Dopo il dramma psicologico sul tennis Borg-McEnroe, Ronnie Sandahl voleva fare un film sulle tigri del mondo del calcio. Uomini giovani e ammirati, rinchiusi in gabbie dorate, addomesticati fino a diventare marchi al servizio dell’industria calcistica globale: comprati e posseduti, spinti al limite, addestrati per esibirsi o morire. Martin Bengtsson era uno di loro. Su di lui il trentasettenne regista svedese ha cucito Tigers, nelle sale dal 22 luglio con Adler, un film crudo e spigoloso, ambientato all’interno di un’industria superficiale, luccicante ed estremamente commerciale come quella del calcio.
Liberamente ispirato alla storia dell’ex calciatore prodigio svedese dell’ Inter (raccontata nel libro autobiografico “In the shadow of San Siro”) è un dramma di formazione sull’ossessione ardente di un giovane in un mondo in cui tutto, e tutti, hanno un prezzo. Una corsa sulle montagne russe della vita e della morte attraverso la moderna industria del calcio.

Martin è stato uno dei talenti calcistici più promettenti che la Svezia abbia mai visto. A sedici anni, il sogno di una vita diventa realtà quando viene acquistato da uno dei club più prestigiosi d’Italia. Tuttavia quel sogno ha un prezzo molto alto in termini di sacrificio, dedizione, pressione e, soprattutto, solitudine. Martin inizia a chiedersi se questa sia davvero la vita che ha tanto desiderato.
”Alcuni dettagli biografici sono stati modificati, ma ho sempre teso a raggiungere la massima verità emotiva, ottenere un conflitto tra il lucido e il sordido – spiega Sandahl-. Il film è uno specchio deformante della nostra società capitalista e patriarcale, tanto assurdo e divertente quanto potenzialmente letale. Ma prima di tutto, penso di aver voluto realizzare una storia sul fatto che la vittoria può, in effetti, significare la sconfitta; e forse, cosa ancora più importante, il contrario”. Nel suo terzo film, Perfect, di prossima uscita, andrà a scoperchiare il mondo della ginnastica femminile americana.