La romantica atmosfera parigina ed il fascino discreto di Leslie Caron rievocano le immagini del suo debutto cinematografico accanto a Gene Kelly in Un americano a Parigi. Ma il ricordo di quella pellicola, che venne diretta da Vincente Minnelli, dura l’intensità di un attimo. Priva delle musiche di Gershwin e dei balletti ispirati agli impressionisti francesi che, a dire il vero, resero il film un po’ pomposo ed inamidato, ad una delle città più culturalmente coinvolgenti e sentimentalmente stimolanti non rimane altro che assistere allo svolgimento di una piccola storia moderna che procede lungo la placida via dell’immobilità. James Ivory sceglie di raccontare un “divorce” alla francese, contrapponendo il distaccato autocontrollo della buona borghesia parigina all’eccessiva, scomposta emotività di una famiglia americana. Ancora una volta lo scontro culturale viene applicato con la volontà di evocare la drammaticità e l’ironia della vita in modo del tutto naturale e realistico, ma il risultato ottenuto delude qualsiasi aspettativa. Al di là della garbata atmosfera che lo accompagna fino all’ultima inquadratura, Le divorce sembra volontariamente sfiorare, per poi abbandonare con una incomprensibile rapidità, tutti gli elementi che avrebbero potuto liberarlo da un alone d’inconsistenza. L’intero percorso narrativo si potrebbe facilmente riassumere attraverso una semplice ed elementare fusione tra un solo momento di vaga tensione, un’ unica battuta capace di liberare una moderata ilarità ed un accennato pizzico di sessualità che perde ogni attrattiva erotica grazie alla tenace volontà di un amante “datato” di indottrinare una giovane donna sull’utilità di “profumare” i propri umori corporali. A nulla vale la bionda fisicità di Kate Hudson, la leggera presenza di Naomi Watts, l’esperienza di Leslie Caron ed il talento di Glenn Close per regalare significato ad uno scontro/incontro che contribuisce esclusivamente a produrre una serie infinita di immagini e presupposti che dell’ovvio fanno il proprio credo. Stereotipi all’interno dei quali le donne francesi si aggirano come algide creature impegnate nell’intensa e complicata attività di annodare una sciarpa e sospirare con eleganza un semplice “bien sûr!” di fronte agli impacci emotivi di piccole ed impreparate americane, pronte a ricevere l’illuminazione sociale ed il ‘je ne sais quoi’ della seduzione. Privo della squisita eleganza di Camera con vista, dell’attualità di Casa Howard e dell’amara e lucida requisitoria verso una classe sociale di Quel che resta del giornoLe divorce appare quasi come un’ opera inadatta all’indiscussa capacità di scrittura di Ivory. Superficiale nella descrizione e nell’osservazione delle difficoltà introspettive dei suoi personaggi, rinuncia al ritmo e ad un senso di innocente malizia che avrebbe trasformato un monocorde insieme narrativo in una gradevole commedia dai toni noir.

di Tiziana Morganti