Ultimo sfizio cinematografico del poderoso Schwarzy prima di darsi definitivamente alla politica, questo terzo capitolo del cameroniano Terminator non offre nulla di più alla saga se non una ulteriore sperimentazione tecnica delle potenzialità che l’effettistica digitale mette oggi a disposizione della cinematografia. Lontani dall’originalità del primo film della serie, che offriva un interessante e conturbante plot basato su paradossi temporali e su uno Schwarzenegger fresco di titolo mondiale da culturista, Le macchine ribelli si avvicina troppo al secondo, riprendendo anche l’idea di qualche sequenza. In effetti tra il primo e il secondo episodio c’era stato un vero e proprio salto evolutivo con la manifestazione di un progresso informatico reso noto attraverso le prodezze del “Morphing”, il programma che ha permesso la realizzazione del T-1000, killer dalla multiforme duttilità. Oggi che il “Morphing” lo troviamo anche al supermercato, si ha la possibilità di clonare digitalmente gli attori per far compiere loro le evoluzioni più impensabili. Questo ulteriore passo in avanti, che ci offre sequenze dove la Loken strapazza Schwarzenegger facendogli ditruggere una toilette a colpi di nuca, dimostra quanto la recitazione corra in modo inversamente proporzionale al progresso tecnico: gli attori perdono la loro umanità (ma del resto è il film stesso a richiederlo), guadagnando in mobilità nello spazio. In effetti qui c’è da chiedersi quanto l’espressione artistica possa influenzare il risultato visto che il parlato rimane una parentesi nello sviluppo della vorticosa sceneggiatura d’azione. L’uso di un regista come Jonathan Mostow, che fin dai tempi dell’Università non ha fatto altro che cortometraggi e lungometraggi d’azione, oltre all’influsso di produttori d’assalto come Mario Kassar e Andrew Vajna fondatori della “Carolco”, non ha evitato di cadere nella ripetizione di uno schema narrativo che alla lunga non crea alcuna tensione e si incolla come una decalcomania da un film all’altro della serie. Il destino di John Connor lo si conosce dal lontano 1984: non si teme dunque per la sua morte, né tantomeno per quella del Terminator: la tensione quando c’è, la troviamo in quelle fughe che tanto richiamano il secondo episodio: anche il duello camion vs moto ricorda molto le sequenze di Judgement Day con la differenza (con tutto il rispetto la bella Kristanna Loken) che Robert Patrick ha offerto una interpretazione a dir poco credibile, aprendosi la strada verso la creazione di altri cattivi doc in film di grande successo. Altra osservazione sintomatica di un progresso non di contenuti ma di forma è la “globalizzazione della minaccia”. Skynet, computer resosi indipendente e capace di utilizzare le armi di distruzione di massa, ora si diffonde come un virus attraverso Internet, e proprio il Web offre ora un mezzo informativo unico per la bella e letale Terminatrix. Dunque un’evoluzione della minaccia attraverso quel timore ‘matrixiano’ di predominio della macchina che si scopre capace di un’intelligenza artificiale superiore e di un controllo che esula dalla presenza dell’uomo, ormai divenuto pressoché inutile. Paure, timori diffusi o solo pensati, originati da quella letteratura di fantascienza che ha fatto di Philip Dick un oggetto di culto come uno dei suoi più prolifici ideatori. Parlare infine di recitazione in un film come Terminator è un po’ una contraddizione in termini, in effetti togliendo e salvando Claire Danes, la definiremmo come una goccia in un pozzo di inespressività.

di Alessio Sperati