è quella di creare un cerchio continuo d’energia tra le problematiche lasciate in sospeso ed una continua partecipazione da parte dello spettatore. Un’attenzione che, forse, un certo pubblico occidentale non è più così abituato a concedere.

di Tiziana Morganti