Dopo trentacinque film Woody Allen riesce ancora a sbalordire il suo pubblico trapiantando oltreoceano il suo inconfondibile humour nero e adattandolo al mondo patinato dell’upper-class britannica. È Match Point, film presentato all’ultimo Festival di Cannes e dedicato ad un’Europa che ha adottato il maestro di Brooklyn restituendogli quella autorialità che l’America dei numeri da tempo non gli riconosceva più. Nel film facciamo presto la conoscenza di Chris Wilton (Jonathan Rhys-Meyers), ragazzo irlandese dotato per il tennis ma che ha preferito l’insegnamento alla competizione. Il suo impiego in un prestigioso circolo londinese gli permette di conoscere Tom Hewett (Matthew Goode) che lo introduce nella sua famiglia e di conseguenza nell’alta società inglese. Chris si accorge delle particolari attenzioni riservategli dalla sorella di Tom, Chloe (Emily Mortimer) e, dopo una breve frequentazione, decide di portarla all’altare, anche e soprattutto per non perdere quel treno lastricato d’oro. Ma c’è anche un’altra donna che irrompe nella vita di Chris, è Nola Rice (Scarlett Johansson) la compagna di Tom. Tra i due è vero e proprio colpo di fulmine, eppure nessuno dei due ha intenzione di sacrificare la scalata sociale per l’amore.

“Tu credi che siamo noi a fare la sorte” scrive Grazia Deledda. No, risponde Woody Allen con il suo primo film inglese, e nulla come un campo da tennis può rappresentare gli istanti in cui la vita prende una piega piuttosto che un’altra: come quando la palla rimbalza sulla rete, inizia a volteggiare, a ruotare, e ricade da un lato del campo, decidendo spesso le sorti del match, così la vita dei suoi protagonisti prende una piega imprevista per pochi inevitabili istanti. «Controlliamo le nostre vite meno di quanto pensiamo» afferma lo stesso Allen che riprende alcuni temi di The Woman in White di Andrew Lloyd Webber e la filosofia degli “equilibri punteggiati” di Gould descrivendo nella figura del suo protagonista maschile una doppia ingerenza del caso: sia nelle sue doti sportive, sia negli eventi che lo coinvolgeranno fuori dal campo. Eppure la vera forza che controlla Chris è quella ipocrisia borghese che lo ha ormai avvolto quando è chiamato a fare le sue scelte. E il film di Allen è proprio come una partita, a tratti noiosa, a tratti coinvolgente, ma dal finale improvviso, schiacciante, uno smash vincente dopo due ore di gioco. E il risultato è salvo.

di Alessio Sperati