Commedia, fiaba nera, noir ottocentesco. Comunque lo si voglia definire N (Io e Napoleone) di Paolo Virzì è un film che stupisce con un senso dell’ umorismo moderno e dialettale adattato con particolare raffinatezza alla storicità di una commedia in costume. Nonostante il tentativo di riferirci a dei modelli classici, il regista livornese noto per i suoi ritratti contemporanei conditi sempre attraverso la sua ironia sottilmente pungente, forma una creatura atipica nel panorama della cinematografia attuale. Impaurito dalla possibilità di cadere vittima di un quasi inevitabile manierismo stilistico che da sempre contraddistingue i film in costume, Virzì trasferisce alcuni elementi fondamentali del genere, aggiungendo immagini, sensazioni e riflessioni che portano il segno di un universo personale fatto di ricordi ed ardori giovanili. Partendo da una scelta dialettale ben precisa (un livornese un po’ vero ed un po’ inventato), arrivando alle strade di una Portoferraio vissuta ed immaginata più come un quartiere di una città che come teatro involontario di un evento storico, N (Io e Napoleone) ci introduce in una delle più complete ed esilaranti commedie italiane di questi ultimi anni. Se è comunque arduo strappare una risata riflessiva ed intelligente, inanellare una serie perfettamente orchestrata di tempi comici ed offrire una possibilità di riflessione che diventa ponte tra il passato e l’attualità, ancora più difficile è realizzare tutto questo indossando i panni di una realtà desueta e dimenticata da romanzo d’appendice ottocentesco.

L’intera avventura comincia grazie alle pagine del romanzo omonimo di Ernesto Ferrero. È il 1914 e Napoleone (Daniel Auteuil) sbarca all’isola d’ Elba come re esiliato accolto da un popolino entusiasta. Solo il giovane Martino Papucci (Elio Germano), ultimogenito di una famiglia di commercianti di Portoferraio, maestrino idealista e libertario, poeta in erba ed amante della bella e matura baronessa Emilia (Monica Bellucci) sembra essere l’unico a non provare entusiasmo per l’imperatore decaduto. Deciso a dare sfogo ai suoi ideali giovanili attraverso l’assassinio di Napoleone, Ernesto si troverà a vivere a stretto contatto con il tiranno, scelto dallo stesso Napoleone come redattore dei suoi pensieri isolani. La vicenda rimaneggiata e rivisitata da Virzì offre il ritratto di un condottiero vinto, di un uomo annoiato dalla sua inattività, «Di un vecchio attore – come lo stesso Auteuil lo ha definito – che ha perduto il suo successo». Eppure se l’intera vicenda gravitasse incondizionatamente attorno alla figura di questo emblema del potere destituito, non avrebbe uguale impatto, non godrebbe di quella ritmica moderna che ne fa un gioiello di comicità mai involontaria. Lo sguardo, il punto di vista dell’uomo comune rappresentato da un parterre di attori italiani particolarmente in stato di grazia, dà il respiro ad una vicenda che altrimenti sarebbe sterile e di scarsa attrattiva.

Partendo proprio da un Daniel Auteuilche offre la visione umana di un potere apparentemente sconfitto ma sottilmente scaltro e da un Valerio Mastandrea che con tranquillità si destreggia tra intonazioni ed inflessioni toscane, si arriva ad un Elio Germano particolarmente incline ad assimilazioni linguistiche (a detta dello stesso Virzì, Germano è in grado di acquisire qualsiasi inflessione dialettale con il minimo sforzo), ad una Monica Bellucci che, a dodici anni di distanza da I mitici, abbandona l’arrotondare chic ed elegante del francese per ritrovare la genuinità “casareccia” del suo dialetto castellano arricchito da alcuni spunti perugini, e ad una altrettanto imprevedibile Sabrina Impacciatore che, con una certa disinvoltura, duetta con Massimo Ceccherini in una esilarante scaramuccia pseudo-sentimentale. Se poi si desidera andare oltre, se proprio non è possibile accontentarsi di uno spettacolo che diverte ed intrattiene secondo la migliore tradizione della cinematografia italiana, N (Io e Napoleone) offre la possibilità di un substrato che dalla base storica strizza l’occhio alla realtà attuale con delicatezza e particolare arguzia. Le riflessioni sull’avvenenza e la capacità seduttiva del tiranno, nonché i riferimenti ad un certo periodo berlusconiano (un sindaco ottocentesco che esibisce un attualissimo “mi consenta” è uno spettacolo a cui è impossibile resistere) non sono certo inserimenti casuali. Come la migliore tradizione della commedia dell’arte insegna dietro ogni lazzo si nasconde una frecciata, una stoccata precisa alla società ed alla politica. Virzì dosa con particolare attenzione questi elementi, dando il ritmo ad una riflessione capace di non prendersi troppo sul serio.

di Tiziana Morganti