Pretenzioso dramma esistenzialista, L’orizzonte degli eventi rappresenta un piccolo passo indietro per il regista Daniele Vicari vincitore di un David come miglior regista esordiente con Velocità massima(2003). Si parla di due vite contrapposte, due condizioni distanti ma unite dal destino. Dentro il Gran Sasso c’è Max, fisico nucleare impegnato nell’esperimento Helios; sopra il Gran Sasso c’è Bajram, pastore albanese che vive senza acqua né energia elettrica, schiavizzato dagli aguzzini che hanno in custodia il suo passaporto. Entrambi sono vittime dell”orizzonte degli eventi”, di quella superficie “a senso unico” caratteristica dei buchi neri: quando un corpo oltrepassa tale confine, le leggi della gravità non gli permettono più di tornare indietro. Max (Mastandrea) non ha seguito le orme della famiglia, non ha studiato giurisprudenza e non condivide le scelte del fratello. Lavora all’esperimento “Helios” con Anais, una fisica francese con la quale ha una relazione, e altri tre ragazzi, tra cui c’è Marta (la Francesca Inaudi de L’uomo perfetto). Nominato responsabile dell’esperimento, Max non regge lo stress e modifica i dati provocando “eventi” falsati e Anais, sempre lucida e critica nei suoi confronti, lo mette con le spalle al muro costringendolo a dimettersi. A poche centinaia di metri di distanza c’è chi lavora per sopravvivere e chi per dimostrarsi migliore di com’è in realtà. Quella di Max è una corsa alla scoperta della propria pochezza, inadeguatezza e relatività compiuta con paesaggi surreali (prima) e desolati (dopo). L’incontro con Bajram arriva imprevedibile, attuando un sonoro e spiazzante cambio di registro, e causando un confronto del protagonista con la sua stessa condizione e, ancora una volta, una sconfitta.

Il confronto è interessante, il film lo è meno, perso com’è nella persecutoria introspezione visiva del suo personaggio principale, un Valerio Mastandrea “sforzato” oltre i suoi limiti artistici. L’attore già utilizzato nel film d’esordio Velocità Massima, insieme alla condizione dei pastori del Gran Sasso, già rappresentata da Vicari nel documentario Uomini e lupi del 1998, sono le cose apparentemente più volute dal regista, ma proprio quelle che in questo film funzionano meno. Un Vicari più sorrentiniano di quanto non voglia sembrare si perde tra interminabili primi piani, riprese vertiginose e prolungate affezioni all’immagine in quanto tale. Preso dalla sua ricercata autorialità, si dimentica a tratti di raccontare una storia, e si limita a girare attorno ai suoi personaggi con la macchina da presa. Spesso si dice che il secondo film di un regista sia più difficile del primo, specialmente nel caso di un esordio pluripremiato; speriamo che questa esperienza possa servire come punto di partenza per costruire una più matura autorevolezza stilistica da sfruttare nel prossimo lavoro e che sia finalmente visibile la velleità di un autore di narrare i confini fisici dell’umana esistenza aldilà di quanto possa farlo, ancora una volta, una macchina da presa.

di Alessio Sperati