Dal primo gennaio nelle sale italiane

«Anche in un falso d’arte c’è qualcosa di vero, e questo vale forse anche in amore». Lo sottolinea Giuseppe Tornatore nel suo nuovo film La migliore offerta distribuito dal 1 gennaio su 360 schermi da Warner Bros. Italia, che l’ha prodotto insieme alla Paco Cinematografica al costo di 14 milioni di euro.

Una struggente e originale storia d’amore a tinte gialle, incentrata nel mondo delle vendite all’asta, che il regista ha ambientato in suggestivi scenari mitteleuropei, assai lontani da quelli della sua Sicilia, sottolineati dalle mirabili musiche di Ennio Morricone, con attori del calibro di Geoffrey Rush e Donald Sutherland, ben affiancati dai giovani Jim Sturgess e Sylvia Hoeks e nessun attore italiano, neppure nei piccoli ruoli.

Il film fa seguire col fiato sospeso e molta attenzione la parabola umana di Virgil Oldman, un uomo maturo colto, molto raffinato e solitario, amante esperto delle opere d’arte di cui si circonda nel privato e nella sua professione di ricercato e impeccabile battito d’aste. Chiamato a valutare il patrimonio ereditario in una cadente ex lussuosa dimora, sarà coinvolto dalla misteriosa giovane proprietaria in una passione che lo stanerà dalla sua grigia esistenza, mettendo in luce la capacità di essere fedeli a ciò che si ama, qualunque sia l’atteggiamento dell’altro. «Lo si potrebbe definire un film sull’arte intesa come sublimazione dell’amore – spiega Tornatore -, ma anche un film sull’amore inteso come frutto dell’arte, raccontato con la tessitura narrativa del thriller, ma senza assassini, assassinati e investigatori».

«Nelle vendite all’incanto l’offerta valida è la più alta mentre per gli appalti vince la più bassa. In amore non si sa quale sia l’offerta migliore per conquistare l’altro, per avere ciò che si desidera» sottolinea il regista siciliano, che stavolta ha voluto rompere le costanti dei lavori fatti finora con un film completamente diverso dai suoi precedenti, senza connotazioni autobiografiche.

Un’opera che non nasce da un’idea folgorante, spiega, ma dalla fusione di due elementi narrativi messi a fuoco negli ultimi cinque anni. «Una delle tante storie che ho nei cassetti, messa a punto con una sorta di carpenteria cinematografica. È piaciuta al produttore, siamo partiti, con già pronte le musiche di Ennio Morricone». «Le idee mi sono nate leggendo la sceneggiatura – spiega il musicista -, la storia mi ha spinto a osare, mi sono sentito libero di improvvisare».

Il protagonista alla fine del film avrà cambiato completamente personalità, «Non so se in meglio o in peggio – dice il regista -. Potrei definirla la storia di una trasformazione, grazie all’amore». «Giuseppe non ha paura delle metafore. Il film è una conversazione tra vecchia e nuova Europa, la prima piena di stile, ma sola – spiega Rush, in videoconferenza da Melbourne, dov’è impegnato in teatro -. Il protagonista è completamente spiazzato nel mondo moderno, nel finale c’è un barlume di speranza, la trasformazione l’ha reso più umano. Un finale forse più positivo di uno scontato happy end».

Tornatore ha scelto un cast completamente anglofono perché, sottolinea, «Non è una storia italiana. L’ho girata in lingua inglese, senza slang americani, perché altrimenti non avrebbero funzionato, non per una strategia ‘bottegaia’ per vendere meglio il film all’estero». Ha dunque allestito i set da Vienna a Trieste, Bolzano, Merano, e un po’ anche a Milano, Parma, Roma, chiudendo le riprese, come promesso al produttore, in tredici settimane. Ma cosa ha attratto un siculo doc come Peppuccio Tornatore dell’asettico mondo delle aste? «Una decina d’anni fa mi arrivò a casa un catalogo, mai sfogliato – ricorda il regista -. Poi, incuriosito, l’ho ripreso in mano e mi sono lasciato conquistare dalla descrizione delle opere in vendita. Una fraseologia attraente, sensuale, convincente, che ti faceva sembrare l’oggetto il più bello del mondo e che ha avuto un ruolo in questa storia. Perciò non buttiamo mai via niente di quello che troviamo nella cassetta della posta».